
Da sempre la carenza di solide basi familiari e di adeguati interventi disciplinari penalizza l’adolescente, così come l’eccessiva e incontrollata libertà e il facile accesso – o pretesa – ai beni materiali.

di Ernesto Bodini (giornalista ed esperto di tematiche sociali)
Per i giovani era più problematica la vita nei collegi di una volta o quella attuale, con tutti i suoi pro e contro? A prima vista questa domanda, che non vuole essere provocatoria, potrebbe sembrare un confronto forzato; in realtà, alla luce dei molteplici disagi lamentati dagli adolescenti di oggi, sarebbe utile spiegare cosa significasse per i loro coetanei vivere in collegio negli anni ’50-’60, epoca in cui non esistevano né progresso né distrazioni.
Prendiamo ad esempio la vita nei collegi della Pro Juventute voluti da don Carlo Gnocchi (1902-1956), dove chi scrive ha vissuto per oltre sette anni. In questi istituti si era ricoverati come internati: in parte perché mutilati a causa dell’ultimo conflitto, in parte per gli esiti della poliomielite. Eravamo tutti minorenni: si entrava a 6-8 anni e si veniva dimessi tra i 16 e i 18 anni, al completamento del secondo o terzo ciclo di studi. La permanenza era annuale, con rientro in famiglia solo per le vacanze natalizie e pasquali (per chi poteva) e, per tutti, durante le vacanze estive.
La maggior parte di questi giovani proveniva da famiglie disagiate, spesso numerose e prive di sufficienti sostegni, quindi incapaci di garantire un’adeguata rieducazione fisica. A quei tempi il Servizio sanitario nazionale non prevedeva forme di assistenza e riabilitazione adeguate. Mancava anche il supporto psicologico, che nei collegi veniva in parte supplito dall’opera educativa di don Carlo Gnocchi. Ciò nonostante, non si può ignorare il patema della vita in collegio, la distanza dagli affetti familiari e il peso dell’età adolescenziale, elementi delicati in un periodo cruciale dello sviluppo psico-pedagogico e culturale.
Le distrazioni erano pressoché inesistenti: solo un cinema settimanale, qualche modesta attività sportiva o la raccolta di figurine dei beniamini dello sport. Era invece assolutamente vietato collezionare immagini di attori o personaggi dello spettacolo, considerate “diseducative” o contrarie alla morale, così come non era consentito possedere una radio transistor. Gli ospiti erano seguiti da educatori del clero, preti-laici non votati ai doveri delle consacrazioni religiose.
Questa breve introduzione serve a evidenziare che, nonostante alcune ristrettezze – talvolta anche alimentari – che potevano incidere sul piano psicologico (e in alcuni casi ciò avvenne), la maggior parte delle migliaia di ospiti raggiunse la maggiore età con una formazione scolastica adeguata, pronta per affrontare la vita in società.
Gli adolescenti di oggi, salvo casi specifici seguiti dalle istituzioni, non soffrono di disabilità fisiche; il loro disagio sembra piuttosto legato a carenze di sostegno familiare e, al tempo stesso, all’accesso illimitato ai beni materiali offerti dal progresso. Nei decenni passati era riconosciuta l’autorità degli adulti, ai quali si doveva rispetto.

Per analogia, va ricordato che in Italia era in vigore il Servizio di leva obbligatorio (sospeso nel 2005). Il paragone può sembrare fuori luogo rispetto alla vita nei collegi, popolati da soggetti con esigenze fisiche particolari; tuttavia anche lì vigeva una disciplina severa, talvolta eccessiva, che provocò reazioni avverse in alcuni. Ciò non toglie che la realtà odierna necessiti – o necessiterebbe – di provvedimenti simili: mentre la scuola svolge un ruolo educativo limitato, aumentano episodi di aggressività e bullismo, fino a sconfinare nell’illegalità.
A questo punto mi chiedo: perché non raccontare alle nuove generazioni esperienze come quella sopra descritta, affinché comprendano che la vita è un diritto-dovere che esige rispetto da parte di tutti? A mio parere sarebbe utile ripristinare il Servizio di leva, anche perché tra gli adulti aumentano gli eccessi di libertà e la mancanza di rispetto, oltre ai numerosi atti contro la persona e il patrimonio.
Lo Stato dovrebbe intervenire con provvedimenti efficaci non solo sul piano legislativo, ma anche educativo, promuovendo la conoscenza di queste realtà attraverso incontri programmati, magari con la presenza dei genitori. In caso contrario, si rischia – e siamo già sulla strada – di avere una popolazione adolescenziale con crescenti problemi psico-pedagogici e una popolazione adulta allo sbando e ai limiti della legalità.
In sostanza, se i collegi non hanno più ragione di esistere, una adeguata disciplina militare potrebbe rappresentare una garanzia per gli uomini di domani. Senza trascurare, in entrambi i casi, la necessità di limitare il facile accesso ai molteplici “comfort” del progresso, soprattutto tecnologico e informatico, anche a livello virtuale.
Un’ultima osservazione: non è necessario fondare ulteriori movimenti o associazioni che, oltre a essere ripetitivi, risultano dispersivi e poco efficaci.
(Nella foto in basso: l’ex collegio “Santa Maria ai Colli” di Torino)




