AL MOLECULAR BIOTECHONOLOGY CENTER DI TORINO Sono riprese (in presenza) le conferenze de “I lunedì di Promozione della Prevenzione e della Salute”

di Ernesto Bodini (giornalista scientifico)

prof. Paolo Gontero

Gli incontri di lunedi 9 maggio sono stati dedicati a due argomenti di notevole attualità, quali “La prevenzione delle malattie prostatiche: falsi miti e realtà”, a cura del prof. Paolo Gontero, direttore della Clinica Urologica della A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino (ospedale Molinette); e “Donne e uomini sono sempre uguali di fronte alle malattie?”, a cura della dott.ssa Enrica Ciccarelli, endocrinologa all’ospedale Martini di Torino, e referente per la Medicina di Genere all’Asl Città di Torino. Il primo relatore ha anzitutto ricordato che la prostata (o ghiandola prostatica) è un piccolo organo che fa parte dell’apparato genitale maschile, ed è posizionata nella pelvi, appena sotto la vescica e davanti al retto e che circonda il tratto superiore dell’uretra, la cui principale funzione consiste nel contribuire a produrre lo sperma rilasciato durante l’eiaculazione. Quando vi è una chiara indicazione viene asportata solitamente (nel 95% dei casi) in chirurgia robotica, metodica particolarmente indicata proprio per la posizione anatomica in cui si trova. «Talvolta – ha spiegato il clinico – ne consegue un problema di incontinenza in quanto viene temporaneamente leso il muscolo del pavimento pelvico che permette la continenza. In caso di ipertrofia prostatica benigna (IPB) nel 70% dei casi si procede alla riduzione della ghiandola, soprattutto se tali pazienti  non rispondono alle terapie mediche; trattasi di un intervento con meno effetti “dannosi” sulla continenza delle urine, oltre ad intervenire in presenza di un tumore prostatico». Ma altra implicazione a seguito di questi interventi riguarda la sfera della sessualità, in quanto può verificarsi un danno permanente all’erezione per la necessaria rimozione dei nervi ricorrenti.Va detto che nel 70% dei casi questa ghiandola tende ad aumentare di volume con relativi sintomi, come la minzione frequente (specie di notte), e 1 soggetto su 9 risulta affetto da tumore della stessa clinicamente rilevante; nel 20% dei casi si manifesta la prostatite (infiammazione) e ciò può avvenire a qualsiasi età; anche se questa è una patologia non grave può diventare cronica e provocare diversi disturbi. «Tuttavia, una prostata in grossata – ha precisato il clinico – non significa necessariamente malattia, ma una situazione parafisiologica, tant’è che talvolta alcuni pazienti sono asintomatici e asportare la ghiandola per una questione meramente di “normalità”, non è un obiettivo sufficiente, ad eccezione di eventuali complicanze o sintomi refrattari alle terapie; in questi casi l’obiettivo è quello di migliorare la qualità della vita». Ma la IPB aumenta il rischio di cancro? È il timore di molti uomini, ma secondo il relatore tale timore è pressoché infondato perché l’ingrossamento solitamente si manifesta dopo i 50 anni di età e il tumore prostatico  tendenzialmente aumenta in una età più avanzata, ciò rispetto all’IPB che si ingrossa nella parte centrale che circonda il canale che porta all’urina. Il tumore non ha nulla a che vedere con l’IPB in quanto insorge in una zona diversa dalla prostata stessa, e questo nell’80% dei casi, e solo il 20% dei tumori può casualmente insorgere nella zona prostatica. Ma quali le considerazioni in proposito? «Avere la prostata ingrossata – ha precisato il cattedratico – non aumenta il rischio di avere un tumore prostatico -, e se ciò si manifesta è puramente casuale; inoltre, eliminarla, anche se ingrossata, non esula totalmente dalla possibilità di contrarre un tumore. Quindi, con la diagnosi precoce il tumore prostatico viene individuato indipendentemente dalla presenza di sintomi relativi alla minzione che sono causa della IPB. Per la sua riduzione le terapie sono oggi neno invasive, grazie alle diverse tecniche disoponibili come i laser, alcuni dei quali sono particolarmente efficaci. In ogni caso, è sempre utile la prevenzione». Il relatore ha anche ricordato che la prostatite può manifestarsi a tutte le età degli adulti, e anch’essa non favorisce l’insorgenza di un tumore alla ghiandola: il contrario è un falso mito… «Ai fini della prevenzione – ha suggerito il prof. Gontero – è utile prevenire l’obesità, adottare una corretta alimentazione, fare attività sportiva, e non è certo controindicato andare in bicicletta (la controindicazione a questo riguardo è un altro falso mito), ma con qualche accorgimento in presenza di infiammazione della ghiandola. Per quanto riguarda l’esame del PSA (acronimo di “Antigene Prostatico Specifico”, è una proteina che viene prodotta dalle cellule della ghiandola prostatica, ndr) , il cui valore aumenta nell’80% dei casi in presenza del tumore prostatico. Controllare il valore del PSA serve a migliorare la sopravvivenza al fine di poter diagnosticare un tumore in anticipo; quindi utile l’equazione: visita medica, esame Psa e screening, ossia controlli nel tempo. E ciò anche se lo screening non è obbligatorio per il carcinoma prostatico».

dr.ssa Enrica Ciccarelli

Relativamente alla cosiddetta Medicina di Genere, attualmente tale aspetto sta suscitando un certo interesse, in qunto è una problematica che riguarda non solo il paziente in quanto tale, ma anche il processo organizzativo  inerente le malattie e le terapie. Ma cosa si intende per medicina di genere, o meglio, Genere Specifica? «Genere e Sesso – ha spiegato la dott.ssa Ciccarelli – sono due termini sovente usati come sinonimi, e in parte lo sono… Il Genere si diversifica in quanto non solo è questione estetica che differeenzia l’uomo dalla donna, ma nelle differenze di genere lo sono anche dal punto di vista socio-culturale, come ad esempio nel comportamento. Il Genere è comunque un termine in uso dal 1968, e si hanno tre componenti che identificano le influenze ormonali, l’assegnazione del sesso alla nascita, e anche le influenze dell’ambiente come pure quelle psicologiche». In effetti, fino al XVIII secolo si ha l’identificazione della donna come aspetto ad “uso e “consumo” sessuale e riproduttivo; nel 1998 l’Oms ha pubblicato una “sfida di genere” per le nazioni e le organizzazioni internazionali, un invito a migliorare la valutazione dei fattori di rischio che coinvolgono la salute delle donne, lo sviluppo di strategie preventive per ridurre l’impatto delle malattie che affliggono maggiormente le donne, e ad uno sforzo maggiore per comprendere perché gli uomini muoiono prima delle donne. «Con l’ottica della differenza che può essere evidenziata per tutti i tipi di patologie – ha sottolineato la relatrice – si comincia a capire qualcosa di più, a cominciare, ad esempio, dai problemi cardiovascolari (CV), e le patologie che colpiscono l’uomo e la donna in modo diverso… Le malattie CV sono considerate  ancora prevalenti nel sesso maschile, mentre sono sottostimate nella donna che spesso manifesta sintomi diversi dall’uomo. Va precisato e considerato che a riguardo ci sono fattori multidimensionali: psico-sociali, fisiologici, anatomici e biologici che contribuiscono alla diversa sintomatologia tra uomo e donna. Quindi, la patologia prevalente nella donna è cardiovascolare e non quella relativa al seno come comunemente si tende a pensare». In questo contesto, oggi si può fare molto in considerazione del fatto che un terzo dei decessi a livello mondiale avviene proprio per problemi cardiovascolari, metà dei quali riguardano le pazienti over 50, ossia dopo la menopausa». Da tutto ciò si è appreso che esistono delle differenze di genere, e che la donna rappresenta una condizione equiparabile all’uomo ma con dieci anni di ritardo… Tutte queste differenze sono date dal fatto che per certi versi si considera più l’uomo rispetto alla donna, anche perché quest’ultima si presenta meno… a cominciare dal fatto della differente sintomatologia in diverse malattie, e la stessa tende a trascurarsi un po’ di più rispetto all’uomo. Un altro problema da considerare è il diabete, patologia semre più in evoluzione con le relative complicanze, sia quello di tipo 1 che di tipo 2 (mellito); e per prevenire tale evoluzione patologica è necessaria una capillare prevenzione. «Anche in questo caso – ha precisato la relatrice – si manifesta una certa differenza tra uomo e donna e, tra i diversi fattori coinvolti, sono da rilevare quelli ormonali, l’obesità addominale, l’ipertensione, elevati livelli di colesterolo, maggiore ipercoagulabilità, etc. Inoltre, la donna è meno propensa a sottoporsi ad esami di controllo, come pure per la donna è differente il trattamento terapeutico, pur rispettando il protocollo dello stesso». La relatrice ha anche introdotto il problema relativo all’Endocrine Disruptor, ossia l’alterazione della funzione d’organo: eccesso o riduzione di produzione di ormoni, modifica di un ormone rispetto ad un altro, alterazioni nel metabolismo ormonale, promozione di morte cellulare prematura, legame ad ormoni essenziali, accumulo di organi che producono ormoni, etc. «È pure da considerare – ha aggiunto – l’associazione con i micobatteri (elementi relativi alla tubercolosi, ndr), e un relativo studio ha rilevato che nelle donne l’associazione di inquinanti ambientali con micobatterio sia molto più a rischio di creare patologie come la tubercolosi nelle donne, di cui ci si sta approfondendo perché la risposta immunitaria è diversa da uomo a donna: nel genere la donna risponde diversamente perché è più “vivace” dal punto di vista immunitario». In merito all’infezione da Covid-19 ha spiegato che per quanto riguarda il contrarre questa malattia e le difese immunitarie, c’è qualche differenza tra uomo e donna. «La possibilità di sviluppare la malattia – ha precisato la dott.ssa Ciccarelli – è praticamente uguale, ma nell’uomo esiste una maggiore severità indipendentemente dall’età: il rischio di morte di un maschio che contrae il coronavirus è 2,4 per la donna. Per quanto riguarda invece l’osteoporosi anche l’uomo non ne è immune, ma è opportuno verificare a fondo quando si manifesta la patologia, sia nell’uomo che nella donna, con la precisazione che in caso di frattura del femore, ad esempio, l’uomo è più vulnerabile». Dal punto di vista psichiatrico la relatrice ha precisato che la depressione si manifesta più frequentemente nella donna, ma in caso di suicidio nell’uomo l’incidenza è molto più elevata in quanto non viene considerato a sufficienza l’aspetto della crisi depressiva; inoltre nella donna il consumo di farmaci è maggiore rispetto all’uomo, come pure in essa sono maggiori gli effetti collaterali legati al dosaggio assunto e alla risposta dell’organismo (metabolismo). «Vi è dunque – ha concluso la dott.ssa Ciccarelli – sempre più la necessità di capire i meccanismi che si manifestano nelle malattie e nelle terapie tanto nell’uomo quanto nella donna, sia dal punto di vista clinico che economico con l’quazione: appropriateza, cura-guarigione e risparmio».

Foto di Giovanni Bresciani

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