Non basta conoscere la “nobile” Carta Costituzionale, né modificarla: basterebbe applicarla e rispettarla.

di Ernesto Bodini (giornalista ed esperto di problematiche sociali)
Preoccuparsi delle miserie umane è certamente un atto di sensibilità e partecipazione — anche indiretta — che dovrebbe coinvolgerci tutti. Tuttavia, oggi le rivendicazioni contro questa o quella ingiustizia sono portate avanti da gruppi diversi, legittimati a farlo, ma non sempre omogenei. C’è chi si concentra sulle popolazioni extranazionali vittime di dispotismi, e chi invece dà priorità alle ingiustizie interne. In entrambi i casi, però, i risultati apprezzabili scarseggiano.
Ogni giorno siamo esposti alle più svariate avversità, sia per cause naturali sia per azioni maldestre dell’uomo. Ma, data la moltitudine degli eventi, le contestazioni risultano sempre più dicotomiche: ogni gruppo agisce secondo il proprio orientamento politico‑ideologico, la propria sensibilità e, talvolta, il proprio livello culturale. Nel frattempo, nel nostro Paese non si percepisce compattezza nemmeno tra contestatori della stessa area. E anche quando molte persone scendono in piazza, a fine manifestazione tutto rimane più o meno come prima, con l’aggravante dei danni derivati dal vandalismo, che ricadono sull’Amministrazione e quindi sulla collettività. Non è questo il modo più civile di contestare.
La nostra cultura “post ’68” avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. E invece, ancora oggi, la maggior parte dei cittadini non è propensa al dialogo con le Istituzioni (e viceversa). Un dialogo che andrebbe imposto per razionalità e coerenza con i principi costituzionali, senza delegare necessariamente questo compito a Movimenti che spesso hanno ben poco di democratico e ancor meno di saggio. I politici, di ieri e di oggi, raramente si sono resi disponibili al confronto diretto, limitandosi a incontrare piccole rappresentanze che non sempre sono all’altezza di affrontare questioni complesse.
Gli italiani continuano a non utilizzare gli strumenti democratici più semplici e diretti — carta e penna — oggi più accessibili ed efficaci rispetto al passato, quando prevaleva la protesta di piazza con le sue conseguenze. E se alcune conquiste in materia di diritti sono state ottenute, il prezzo pagato lo stiamo ancora scontando, giorno dopo giorno, con un’eccessiva libertà incontrollata.
Un ulteriore ostacolo, che avrebbe dovuto essere affrontato sin dall’inizio, è la burocrazia. Su di essa esiste ormai una vasta letteratura, ma non è mai sorto alcun “templare in versione moderna” capace di contrastarla, forse perché non è mai esistito. È vero che la conquista del regime repubblicano e democratico — e i benefici che ne sono seguiti — sono costati la vita a molti nostri connazionali. Ma oggi, a distanza di decenni da quel periodo oscuro, sarebbe opportuno impegnarsi per la reale applicazione della Carta costituzionale, troppo spesso disattesa, invece di limitarci a citarla senza spiegare come e perché alcuni suoi articoli vengano elusi.
Non serve una grande istruzione per ricordare ai cittadini i diritti e i doveri stabiliti dai padri costituenti. A tutti noi spetta attenersi a tali principi, assumendo un atteggiamento pacifico e democratico e, quando necessario, denunciando per iscritto ciò che non viene rispettato.
Si provi a immaginare cosa accadrebbe se, ogni volta, sulle scrivanie dei destinatari competenti arrivassero — da parte dei singoli cittadini — non semplici lamentele, ma veri e propri esposti che dimostrano come un diritto sancito dalla Costituzione o da leggi specifiche non trovi riscontro nella vita quotidiana. Ora che si avvicina il referendum del 22 e 23 marzo sulla giustizia, che chiamerà i cittadini a esprimersi su una riforma costituzionale riguardante l’organizzazione della Magistratura e la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, sarebbe interessante sapere quanti elettori abbiano piena consapevolezza di questo impegno civico.
Ma cosa significa separazione delle carriere? In sintesi, si tratta di una riforma che mira a dividere nettamente il percorso professionale dei giudici — che decidono le cause — da quello dei pubblici ministeri — che sostengono l’accusa. Due ordini distinti, non più comunicanti, con concorsi e organi di autogoverno separati. L’obiettivo dichiarato è rafforzare l’imparzialità del giudice, separando chi giudica da chi accusa. Ma non mancano timori di un possibile indebolimento dell’indipendenza del PM e di un maggiore rischio di controllo politico. Non sta certo a me orientare il lettore, né intendo farlo. Ma è doveroso ricordare che ogni decisione politica o istituzionale che riguarda il destino del Paese richiede almeno la conoscenza della Costituzione, oggi facilmente consultabile anche online.
Concludo ricordando che, se la nostra è una società di diritti, lo è anche — e soprattutto — di doveri. E chi deve rispettarli? Tutti noi, compresi i massimi rappresentanti delle Istituzioni. Se ciò avvenisse, la burocrazia assumerebbe un ruolo secondario e non ci sarebbe bisogno di invocare “templari in versione moderna”.
Un’ultima osservazione: è vero che, a parte gli addetti ai lavori, pochi cittadini possiedono basi giuridiche solide. Ma questo non significa che non si debba informarsi. A chiunque può capitare di inciampare — senza colpa — sui gradini dell’ingiustizia e ritrovarsi costretto a ricorrere a un legale, tra parcelle e risultati non sempre soddisfacenti.