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A Cagliari nasce la Consulta degli immigrati: la parola al Vicesindaco

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di Marcella Onnis

Per la prima volta in Sardegna viene istituito un organo elettivo con il compito di rappresentare gli interessi degli immigrati: si tratta della Consulta dei cittadini stranieri ed apolidi istituita dal comune di Cagliari e presentata alla stampa lo scorso 1° settembre.

La Consulta, che avrà poteri consultivi e propositivi, sarà composta da quindici rappresentanti, che resteranno in carica tre anni. Le elezioni si svolgeranno il 15 novembre 2012 e potrà parteciparvi un considerevole numero di immigrati: le stime parlano di 4.760 persone, di cui più della metà donne. Questo è, infatti, orientativamente il numero di coloro che possiedono i requisiti per esercitare il diritto di voto: essere un cittadino straniero o apolide, essere maggiorenne, possedere un regolare titolo di soggiorno e risultare residente in città (essere cioè iscritto all’anagrafe comunale) già al 1° settembre 2011. Potranno, invece, candidarsi come componenti della Consulta anche coloro che risiedono in un altro Comune della provincia di Cagliari (ulteriori informazioni sono disponibili sul sito istituzionale: http://www.comune.cagliari.it/portale/it/newsview.page?contentId=NWS39207)

Per capire meglio come concretamente opererà questo nuovo e importante organismo, abbiamo chiesto un incontro al vicesindaco e assessore agli affari generali Paola Piras.

 

Assessore, quali sono le motivazioni alla base della nascita della Consulta, quali gli obiettivi prefissati e quali i risultati attesi?

L’iniziativa della Consulta degli immigrati è un’iniziativa consiliare. Non è stata un’iniziativa della Giunta, ma nasce da un input della Commissione consiliare alle politiche sociali che ha promosso un regolamento, condiviso dalla Giunta e votato dal Consiglio Comunale. Le ragioni dell’istituzione della Consulta sono legate all’idea della piena integrazione degli immigrati nelle politiche della città nel senso che gli immigrati, che non sono cittadini italiani, non hanno diritto di voto, quindi l’idea era quella di consentire agli immigrati – che sono una risorsa per la città – di poter comunque contribuire alle scelte della città, esprimendo dei pareri su tutte le attività che riguardano loro direttamente o che anche indirettamente li possono coinvolgere. Diciamo che, da un lato, c’è l’idea forte di riconoscere i loro diritti e credo che questo sia uno dei maggiori pregi: dare voce a chi non ha normalmente voce. Dall’altro lato, c’è anche la consapevolezza che gli immigrati per la città non sono solo un costo – come spesso sono visti – ma sono anche una grande risorsa, quindi abbiamo puntato alla valorizzazione di una risorsa, come di tutte le altre risorse. Questi credo che siano i due punti di forza che la Commissione ha portato avanti, condividendole con l’Assessore alle Politiche sociali (e per suo tramite con la Giunta). Da qui è nato un regolamento di proposta consiliare grazie al quale, con una modalità sperimentale, la Consulta possa lavorare per questa consiliatura e poi, tra un anno, la nostra idea è comunque quella di vedere se il regolamento avrà bisogno di qualche modifica e, nel caso, intervenire per limare i profili sui quali è opportuno intervenire.

Ma Lei come immagina il rapporto tra Comune e Consulta: tutto “rose e fiori” o mette in conto delle criticità?

Ho seguito i lavori che riguardano la Consulta principalmente perché, avendo la delega agli affari generali, mi occupo delle procedure elettorali, quindi ho seguito tutta la fase attuativa che doveva portare all’avvio e alla realizzazione della procedura elettorale. Perché faccio questa premessa: perché anche questo aspetto è stato un po’ una scommessa, in quanto abbiamo scelto di utilizzare una modalità di voto elettronica, cioè una modalità che avesse tutte le garanzie di una procedura elettorale “tradizionale” (segretezza, quindi massima riservatezza, pienezza del diritto …), ma che si svolgesse in modo moderno e questo ha determinato già l’avviarsi di un dialogo con le comunità, un dialogo con qualche preoccupazione. Lei mi chiede: «Immagina che sia un rapporto “rose e fiori”?». Qui si tratta di capire cosa intendiamo per “rose e fiori”. Io dico che, nella vita, arrivare ad un risultato non significa non dover lottare, non dover discutere o trovare solo persone che la pensano come noi. Secondo me, non è questo: secondo me, voler arrivare ad un risultato – e quindi “rose e fiori” – significa in una vita vera – che non sia una vita virtuale, una vita da sogno – dover combattere per portare avanti un ideale, discutendo quando si trovano delle persone che non condividono le nostre posizioni, ma discutendo civilmente, in modo maturo. Quindi svolgere il ruolo di tutti i cittadini attivi, da un parte e dell’altra. Credo che anche nel rapporto con la Consulta, quando questa dovrà esprimere un parere rispetto alle scelte che l’Amministrazione dovrà fare, è possibile che si arrivi a dei momenti anche di scontro, ma di scontro costruttivo. Perché è chiaro che ci potranno essere delle situazioni nelle quali le richieste non potranno essere accolte, come sempre accade, quindi magari da questo nascerà un dibattito, però io confido in un dibattito costruttivo. Ed è comunque un percorso che segna un progresso, un segnale di civiltà. Ritengo pertanto che valga  la pena di andare incontro a delle difficoltà un po’ più grandi di quelle che ci si aspettava all’inizio.

Torno un attimo al discorso del voto elettronico: tra gli immigrati ci saranno senz’altro – così come tra i cittadini italiani – persone con un basso livello di alfabetizzazione informatica, quindi state già pensando a qualche forma di assistenza?

Sì, Le dico subito che l’aspetto che a me piace di questo percorso è l’impegno grandissimo della Commissione consiliare e del Consiglio per coinvolgere le comunità, attraverso le associazioni di immigrati che, a loro volta, si stanno impegnando molto. Siamo veramente davanti ad un caso di applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale dove il Comune promuove veramente il ruolo dei cittadini attivi [e qui entrambe ci lasciamo andare ad un “Finalmente!”, ndr]. Si sta spiegando il valore del voto perché non tutte le comunità hanno una tradizione democratica come quella del nostro Paese, quindi non hanno una consapevolezza dell’importanza del voto come l’abbiamo noi. Si sta lavorando per far capire quanto è importante partecipare alla competizione elettorale: candidarsi, rendersi disponibili, ma andare soprattutto a votare. Questo è il primo passaggio, la prima grande scommessa. Vedremo se riusciremo intanto in questa attività di sensibilizzazione. Ci sono dei consiglieri comunali che si stanno attivando molto con le associazioni, che stanno spiegando il meccanismo e, soprattutto, il valore del voto, l’importanza di andare a votare. Nello stesso tempo, abbiamo costruito una procedura elettorale molto semplice. Abbiamo pensato che il voto elettronico sia importante perché il campione che noi andiamo a testare è già un campione rilevante, quindi questo è utile rispetto ad una procedura telematica che poi si potrebbe pensare di esportare per altre tipologie di voto. E poi ci consentirà di avere un risultato immediatamente. Stiamo lavorando ad un sistema di voto, in modo tale da introdurre una procedura che non determini un divario tra chi ha dei livelli di alfabetizzazione informatica importanti e chi non li ha e che quindi sia accessibile a tutti. Ma, nello stesso tempo, dalla settimana prossima, alcuni “volontari” (componenti della Commissione ed io stessa, con alcuni dipendenti e il dirigente dei servizi informatici) andranno ad illustrare la modalità, a far vedere come funziona, in modo tale da consentire alle associazioni di far fare delle simulazioni di voto così che tutti possano andare a votare con grande serenità. Devo dire che anche alla conferenza stampa di presentazione le associazioni sono venute, si sono interessate e stiamo già facendo degli incontri con loro in diverse sedi. Questa scelta, peraltro, si inserisce in un percorso più ampio che il comune di Cagliari sta portando avanti, che non è dell’inclusione in senso stretto, anche perché sul termine “inclusione” si potrebbe discutere: sembra quasi che si incardini una persona come se fosse un corpo estraneo, invece qui c’è una condivisione di scelte, un riconoscimento di diritti. È un riconoscere la persona come risorsa. È un’altra cosa, diciamo che stiamo cercando di fare un passo oltre.

Mi lego a questo discorso per la prossima domanda: Cagliari formalmente è ormai una città multietnica ma, secondo Lei, c’è ancora molto da fare perché lo diventi anche nei fatti?

Anche su questo dovrò fare una piccola riflessione. Cagliari ci appare come una città con una presenza di immigrati elevatissima: se ci limitassimo a leggere acriticamente le riviste e i quotidiani, coglieremmo una presenza ingombrante degli immigrati. In realtà, se noi guardiamo i dati del censimento questo non è vero perché Cagliari è una delle città di medio-grande dimensione con il minor numero di immigrati. Questo è già il primo segnale. Una faccia della medaglia. L’altra faccia qual è: nonostante questo numero di immigrati sia contenuto, c’è un atteggiamento che ancora non è quello proprio di una città multietnica. Ci sono tante presenze – preziose, dico io, perché l’unione delle culture, la condivisione della diversa formazione è una forza, perché ci mette in discussione, anche nei nostri limiti – però ancora, forse, Cagliari deve maturare. Questo noi lo vediamo e l’abbiamo colto nel dibattito nella sala consiliare, l’abbiamo colto anche nelle campagne della stampa. Però, anche qui, torno a dire: non importa il fatto che ci sia da fare, l’importante è che tutti quanti vogliano fare un passettino per poterci arrivare. Non possiamo parlare di una città che ha una tradizione multietnica consolidata, però possiamo, secondo me, pensare ad una città che sta lavorando per costruire un percorso che la porti a questo risultato. Come sempre accade in questi casi, c’è appunto da lavorare e da costruire. La Consulta è uno degli strumenti perché si può costruire solo attraverso la partecipazione, strumento indispensabile per arrivare alla condivisione. Ritengo di poter sostenere che il Consiglio comunale da questo punto di vista  abbia fatto un ottimo lavoro.

Abbiamo parlato di “concertazione”, tema legato alla crisi di legittimazione della politica: questo è un periodo in cui fioriscono le consulte (dei giovani, degli immigrati, degli anziani …) per cui potrebbero essere considerate una sorta di risposta (interna o esterna, secondo i casi) a questa crisi?

La crisi della politica è un discorso che ci porterebbe molto lontano, che, però, richiede una riflessione interna e un approccio critico da parte di chiunque si impegni nel quotidiano. Ma richiede anche un impegno per costruire, cioè mettersi in discussione e poi cercare di capire dove si è sbagliato, per cambiare. “Partecipazione” è uno dei termini forse più usati negli ultimi anni; non sempre, però, la partecipazione è reale: partecipare significa condividere. Uno partecipa se condivide, se cioè ha la possibilità di ascoltare e di essere ascoltato. Quindi il ruolo delle consulte, è prezioso se tende a valorizzare, appunto, le diverse presenze, le diverse voci di una comunità per costruire insieme. Credo che sia questo il meccanismo. Poi forse si potevano ascoltare queste voci anche senza ricorrere allo strumento della Consulta. In realtà, chi viene eletto – se noi ci interroghiamo un attimo – rappresenta il cittadino, non rappresenta se stesso, cioè abbandona se stesso per rappresentare i cittadini. Tutte le categorie dei cittadini, non una particolare categoria. Una donna non rappresenta una donna, non rappresenta una sola tipologia di donna, perché poi anche lei rappresenta il cittadino, uomo o donna che sia, giovane o anziano che sia. E non solo uomo o donna, ma anche omosessuale [il comune di Cagliari ha anche istituito il Registro digitale delle unioni di fatto e convivenze, ndr]. Io non andrei per categorie, trovo che un limite che si sta creando sia questo: è come se per essere ascoltati ci si dovesse necessariamente identificare in una micro-categoria. In realtà, il cittadino, l’uomo in quanto tale, esprime tanti bisogni e chi viene eletto dovrebbe dimenticarsi dei propri bisogni per rappresentare quelli di chi lo ha eletto, di tutte le categorie. Siccome non è facile, le consulte possono essere un ulteriore strumento perché esprimono sensibilità particolari e quindi possono aiutare chi – come la politica, in questo caso,  – deve coniugare diverse istanze e portare l’attenzione verso chi esprime bisogni che, a volte, vengono sottovalutati, non capiti o dimenticati. La politica forse ha perso un po’ la capacità di mediare tra i vari bisogni e quindi forse anche questa è una fase di costruzione.

Allora speriamo che, in prospettiva, non ci sia più bisogno di questi “raccoglitori di bisogni”?

Direi, ben vengano tante voci, se questo però non ci fa attorcigliare su noi stessi, complicando il processo decisionale. L’importante è che queste consulte non diventino uno strumento demagogico, ma un reale supporto al processo decisionale partecipato.

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