Perché NON leggere “Dieci gocce” di Giorgio Todde

Perché NON leggere “Dieci gocce” di Giorgio Todde

Ci sono volte in cui anche i bravi artisti (cantanti, scrittori, registi …) toppano e quando accade, è giusto dirlo. Anzi, con chi possiede talento o ha, comunque, doti notevoli è doveroso essere più severi.

Giorgio Todde è un bravo scrittore. Molto bravo. Basta leggere i romanzi che hanno per protagonista Efisio Marini (Lo stato delle anime, L’occhiata letale, Paura e carne, E quale amor non cambia, Al caffè del silenzio, L’estremo delle cose), medico “pietrificatore” realmente esistito, per capirlo: bello stile, grande tecnica, trama avvincente … Ma quando si discosta da questo personaggio, l’autore cagliaritano perde qualcosa e la ciambella non gli esce con il buco. La matta bestialità, per esempio, scade tantissimo nell’ultima parte, dove l’avvincente noir cede il passo ad una trama assolutamente non realistica. Peggio ancora Ei, che esordisce come una vicenda “ordinaria” e poi diventa una storia surreale. Tuttavia, in questi ultimi due romanzi, lo stile e la tecnica sono comunque di alto livello e tipicamente “toddiani”.

Invece, nel suo ultimo romanzo, Dieci gocce, della sua caratteristica scrittura si intravedono solo pochi sprazzi, al punto che viene spontaneo chiedersi se l’abbia scritto veramente lui. Checché ne dicano buona parte di critica e stampa, questa non è affatto un’opera ben riuscita. La scrittura farraginosa e la trama fin troppo eterea danno una sgradevole sensazione di brodo allungato, di un’idea non abbastanza consistente da dar vita ad un vero romanzo e quindi artificialmente arricchita. Questa teoria sembra quasi confermata dall’ultima parte, in cui al passaggio della voce narrante dalla terza alla prima persona si accompagna un cambiamento di stile in grado di destare l’attenzione del lettore. Lì sì, si ritrova il Todde che tutti conosciamo: quello intenso e concreto anche quando racconta di pensieri e sentimenti, quello capace di creare tensione palpabile. Questa parte avrebbe potuto benissimo costituire un racconto a sé stante (di quelli che iniziano con l’azione già in corso) e sarebbe stata un’opera perfetta (al lettore sarebbe poi rimasto il compito di ricostruire con la fantasia i tasselli mancanti). Invece, questo intenso epilogo arriva dopo troppe pagine noiose, sconnesse, “vuote”. Pagine che fanno dire al lettore “Ma quando finisce?”, reazione opposta a quella che ogni buon libro dovrebbe provocare.

Marcella Onnis

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