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L’angolo di Full: “Corazze”

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È risaputo che l’apparenza inganna; si sa – o almeno si dovrebbe sapere – che dietro una scorza dura si nasconde spesso un cuore tenero… Ma ci sono tanti modi per dimostrarlo o ricordarlo. Efficace, ironica e poetica la maniera in cui lo fa oggi per noi il maestro Full.

Prima di lasciare spazio al suo brano, vi ricordiamo che anche voi potete inviarci i vostri racconti, seguendo le indicazioni del regolamento di Raccontonweb.

 

un'antica corazzaCorazze

La signorina Tettamanti era solita conferire col proprio superiore in piedi davanti alla scrivania e con l’occhio attento ad ogni minimo mutamento espressivo: un sopracciglio che salisse di un millimetro, la mascella che perdesse di morbidezza, uno sguardo appena sfuggente: elementi che le servivano per modificare opportunamente, in tempo reale, il proprio eloquio: azzardato o prudente, candido o insinuante, serio o scherzoso, intransigente o tollerante. Così, la signorina, intendeva il comportamento della perfetta segretaria.

Antonietta Tettamanti presiedeva con instancabile dedizione al governo dell’ipermercato. Ufficialmente era la segretaria del direttore, dottor Diguardi, soprannominato “Diomiguardi” perchè ogni volta che enunciava, disponeva, impartiva o dettava, alzava ripetutamente gli occhi al cielo come ad invocare un’alta testimonianza al proprio dire. In effetti, la Tettamanti era la regina dei reparti: le sue dita lunghe ed efficienti smanettavano sulla tastiera del computer verificando i dati più remoti, o s’arrampicavano sugli scaffali per controllare la consistenza delle scorte o l’efficacia dell’impresa di pulizia. Imperversava dagli uffici ai reparti di vendita, ai magazzini; sommessa e leggera, poteva giungere alle spalle di chiunque – fosse pure un gatto – senza che questi se ne accorgesse. Copriva almeno tre mansioni poiché nessuna efficienza supera quella che ha aspetti silenziosi e freddi. In questo suo prodigarsi si celava un continuo rimprovero per l’intero mondo maschile e, in certi lampi fieri dello sguardo, riluceva la convinzione di succedere un giorno (Dio mi guardi!) al dottor Diguardi.

Era secco, sottile e torinese come la guglia della nota Mole. Lo si sapeva di buona famiglia, il dottor Filippo Diguardi e qualcuno aveva notato una corona ricamata sul fazzoletto e su certe sue camicie. Abitava una villa cui si accedeva da un vialetto di olmi –probabilmente, i soli esseri incoronati in tutto il casato– e la bella dimora si affacciava tra la folta vegetazione delle colline che abbracciano Torino spartendola col più ampio e maestoso abbraccio delle Alpi.

Non era uomo tagliato per il comando per cui risultava un pessimo capo esecrato dai dipendenti. Troppo introverso e timido per imporsi, sopportava a lungo le inadempienze dei subalterni più negligenti sino a esplodere con severe e inopportune sanzioni.
Detestava i modi della Tettamanti che, tuttavia, gli era preziosa perché si assumeva le incombenze più antipatiche consentendogli di crogiolarsi nella sua solitudine di capo, con la sola compagnia del telefono e del computer tramite i quali trattava con fornitori, capireparto, spedizionieri, banche, o conferiva con gli amministratori delegati.

La sera, il dottor Filippo Diguardi raggiungeva in auto la villa in collina dove una vecchia governante aspettava di vederlo varcare l’imponente cancello per apparecchiare in tavola. Poi consumavano insieme una cena parca di grassi, spezie e parole.
Troppo stanco e svuotato per leggere o per assistere ai programmi televisivi, Filippo Diguardi sedeva solitamente sotto il portico, al riparo dell’umidità notturna. Accendeva la sua pipa preferita e seguiva le volute azzurrine che salivano e cominciavano a vagare portandolo oltre il porticato, verso il bosco che circondava la casa, quieto, caldo e senz’ombra di pericolo mentre, intorno ai radi lampioni, lo zigzagare dei pipistrelli cominciava a ricamare di nero il blu della notte.
A volte si domandava se mai, e dove, esistesse un’anima simile alla sua. Poi spegneva la pipa e, in silenzio, stava a guardare come gli alberi vanno a dormire.

primo piano di Fulvio Musso          La sera, la signorina Antonietta Tettamanti smetteva la corazza del camice bianco e raggiungeva un quartierino al quarto piano il cui terrazzo s’affacciava sul parco del Valentino, frondosa sponda al quieto scorrere del Po. Faceva l’ultimo tratto a piedi sul lungo-fiume dove lasciava, via via, gli abiti di scena impigliati agli arbusti della riva e quando apriva la porta dell’appartamento in cui viveva, era ormai nuda. Nuda e sola.
Dissetava i fiori del terrazzo parlando loro con dolcezza poi si abbandonava alle fiamme del tramonto sino a quando il cielo si spegneva dietro il mondo.
A volte si domandava se mai, e dove, esistesse un’anima simile alla sua. Poi s’accendeva una sigaretta e, in silenzio, stava a guardare come gli alberi vanno a dormire.

Fulvio Musso

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1 Commento su L’angolo di Full: “Corazze”

  1. Lucia Bonanni // 25 Giugno 2015 a 12:14 //

    Forse non erano e non sono soltanto loro due che si chiedono, se esiste un’anima simile alla loro.
    Il mondo è pieno di Tettamanti e Diguardi, di persone sole che indossano la corazza così da sembrare dei guerrieri e poi nella solitudine della loro realtà risultano essere creature fragili come vetro, ormai rassegnati al proprio inderogabile destino. Anche i loro cognomi ne sono eufemistico esempio.
    Ciao, Full, grazie e a presto.
    Lucia

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