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“A viso coperto” di Riccardo Gazzaniga: il libro

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Prima di giudicare, comprendere: lo insegna Gazzaniga, poliziotto-scrittore che racconta gli scontri tra ultra e celerini provando a mettersi pure dall’altra parte della barricata.

di Marcella Onnis

una serie di copie del romanzo A viso copertoIl 3 aprile scorso Riccardo Gazzaniga ha presentato  a Cagliari il suo romanzo “A viso coperto”.  L’evento è stato organizzato da Bigodini e letteratura e a dialogare con il poliziotto-scrittore c’era Giuseppina Vacca, fondatrice del gruppo insieme a Paola Troncia. Sin da subito la presentatrice della serata ha ricordato che con questo romanzo Gazzaniga ha vinto il Premio Calvino 2012, riservato a inediti e «tra i più importanti per la prima opera di un autore». Un riconoscimento importante, che in casi come il suo può anche diventare un buon trampolino di lancio: «Il Calvino è stato un po’ la porta per arrivare a Einaudi» ha, infatti, raccontato l’autore.

UNA STORIA CRUDA – Confesso che, se non fosse stato per Giuseppina Vacca, non so se e quando avrei affrontato questa impegnativa lettura. E dico impegnativa per il contenuto (il libro racconta di scontri tra ultra e celerini), non per la scrittura che, anzi, è molto scorrevole. Confermo, infatti, quanto affermato da altri lettori: le oltre 500 pagine scorrono via veloci, con una graduale e costante accelerazione del ritmo. L’autore – complice, forse, la sua editor Rosella Postorino, che non ha mancato di ringraziare – ha saputo innescare una spirale di eventi che, passando per più colpi di scena, trascina tutti, lettore compreso, verso un tormentato finale.

Non credo, inoltre, di anticipare troppo se dico che la violenza la fa da padrona su tutto, anche sul linguaggio, che non fa sconti e che, nei dialoghi, pesca a piene mani nel turpiloquio. D’altronde, raccontare la realtà, seppure attraverso una storia fittizia, richiede di essere verosimili e, dovendo dipingere personaggi e situazioni credibili, Gazzaniga non avrebbe certo potuto mettere in bocca a personaggi come Lupo o Ferro – tanto per fare qualche nome – degli “accipicchia” e dei “capperi”.

UN ROMANZO CORALE – Lupo e Ferro sono solo due dei personaggi centrali: Giuseppina Vacca e Riccardo Gazzaniga ne hanno indicato tredici e l’autore ha spiegato che sono «tutti protagonisti, tutti allo stesso livello. È un romanzo corale con 13 modi di vedere, sia dal lato del poliziotto che di quello del tifoso ultra».

L’universo maschile ovviamente ha più peso, ma un ruolo fondamentale è comunque giocato da alcuni personaggi femminili. In particolare, Giuseppina Vacca ha individuato in Clara ed Elisa «quasi la voce della coscienza per i loro compagni, un ultra e un celerino.» Ma, ha spiegato l’autore, in realtà questa «non è stata una scelta voluta, è venuta un po’ così. Per legge le donne non possono far parte dei celerini, mentre tra gli ultra le donne sono rare. Per questo sono due mondi maschilisti. Le donne mi servivano come loro controcanto, per far vedere le cose da un punto di vista diverso». E anche nel delineare queste coppie l’autore ha cercato, da un lato, di combattere i pregiudizi («il tifoso non è necessariamente ignorante e buzzurro») e, dall’altro, di essere verosimile («non è un cliché come mi hanno accusato: succede spesso che un poliziotto scelga una ragazza di sinistra»).

NICOLA E ALE – Uno dei personaggi su cui si è concentrata Giuseppina Vacca è Nicola, un celerino. «È un po’ il mio alter ego» le ha confermato Riccardo Gazzaniga. Entrambi, infatti, sono consapevoli che «Per cercare di capire bisogna ragionare come loro [gli ultra, ndr]. Non si tratta della partita o della squadra, è una faccenda di mentalità.» (così il personaggio del romanzo al collega Fabio).  E Nicola, come Riccardo, «è anche scrittore e scrive un saggio dentro il romanzo» ha aggiunto la presentatrice. Questo metaromanzo, ha raccontato l’autore, è uno degli aspetti più discussi del romanzo: alcuni l’hanno apprezzato, altri criticato. Personalmente l’ho trovato un’idea intelligente perché, innanzitutto, crea delle brevi pause nella cronaca degli eventi, generando attesa ma senza rallentare eccessivamente il ritmo. Soprattutto, però, ho apprezzato questa trovata perché fornisce, con taglio “scientifico” ma senza appesantire la narrazione, nozioni fondamentali alla comprensione del fenomeno che non si sarebbero potute inserire in altro modo nel libro, se non con forzature verosimili quanto gli sketch da televendita. Trovo, inoltre, particolarmente azzeccata – perché preserva la vitalità del ritmo – la scelta di inserire anche gli appunti di Nicola sulla scaletta e gli argomenti da sviluppare nel saggio.

«Nel corso del romanzo», però, ha evidenziato l’autore «Nicola smette di scrivere frammenti di saggio perché è come se la vita abbia preso il sopravvento». In più il suo personaggio, esattamente come lui, si trova in difficoltà a scrivere di argomenti che lo toccano così da vicino (anche per questo, ha annunciato, per un po’ nei suoi libri non parlerà di polizia). E che questo poliziotto sia il suo alter ego lo lascia tranquillamente a intendere: «Nicola si chiama Vivaldi, che è il cognome di mia mamma, quindi non mi sono nascosto così tanto!».

Nella presentazione cagliaritana non ci si è soffermati particolarmente sul personaggio di Ale, ma credo che, nel gruppo degli ultra, sia quello che ha un’indole più simile a Nicola. Pur restando fedele al gruppo, infatti, non può fare a meno, anche se per motivi diversi dal poliziotto, di provare a ragionare con la testa del nemico. Non solo, come Nicola si interroga sul perché, seppure da fronti opposti, non riescano a smettere di fare ciò che fanno. E la risposta che trova è simile a quella che si dà il poliziotto: «[…] in fondo era tutto in quell’ebbrezza, quello stordimento che prendeva prima e durante un’azione. Poi la pace, il senso di appagamento. Era tutto lì».

FERRO E LUPO – Tra i poliziotti, l’opposto di Nicola è Ferro, come ha fatto notare anche Giuseppina Vacca. È un tipo “sanguigno”, convinto che «un vero ultrà – come un vero celerino – si fa valere per strada, non in un tribunale». Tra tutti quelli presenti nel romanzo è il più prossimo allo stereotipo del celerino, riassumibile con un aggettivo: bastardo.  «È la parte più estrema del vivere il lavoro del poliziotto. Non gestisce lo stress, se vogliamo dirla con un’espressione più raffinata. Vorrebbe sempre agire» ha spiegato l’autore, che poi ha aggiunto: «Rappresenta una forma di poliziotto che esiste, che soprattutto negli anni ’90 rappresentava la principale forma di vivere questo lavoro. Si comporta quasi da ultra della polizia».

Ultra, invece, è il suo “gemello diverso”: Lupo. Rispondendo a Giuseppina Vacca, che gli ha chiesto di parlare di lui, Gazzaniga così lo ha descritto: «È un uomo brutale, che porta allo stadio comportamenti che ha anche altrove. E addirittura mette in imbarazzo gli altri per la sua foga. Ma è anche molto divertente parlare di un personaggio così cattivo: ti sfoghi. Però, in qualche modo nel libro cerco di dargli un guizzo nel suo modo di ragionare».

foto del pubblico alla presentazione di A Viso coperto a CagliariLEALTÀ E AMICIZIA – «Quando si ha un amico, si marcia con lui fino in fondo»: la bella epigrafe del romanzo non è una frase di un famoso combattente né di un celebre filantropo, ma un pensiero riportato su uno striscione allo stadio San Siro. Perché l’amicizia per gli ultra è un valore. E lo è pure per i poliziotti. Per tale ragione è il costante sottofondo, via via più udibile, di queste pagine. Amicizia e lealtà (soprattutto verso il gruppo) sono valori con cui tutti i personaggi si ritrovano a dover fare i conti. Le scelte che prendono non sono scontate e dare giudizi è difficile, se non inopportuno e inutile. D’altronde, ciò che insegna questo libro è proprio che nero e bianco esistono solo nella scala cromatica.

NÉ VINTI NÉ VINCITORIAnche per questo, per il fatto che qui non ci sono personaggi – così come non esistono uomini – totalmente buoni né totalmente cattivi, non ci sono neppure vittorie e sconfitte nette. E non potrebbe essere altrimenti: con la violenza non si può costruire nulla di buono, come conferma questo romanzo dove tutti i nodi alla fine vengono al pettine. E nella resa dei conti tutti i personaggi perderanno qualcosa.

Arrivata alla conclusione del libro, non ho trovato giustificazioni per la violenza degli uni né per quella degli altri. Posso solo trovare una motivazione, che comunque non mi piace: l’istinto di morte è dentro di noi e per sfogarsi sfrutta il modo che trova. Anche per questo non ho saputo scegliere da che parte stare, ammesso e non concesso che una scelta occorra farla.

primo piano di Giuseppina VaccaHo solo individuato il mio personaggio preferito nel celerino Fabio, che – a torto o ragione, non so – vedo come un’anima pura, una vittima incolpevole delle circostanze e del Destino. Fabio, inoltre, sogna che un giorno i poliziotti si schierino con i manifestanti e contro i potenti prepotenti. E io, come Giuseppina Vacca, sogno insieme a lui.  Gazzaniga, a dire il vero, ha un po’ raffreddato questa visione romantica del futuro, per usare l’aggettivo appropriatamente usato dalla presentatrice: nel raccontare questo sogno, ha spiegato l’autore, «ho giocato un po’ sul luogo comune, perché tra colleghi spesso si dice “Se restiamo a casa, vediamo come si difendono”, ma questo non può succedere perché la polizia dovrebbe essere neutra, non stare dalla parte di nessuno». Tuttavia, c’era amarezza nelle sue parole mentre diceva «A noi non succede praticamente mai di essere applauditi. E fa impressione sentirsi dire “bravi”, “grazie”. È emozionante. Però tu non puoi schierarti. Io non ti posso fare aggredire la macchina o la persona, anche se sono simile a te. Poi vado io in torto, Il dubbio che ti viene, però, è: il giorno che ti trovi dalla parte sbagliata come fai? Sei in grado di cogliere il momento o resti dalla parte sbagliata?»

Una delle cose che ci insegna la testimonianza scritta e orale di Gazzaniga è che non è solo l’informazione sugli ultra a essere approssimativa: lo è pure quella sui poliziotti. Di loro si parla solo quando sbagliano, feriscono, uccidono, abusano del loro ruolo e quasi mai quando i soprusi e le violenze li subiscono o quando fanno bene il loro lavoro («[…] erano uomini profondamente diversi, ma su una cosa concordavano: che un celerino agitasse o esitasse, che caricasse o arretrasse, sbagliava sempre»). Ma se manca la corretta informazione – non dovrebbe esserci bisogno di farlo notare –, non può esserci comprensione.

Il torto e la ragione sono bipartisan (su questo punto vi rimando all’articolo “A viso coperto” di Riccardo Gazzaniga: l’operazione verità). Come ho affermato in altre sedi, sono convinta che chi va in piazza o allo stadio a viso coperto non può invocare le buone intenzioni. Anche per questo mi associo all’augurio di Giuseppina Vacca di poter un giorno «vivere in un’Italia dove i caschi non servano più e le facce siano scoperte».

 

Foto Pino Argiolas

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