Aborto: “Marcia nazionale per la vita” e scoppia la polemica

Aborto: “Marcia nazionale per la vita” e scoppia la polemica

 

 

 

 

“La mia storia inizia male, con un matrimonio a 17 anni e con un compagno sbagliato. Poi otto anni di liti, di incomprensioni, di fame nera e di botte. Appena la più piccola delle mie figlie ha avuto l’età per essere accettata in un istituto ho lasciato la mia città e sono venuta a Roma, dove ho iniziato la lotta per la sopravvivenza. Inseguendo lavori duri (…). Per un lungo periodo sono stata disoccupata e proprio allora ho scoperto di essere incinta: come avrei potuto fare per crescerlo bene e non sbatterlo da un istituto all’altro, come avevo fatto per le altre due figlie? Quel bambino non potevo averlo. Ho chiesto aiuto ad una conoscente che mi ha dato appuntamento in casa sua. Non c’era anestesista, non c’era niente, mi ha fatto un’iniezione di Valium. Mi sono divincolata perché il cucchiaio ti raschia dentro, mentre sei sveglia, fa tanto male. E così son arrivate le perforazioni. Due all’utero una all’intestino. Non sono andata immediatamente in clinica. Portavo in grembo tre feti, non un solo. Sono stata ricoverata in prognosi riservata e mi è arrivata una denuncia per il reato di aborto.

” Da un articolo del Corriere della Sera del 1976 (tratto dal sito http://www.storicamente.org) è questo il racconto di una donna che negli anni Settanta, in Italia, ha scelto di abortire.

Fino al 1978 storie come questa portavano a un processo: scegliere di non portare avanti una gravidanza era un reato, e le donne che decidevano di abortire dovevano farlo clandestinamente; spesso provvedevano da sole, qualora non avessero la possibilità economica per permettersi l’aiuto di un medico o della cosiddetta “mammana”, e allora abortivano nelle cantine, al buio, o sulla fredda tavola di qualche cucina. Di nascosto e in condizioni igieniche precarie.

 

Il 22 maggio 1978 in Italia entra in vigore la Legge n. 194, che regola le norme sulla tutela della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza. La legge stabilisce che la donna può ricorrere all’aborto fino al novantesimo giorno di gravidanza, quindi fino a tre mesi, e tra il quarto e il quinto mese solo per motivi terapeutici.

 

La 194 venne confermata nel 1981 con un referendum abrogativo che vide la vittoria del No con più del 60 % delle preferenze, ma nonostante ciò la questione ha sempre innescato un acceso dibattito politico e sociale in Italia.

 

L’ultima polemica arriva dalla manifestazione antiabortista che si è tenuta Domenica 13 maggio a Roma: la “Marcia nazionale per la vita”, questo il nome dell’evento, ha sfilato nella Capitale vedendo la partecipazione di alcune migliaia di persone accompagnate da cartelloni e striscioni quali: “Aborto, divorzio eutanasia: il pianto di Maria”, “L’aborto è violenza”, “Stop aborto”, “Basta genocidi silenziosi”, “Legge 194: sterminio di Stato; più di cinque milioni di figli eliminati”.

 

Durante il corteo un gruppo di contestatrici femministe ha esposto uno striscione di protesta con scritto: “Aborto clandestino profitto di milioni, è questa la morale di preti e padroni”: ed è stato in questo momento che i manifestanti “pro-life” –così vengono chiamati gli antiabortisti- intonano lo slogan: “Abortisti assassini!”.

 

Il nodo della polemica però è stato il Patrocinio concesso dal Comune di Roma a una manifestazione apertamente schierata contro una legge di Stato e la partecipazione del sindaco di Roma Gianni Alemanno, che ha indossato il tricolore e ha guidato la testa del corteo. “Il messaggio è che nessuna famiglia o donna deve essere costretta a rinunciare ad un figlio –ha dichiarato il primo cittadino-. Roma è mobilitata da sempre per la famiglia e a tutti quelli che si sono risentiti noi diciamo: cercate almeno di applicare tutta la legge 194, legata alla prevenzione che troppo facilmente viene dimenticata”.

 

Lo stesso Gianni Alemanno che, durante la Conferenza sulla famiglia del novembre del 2010, a proposito degli aiuti alle famiglie aveva dichiarato:

“La Capitale realizzerà solo asili nido convenzionati perché costano la metà di quelli comunali (…) infatti per uno convenzionato si spendono 7mila euro l’anno a bimbo contro i 13 mila di uno comunale; (…) si penserà agli asili nido comunali solo in situazioni particolari ma punteremo a creare soprattutto collaborazioni con il privato sociale”.

Secondo il quotidiano “La Repubblica”, a Roma per l’anno 2012/2013 sono più di 9000 i bimbi in lista d’attesa per un posto all’asilo nido comunale.

Grazia D’Onofrio

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