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L’angolo di Full: “L’abito eroico”

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L’abito eroico

Ero giunto quasi alla punta della vita e ancora possedevo un unico abito del quale mi sentivo figlio, ormai. Era un doppiopetto blu avuto in regalo da ragazzo, già usato, ma tenuto come una reliquia: in ogni senso perché presumo fosse appartenuto a un caro estinto.

L’ostinata durata di quel doppiopetto dipendeva anche dal fatto che fosse un capo da cerimonia ed io disponevo dell’abito, ma non delle cerimonie. Ricordo che, pur di sfoggiarlo, assistevo alle Messe Grandi dove mi annoiavo moltissimo… ma vestito da dio.

Era d’un tessuto di lana fantastico e indistruttibile, di quelli che ti abbracciano per tutta la vita. Non come facciamo noi.

C’avevo provato a comprarmi un ordinario abito completo con lo spigatino alla moda, ma quando arrivava il momento di sedersi alla scrivania col negoziante per stabilire rate e cambiali, non riuscivo mai a decidere se mi conveniva saltare la cena per sei mesi, oppure rinunciare a cena, sigarette e cinema per un solo trimestre. O invece, rischiare qualcosina in più e pagarlo in contanti dopo aver rapinato la ricevitoria del lotto il cui gestore mi stava sulle palle.

Una volta sfruttai il mio impeccabile doppiopetto per andare a trovare una signora e giustificai l’abbigliamento inventando la partecipazione a un funerale, ma quando lei mi chiese alcuni particolari sul defunto, mi ingarbugliai un po’. Fu la mia fortuna perché la signora prese a guardarmi con simpatia e qualche tempo dopo mi diede l’occasione di sfoggiare al meglio il mio sciccoso abito invitandomi a teatro.

Fu una serata fantastica, i biglietti erano in omaggio al Teatro Nuovo di Milano. Non ricordo il titolo della commedia, ma vi recitava un giovanissimo Paolo Poli. Attesi la signora passeggiando su e giù davanti al teatro, con l’impermeabile sul braccio, e raccattai più sguardi in quei dieci minuti che in un mese coi soliti personaggi che mi stavano intorno con il loro modo di essere morti.

Per me fu una botta di vita e, per il doppiopetto, l’apoteosi. Ma fu anche il suo canto del cigno.

Rientrando a casa in motorino, all’una di notte, non vidi la ghiaietta che m’aspettava, subdola, a lato di una pozzanghera. Slittai e finii a terra strisciando per vari metri sulla schiena.

Il bravo doppiopetto mi tenne stretto a sé e fu certamente la bontà del tessuto ad evitarmi lacerazioni e, forse, deturpazioni.

Lui, l’abito eroico, morì senza un gemito quella notte stessa, fra le mie braccia.

Fulvio Musso

 

 

 

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