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L’angolo di Full: “I passi”

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I passi

Una mosca intrappolata sotto un bicchiere. Così mi sentivo dentro quel box di vetro, sotto i portici del Centro, a vendere la fortuna. Per otto ore esatte al giorno escluso il lunedì, perché anche la fortuna ha i suoi sindacati.
Attiravo l’attenzione dei passanti cantilenando il nome della lotteria insieme alla mia noia infinita che picchiettavo sul vetro con una chiave.

Proprio la noia e il continuo viavai di gente mi portò, pian piano, a leggerne i passi. Cominciai con l’abbecedario della loro fisicità, distinguendo l’andatura svelta dalla frettolosa, la sciolta dalla dinoccolata, quella molle dalla strascicata. Imparai ad abbinare, ad ogni portamento, la nota caratteriale: naturale, posata, tronfia, pomposa, sensuale, sfrontata, dignitosa, timida. Leggiadra persino, dietro la quale un poco mi perdevo. Ogni giorno imparavo nuovi dettagli, sottigliezze, sfumature.

In capo a un anno non avevo prodotto nemmeno un milionario coi miei biglietti, in compenso sapevo leggere ogni andatura indovinando molte cose delle persone che mi passavano accanto, compresi i segreti più intimi. Distinguevo il passo imbonitore della donna che si vendeva in qualche alberghetto, da quello che imboniva solo la propria vanità. Notavo la camminata multipla di chi, in silenzio, discuteva col mondo intero. Riconoscevo l’andatura molle del ragazzo sfinito per essersi troppo amato e quella attenta, sorvegliata, della signora che indossava una taglia in meno. Leggevo il passo risoluto e scellerato del rapinatore prossimo a fare il colpo, distinguendo il delinquente comune dal banchiere. Mi smarrivo, muto di pensieri, quando incocciavo un passo disperato. Raramente incontravo un’andatura che riflettesse solo se stessa.

Stavo godendo un prezioso raggio di sole rimbalzato da una vetrina al mio box, quando incocciai i passi lievi, eppure in fuga disperata, di una giovane donna. A breve distanza seguiva un uomo la cui apparente calma celava il passo inseguitore nel quale, per la prima volta, lessi la cinica brutalità.
Meccanicamente, afferrai la prima cosa a portata di mano, credo la pesante manovella che azionava la saracinesca del box. Come un automa inseguii l’uomo dal terribile passo, lo raggiunsi e sferrai il colpo.

     Ha un’andatura cadenzata e pesante che fa pensare a una vita rassegnata, il secondino che passa per l’appello ogni mattina. Quello che apre le celle per la mensa, ha un portamento giovane e deciso di chi crede ancora nel domani. Ha la camminata militare e ottusa, l’agente che ci accompagna all’ora d’aria collettiva che è, in pratica, la mia sala di lettura.
La notte, in cella, non so dormire. Ho letto in uno specchio il passo tipico dell’omicida.

Fulvio Musso

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