
di Ivan Pozzoni
La frattura della diversità tra origini, contesto e sradicamento
Esiste un momento esatto nell’esistenza in cui un individuo smette di percepirsi semplicemente come un uomo e si scopre marchiato come un altro. Nella narrativa di John Fante, tra le più viscerali del Novecento americano, questo istante non coincide con un dramma plateale, ma con una consapevolezza strisciante che condiziona la quotidianità. L’indagine critica si inserisce in questa crepatura, analizzando l’emarginazione fantiana per rivelare quanto la diversità superi i confini della sociologia. La diversità diventa una categoria filosofica e una condizione esistenziale universale. Fante non la descrive mai in modo banale, ma la ramifica in due direzioni interconnesse: la diversità di origini e la diversità di contesto esistenziale. La prima genera quella stato che l’antropologia definisce liminalità, ovvero la condizione di chi vive perennemente sulla soglia, incapace di integrarsi nel nuovo mondo e amputato dalla terra di provenienza. Un esempio toccante è nonna Bettina in Un anno terribile: con le radici sospese in Abruzzo, vive l’emigrazione negli Stati Uniti come una condanna. A Torricella Peligna la miseria era condivisa da tutti come un pezzo di pane, rendendo il paese un unico organismo. In America, invece, la nonna si ritrova isolata, paragonata a un «dito strappato dal corpo». Questo senso di estraneità colpisce anche il giovane Arturo Bandini in Aspetta Primavera, Bandini, per il quale la diversità si traduce nella vergogna quotidiana per le toppe sui pantaloni e per quel cognome italiano che lo isola dai coetanei. D’altra parte, la diversità di contesto produce l’estraneo, come accade a Svevo Bandini nel lussuoso salone della vedova Hildegarde: l’umiliazione scaturisce dal contrasto tra la magnificenza del luogo e le proprie scarpe sfondate che scivolano sul pavimento splendente. Con un’intuizione brillante, Fante attribuisce entrambi i tratti dello straniero e dell’estraneo persino al cane Stupido in A Ovest di Roma, animale marginale guardato dall’alto in basso dai cani anglosassoni e temuto dai residenti di Point Dume.
Il circuito chiuso tra diffidenza e umiliazione: la spirale della discriminazione
La struttura dell’opera di Fante mette a nudo i meccanismi psicologici attraverso cui la diversità viene alimentata nella società. Tale dinamica si regge su un nesso causale a circuito chiuso tra due sentimenti complementari: la diffidenza provata da chi discrimina e l’umiliazione interiorizzata da chi viene emarginato. La diffidenza rappresenta lo sguardo prevenuto dell’altro che prefigura una minaccia. Fante ne descrive le forme sottili: è la reazione delle ragazze americane che trasaliscono sui filobus accanto all’immigrato Julio Sal, o il terrore della gente che scorge nel cane Stupido un mostro proveniente da luoghi lontani. L’umiliazione costituisce la dolorosa interiorizzazione di questa diffidenza: l’emarginato finisce per percepirsi come un essere penoso e insignificante. Questa ferita genera una rabbia che cerca una valvola di sfogo. In un brano de La strada per Los Angeles, l’autore illustra come l’umiliazione spinga la vittima a farsi carnefice. Il protagonista, insultato da ragazzo come «guappo terrone», scarica la medesima discriminazione su un collega filippino. Nel momento in cui lo insulta chiamandolo «negro» e deridendolo con una risata artificiale, assiste allo spostamento sensoriale dell’altro: il volto del ragazzo si irrigidisce come il ghiaccio, passando dall’offesa alla difesa con un’espressione di totale impotenza. Questo episodio mostra come l’umiliazione non renda gli uomini migliori, ma inneschi una catena d’odio in cui chi è stato schiacciato cerca riscatto infierendo su chi sta ancora più in basso. Lo stesso Arturo Bandini, nei suoi dialoghi ideali con Camilla Lopez in Chiedi alla polvere, ammette come il rifiuto subito lo abbia spinto a chiudersi nei libri e a sviluppare un cupo sentimento di vendetta verso la società.
Reazioni d’adattamento: il rifugio nel modello tradizionale e il fallimento dell’assimilazione
Di fronte al peso della discriminazione, i personaggi di Fante mettono in atto differenti strategie di adattamento. La prima è quella elaborata dagli stranieri diretti, ossia gli immigrati di prima generazione come Svevo Bandini e Rocco Saccone, o come gli operai ne La grande fame. Consapevoli dell’impossibilità di integrarsi, questi soggetti rifiutano l’assimilazione e costruiscono un’identità alternativa fondata sulla «consanguineità» tra emarginati, creando uno spazio protetto fatto di dialetto, risate e ricordi della terra d’origine. Una strada opposta viene intrapresa dagli stranieri di seconda generazione, ossia i figli degli immigrati, i quali rifiutano con rabbia le radici dei padri. In essi, la paura del rifiuto si traduce nella demolizione delle proprie origini: il giovane protagonista guarda con disprezzo il padre, vergognandosi dei suoi baffi all’italiana, dell’accento e degli abiti dimessi. Questa pulsione porta a cercare rifugio nel modello americano dominante, come emerge dal confronto tra Arturo e Camilla in Chiedi alla polvere: Arturo rimprovera la ragazza messicana di truccarsi solo per sembrare americana, ma cade nella medesima trappola, divorando i loro libri e desiderando le loro donne nell’illusione di essere accettato. Tuttavia, il dramma profondo risiede nel fallimento inevitabile dell’assimilazione. L’adesione al modello americano non sana la ferita dell’emarginato, che si ritrova a constatare l’amara realtà: «Ma sono povero, il mio nome termina con una vocale dolce e loro odiano me, mio padre e il padre di mio padre». L’analisi ci conduce alla conclusione che la diversità in Fante non è un marchio temporaneo che si può cancellare, ma una condizione ontologica dell’uomo, una cifra di solitudine ma anche il motore segreto della creazione letteraria.




