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L’angolo di Full: “Batticuore”

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Batticuore

In molti film dell’orrore, la vicenda prende avvio o si sviluppa in una casa isolata nella campagna, abitata da una persona sola, un po’ isolata anche nella vita e tutt’intorno c’è un parco o un giardino gonfio di vegetazione, di tenebre, di misteri, di vento e di pioggia battente.
E qualcosa di strano muove nel buio.
Io avevo il giardino, la vegetazione, il buio, l’isolamento della campagna e il mio. E qui, a ridosso dei monti, i temporali sono frequenti.
Mi mancava però qualcosa di fondamentale che si perde col progredire dell’età. Come il batticuore di quando, ragazzino, cantavo forte e battevo le mani se dovevo attraversare da solo un tratto buio e deserto. Allora, pensavo che non sarei mai riuscito a vincere quei palpiti; in seguito, temetti di non ritrovarli più.
Così, la sera, se sentivo arrivare un temporale, spalancavo porte e finestre della mia vecchia casa e mi sintonizzavo sull’immancabile horror o thriller televisivo, mentre il vento urlava e gemeva dalle profondità tenebrose del giardino e ombre gigantesche si agitavano sulle pareti della sala, mentre io sedevo davanti allo schermo dando le spalle ai finestroni spalancati così da offrirmi inerme ad un ipotetico aggressore.
Devo riconoscere che il gioco funzionava perché, prima o poi, andavo a richiudere prudentemente le vetrate dopo aver buttato sospettose occhiate verso gli angoli più bui sferzati dalla pioggia e dal vento.
Ma ero ben lontano dal ritrovare il mio trepido batticuore adolescenziale. Così decisi di rivolgermi all’imponderabile, al trascendentale e cominciai a fantasticare su certe informazioni assunte. Un paio di metri sotto il mio giardino c’erano i resti di un’antica fortezza i cui difensori e abitanti erano stati falcidiati da fame, sete e malattie durante un assedio.
Disabitata per secoli, la fortezza era stata poi adibita a lebbrosario e infine a carcere. Lo strano affossamento occorso poi all’intera edificazione faceva pensare a una lugubre sepoltura di massa. Nei secoli, fra quelle mura s’erano consumate tali atroci e incessanti sofferenze che non era pazzia pensare che qualche anima stesse ancora urlando.
Certi lamenti uditi nel corso delle mie bufere “stereofoniche”, mi lasciavano perplesso circa la loro provenienza. Più ci pensavo, più mi convincevo che quella fortezza celasse ancora qualcosa di terribile.

Fra horror, temporali e fantasie sui misteri sepolti, trascorsi molte sere di quell’estate. Ma il batticuore di quando, ragazzino, cantavo battendo le mani nel buio, rimase un sentimento perduto.

In campagna il gran caldo finisce presto e a metà settembre tenevo già le porte e le finestre ben chiuse a protezione del tepore interno.
Il primo rumore sospetto lo sentii proprio in quei giorni. S’era trattato di un piccolo tonfo e mi sembrò che provenisse da una delle due camere da letto. Aprii, una dopo l’altra, tutte le porte interne e accesi le luci. Niente, nessun segnale salvo un libro sul pavimento.
Quale la causa della caduta? In questi casi, ogni congettura è inutile.

Due notti dopo venni svegliato a più riprese da rumori che cessavano non appena mi muovevo o accendevo la luce. Alla fine non potei più riprendere sonno. Andai in soggiorno e li vidi dileguarsi lungo una parete. Due topi di discrete dimensioni.
Subito mi venne in mente l’inquietante avvertimento di un contadino: se vedi un topo, poco male. Ma se ne vedi più d’uno insieme, la cosa si fa seria, devi moltiplicarli per dieci. Pensai anche a tutte quelle serate di horror, con le porte costantemente spalancate sul buio della campagna. Me l’ero proprio voluta. Mi ricordai dei buchi che avevo notato nei campi vicini. Ē a causa della vecchia fortezza, mi dicevano i contadini. S’annidano lì sotto; di sicuro hanno di che rosicchiare, con tutte quelle ossa. Ma quanti sono? Tanti, mi rispondevano.
Sotto un rovo avevo intravisto una buca molto più grande delle altre e m’ero avvicinato incuriosito sin quasi ad affacciarmi. Dalla profondità dell’apertura m’era giunto un rumore strano e indecifrabile. Sembrava l’eco di suoni diversi, come se quel foro si affacciasse su di una sterminata vastità sotterranea. Era un confuso tramestio, una risonanza soffocata, versi d’animali ininterrotti e sovrapposti che sembravano generati da una smisurata moltitudine. Avevo poi riempito il buco di pietre procurandomi un’illusione di sicurezza.
A tutto c’è rimedio, pensai il mattino dopo, quando la luce del giorno tornò a inondare il mondo col suo ottimismo. E posai le trappole.
Ne presi uno solo, in cucina. Evidentemente, imparavano subito.
Un contadino mi procurò una gatta quasi adulta. Basta il suo odore per casa ad allontanarli, mi diceva. Era una gatta magnifica. Piena di energie, frugava ogni angolo. Mai stanca, mai doma, sempre eccitata.
Dopo soli quattro giorni, la trovai in giardino sgozzata e mutilata.
Là sotto, mi disse il contadino, ce ne sono di molto grossi e la notte escono. Quella gatta non era abbastanza adulta e furba, aggiunse. E me ne procurò un’altra. Questa, infatti, era abbastanza adulta e scaltra da tagliare la corda la prima notte.
Venne un’impresa di derattizzazione che disseminò il terreno di esche avvelenate che rimasero lì per sempre, intatte.

Abito sempre qui. Non ho potuto rivendere la proprietà perché la notizia dell’incontrollabile invasione s’era diffusa, né ho i mezzi per procurarmi un’altra dimora. Dentro casa, i topi mi sorvegliano. Mi tollerano perché, ogni giorno, butto loro qualcosa da mangiare.
In giardino non ci vado più perché sono troppi e troppo grossi.
Lo attraverso soltanto per andare e tornare dal lavoro.
La sera, percorro quel breve tratto buio nel modo più rumoroso possibile perché loro si spaventino almeno un pochino e vadano a rintanarsi. Non li vedo, ma li sento frusciare, vicinissimi. Allora batto, batto le mani e canto, canto sempre più forte.
Come da ragazzino, col batticuore.

Fulvio Musso

 

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