Leggi inapplicate, burocrazia e responsabilità istituzionali tra le cause principali. Intanto la sanità privata continua a incrementare i propri introiti.

di Ernesto Bodini (giornalista ed esperto di tematiche sociali)
In Italia si continua a parlare di tutela della salute, ma la realtà quotidiana racconta altro: pazienti sani, pazienti che si ammalano e pazienti che muoiono. Molte volte l’esito fatale è conseguenza di una malattia non curata in tempo utile, e questo rappresenta una violazione del diritto alla salute sancito dalla Costituzione (artt. 3 e 32) e dalla Legge n Italia si continua a parlare di tutela della salute, ma la realtà quotidiana racconta altro: pazienti sani, pazienti che si ammalano e pazienti che muoiono. Molte volte l’esito fatale è conseguenza di una malattia non curata in tempo utile, e questo rappresenta una violazione del diritto alla salute sancito dalla Costituzione (artt. 3 e 32) e dalla Legge 833/1978 sulla Riforma sanitaria.
Perché accade tutto ciò? La domanda sembra banale, ma non lo è. Le leggi esistono e dovrebbero essere applicate; tuttavia, quando questo non avviene, i diritti restano solo sulla carta. In teoria, ogni cittadino dovrebbe pretendere l’applicazione delle norme tramite una semplice raccomandata A/R, individualmente, senza ricorrere a class action o referendum. Ma nella pratica questo non accade, nemmeno quando si subiscono gravi penalizzazioni nell’accesso alle cure.
È bene ricordare che non è il cittadino malato a dover dimostrare di avere dei diritti: sono le Istituzioni che devono dimostrare di saperli garantire. Quando ciò non avviene, è necessario individuare le responsabilità di chi gestisce il sistema sanitario, a livello nazionale e locale. Governanti e amministratori pubblici hanno il dovere di assicurare il funzionamento del sistema; se non lo fanno, possono incorrere in responsabilità precise, come il reato di omissione (art. 328 C.P.) per mancata assistenza. Se non intendono assumersi tali responsabilità, hanno due possibilità: applicare realmente le competenze loro attribuite o lasciare l’incarico. Ma i fatti quotidiani dimostrano che spesso non avviene né l’una né l’altra cosa.
Nel frattempo, i cittadini-pazienti che necessitano di visite o esami urgenti si trovano davanti a cinque alternative: attendere le liste d’attesa, ricorrere all’intramoenia (quando disponibile), rivolgersi alla sanità privata, andare al Pronto Soccorso con tutte le conseguenze del caso, oppure rinunciare alle cure.
Questo quadro si inserisce in una situazione politica più ampia, segnata da problemi di diversa natura. Nonostante la storia e le conquiste del nostro Paese, sembra di aver fatto due passi avanti e tre indietro: un “progresso retrogrado” che svuota di significato molte delle conquiste ottenute con sacrificio. Non intendo impartire lezioni di politica, ma è innegabile che negli ultimi decenni siano state poche le figure realmente illuminate nella gestione della cosa pubblica. L’ambizione del potere, quando mal interpretata, impedisce di vedere la realtà e di affrontarla con responsabilità.
Tornando alla sanità, non vedo vie d’uscita se non quella di procedere — giuridicamente e democraticamente — contro le Istituzioni preposte, dimostrando la loro inefficienza e inadempienza nell’applicazione delle leggi. Scendere in piazza serve poco: la Pubblica Amministrazione comunica sempre per iscritto, mentre il cittadino spesso non risponde con lo stesso strumento, preferendo lamentarsi sui giornali o tacere.
In definitiva, è inutile continuare a legiferare se poi non si è in grado di rendere operative le leggi. Come ricordava Armand-Jean du Plessis, duca di Richelieu (1585-1642): «Promulgare una legge e non farla rispettare equivale ad autorizzare la cosa che si vuole proibire».