A Torino un congresso internazionale sulla interazione tra cibo e farmaci

pillola composta da cibi

Più conoscenza e cultura sulla corretta alimentazione e la contemporanea somministrazione di farmaci

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

logo della Fondazione Internazionale MenariniParlare di cibo non è certamente oggetto di attualità (a parte le proposte pubblicitarie), ma quando si tratta di interazione tra farmaci e alimenti l’argomento assume una certa importanza, anche se di questo aspetto non se ne parla spesso… se non tra addetti ai lavori. Per questa ragione il Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Farmaco dell’Università di Torino, e la Fondazione Internazionale Menarini nei giorni scorsi hanno organizzato a Torino il congresso internazionale Food: a drug between the drugs (“Il cibo: un farmaco tra i farmaci”), nel corso del quale è stato ben sottolineato, ad esempio, che mentre l’interazione tra farmaci e alimenti è nota da tempo, la sintomatologia che ne deriva viene talvolta interpretata come effetto collaterale del farmaco; inoltre l’assunzione di cibi e bevande può modificare l’assorbimento dei farmaci ed interferire direttamente con i meccanismi biochimici, riducendone l’efficacia o aumentandone la tossicità.

«Anche i farmaci, come i cibi – ha ricordato il prof. Lugi Cattel, del Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Farmaco dell’Università subalpina –, vengono metabolizzati ed eliminati dall’organismo. I farmaci vengono trasformati principalmente dal fegato, ma anche nell’intestino tenue da una serie di enzimi… l’interazione metabolica tra cibo e farmaci avviene quando un certo cibo altera o modifica l’attività dell’enzima che sta metabolizzando il farmaco inibendo gli enzimi CYP450. Questa interazione richiede un diverso dosaggio del farmaco per far si che le concentrazioni plasmatiche del farmaco rimangano all’interno di quanto prescritto dalla terapia». Classico è l’esempio di interazione tra farmaci e succo di pompelmo (scoperta avvenuta in modo casuale negli anni ’80 durante un esperimento, n.d.r.) in merito alla quantità di succo ingerito: è sufficiente un solo bicchiere (250 ml) di succo per indurre variazioni nelle concentrazioni plasmatiche di alcuni farmaci e tali effetti sono di entità simile a quelli indotti dal consumo di quantità più elevate (2-3 bicchieri di succo concentrato).

«Si possono verificare diverse situazioni in cui l’alimento interferisce con l’azione del farmaco – ha spiegato la dott.ssa Fulvia Pedani, del G.S.U. Coordinamento Ambulatorio S.C. Oncologia Medica 2 della A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino, e direttore scientifico del congresso –: per esempio, alimenti ricchi di vitamina K come alcune verdure (broccoli, cavolo, spinaci, fagioli bianchi, verza, lenticchie) possono diminuire la risposta terapeutica dei farmaci antocoagulanti orali; bevande ricche di tannini (tè e caffè) diminuiscono la disponibilità di farmaci contenenti ferro; cibi ricchi di fibre riducono l’assorbimento di calcio. Oppure vi sono casi in cui è il farmaco a modificare l’assorbimento corretto del nutriente come i lassativi che riducono l’assorbimento dei carboidrati e del potassio; gli antibiotici hanno effetti avversi sull’assorbimento di vari nutrienti come calcio, magnesio e ferro. Gli antiacidi determinano una diminuzione nell’assorbimento della vitamina B12. Come pure non è da trascurare la diminuzione di appetito creata da alcuni farmaci oppure l’effetto collaterale di alcune terapie che rendono difficoltosa una corretta deglutizione e di conseguenza l’alimentazione e l’apporto dei nutrienti».

A conferma di queste relazioni sempre più evidenti tra farmaci e alimenti la Food and Drug Administration (FDA) ha recentemente pubblicato una guida relativa alle possibili interazioni. E sempre più ricorrenti sono le raccomandazioni su un costante controllo delle etichette dei cibi e delle bevande, non solo per verificarne la qualità ma anche il contenuto di sostanze attive come ad esempio la caffeina. Notevoli passi avanti sono stati fatti soprattutto nella valutazione degli effetti collaterali associati ai nuovi antiblastici (farmaci che inibiscono la crescita dei tumori, n.d.r.) e ai farmaci biologici, identificando le interazioni più significative.

Recente è il concetto della presenza di componenti “nutraceutici” , ossia sostanze alimentari dalla caratteristiche benefiche e protettive per la salute fisica e psicologica dell’individuo, ma anche in grado di prevenire e/o contrastare diverse patologie attraverso l’alimentazione. Identificare i meccanismi alla base dell’azione protettiva e/o preventiva di questi componenti e l’analisi rischi/benefici, è stato uno degli “input” lanciati in sede congressuale, in quanto rappresenta una delle principali sfide per il futuro della ricerca in campo biochimico e tossicologico. La nutraceutica è un settore in costante sviluppo in quanto si registra una crescita commerciale del 15-20% l’anno (contro l’1-2% per la farmaceutica). Inoltre, secondo recenti stime, le prospettive sono di poter raggiungere valori non diversi dal farmaceutico (circa 800 miliardi di dollari l’anno) nel corso di un decennio. A ciò contribuiscono diversi fattori come il gradimento dei pazienti, le migliori tecnologie per la produzione di nutraceutici e, il sia pur modesto, sviluppo di novità nel settore del farmaco.

In questi ultimi anni si va sempre più affermando il concetto che un’alimentazione sana ed integrata con composti nutraceutici possa aiutare l’organismo a mantenere le sue normali condizioni fisiologiche. «In particolare – ha sottolineato il prof. Giancarlo Cravotto, direttore del Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Farmaco all’Università subalpina, e presidente del congresso – si parla di chemioprevenzione intesa come una strategia di prevenzione dei tumori basata su una dieta ricca di specifiche sostanze naturali bioattive… La dieta mediterranea dove sono protagonisti l’olio d’oliva e il pomodoro è stata associata ad una minore incidenza di rischio cardiovascolare e di insorgenza di tumori. L’effetto benefico dell’olio d’oliva è stato attribuito soprattutto all’oleuropeina ed i metaboliti idrossitirosolo e tirosolo; più noto è il licopene tipicamente estratto dalla buccia di pomodoro. Inoltre, molti studi sulla attività chemiopreventiva sono stati condotti sugli isoflavoni della soia (genisteina), sulle crucifere come cavoli e broccoli, sulla curcumina e su agrumi, frutti di bosco e zenzero».

pillola composta da cibiTra gli interventi è stato evidenziato il rapporto che il cibo può avere, non soltanto dal punto di vista biologico ma anche psichico. Nella nostra cultura, sia teorica che applicativa, si rifà a un modello psico-sociale in quanto un aspetto importante del cibo rispetto alla psiche è che questa condiziona la scelta dei cibi e i cibi condizionano delle risposte psichiche: quando si è depressi e stressati non mangiamo per scelta, e le cose che mangiamo quando siamo stressati e depressi possono aggravare il quadro biologico comportamentale della depressione e dello stress. «Nei cluster della depressione ha spiegato il prof. Riccardo Torta, direttore della S.C. universitaria di psiconcologia Clinica e Oncologica dell’ospedale Molinette di Torino – esistono vari raggruppamenti sintomatologici: affettivi, perdita di interesse, di piacere, apatia, comportamentali, cognitivi, e fisici tra i quali la perdita dell’appetito. Quindi, il disturbo alimentare è talmente compreso nei disturbi dell’umore che qualche volta il rifiuto del cibo è un’equivalente depressivo. Ciò si verifica nel giovane, nell’adolescente e ancor di più nell’anziano soprattutto quando esistono delle problematiche relazionali, come ad esempio nell’anziano demente che non è in grado di esprimere dal punto di vista verbale ma solo comportamentale, il suo disagio…».

Ma in che modo il nostro umore influenza il comportamento? È noto che le persone possono avere comportamenti differenti nel tentativo di regolare il loro stato dell’umore e cercano, ad esempio nel cibo, nel tabacco o nell’alcol (comportamenti orali) dei meccanismi di “ricompensa”. «Tali meccanismi – ha aggiunto il cattedratico torinese – possono cambiare lo stato emozionale e ormonale; tale modalità fa sì che i pazienti depressi aumentino la loro preferenza per i carboidrati i quali hanno un meccanismo compensatorio sul tono dell’umore, in quanto sono correlati a meccanismi seritoninergici». In effetti, l’aumento dei carboidrati dà un miglioramento temporaneo, ma l’assunzione cronica determina invece la depressione nel tono dell’umore; il depresso tende ad avere più scelte di tipo “poco salutare” dal punto di vista dei cibi, mentre in condizioni di normalità vi è un’assunzione di cibi più adeguata.

Un ulteriore “contributo” alla manifestazione congressuale è stato dato dal dott. Alessandro Casini, in qualità di presidente della Fondazione Internazionale Menarini (fondata nel 1976), il quale ha illustrato scopi e finalità della stessa che in molte occasioni promuove e sostiene iniziative di elevato valore scientifico e culturale, in particolare per quanto riguarda la ricerca e la conoscenza nel campo della biologia, della farmacologia e della medicina, nell’economia e nelle scienze umane (ed artistiche). Argomenti che meritano una certa eco, ma che purtroppo i mass media a volte latitano o non considerano “sufficientemente” importanti, se non addirittura contribuendo con scarsa competenza… L’informazione e il mondo dei media stanno attraversando un periodo di grandi trasformazioni, e la crisi economica ha certo contribuito alla riduzione degli investimenti e quindi anche delle vendite, sulle quali ha preso in parte il sopravvento il digitale terrestre. «Non si tratta soltanto di una riduzione quantitativa, ma anche qualitativa – precisa Marco Strambi, giornalista produttore di Clip Salute, e addetto stampa del congresso –. La riduzione dei costi da parte degli editori ha comportato una riduzione dei giornalisti interni alle redazioni e l’aumento dei freelance, con impoverimento nella qualità dei servizi e un minor controllo dei contenuti. Per ovviare alla riduzione di giornalisti gli editori ricorrono sempre più alle agenzie stampa, che producono notizie per un gran numero di media. Il risultato è l’omologazione, cioè notizie identiche pubblicate da diversi media…». Un commento che non si può non condividere, soprattutto perché tale “fenomeno” si sta perpetuando a discapito della buona informazione competente, lasciando il fruitore disorientato e… non sempre correttamente informato.

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