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Tag Archive | "Emanuele Marcuccio"

L’angolo della poesia: “Serena e di stelle…” di Emanuele Marcuccio


Cari amici, oggi ritroviamo un volto nuovo di quest’Angolo: Emanuele Marcuccio, di cui vi abbiamo già proposto Primavera, Per una strada e Fremere.

La poesia che vi proponiamo questa volta si intitola Serena e di stelle… e farà parte dell’antologia Immagini, che sarà edita da Editrice Pagine e che raccoglierà i migliori poeti pubblicati finora da questa casa editrice.

L’autore racconta di aver scritto questi versi «poco dopo la mezzanotte… mentre appuntavo il primo verso sul foglio di carta, il mio pensiero correva al meraviglioso incipit “Dolce e chiara è la notte e senza vento,” de «La sera del dì di festa» di Giacomo Leopardi, ecco il perché della dedica in calce, a quello che io considero il mio grande maestro.»

 

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

Giacomo Leopardi,

da «La sera del dì di festa»

 

Serena e di stelle…

 

Serena e di stelle

è la notte, di cielo

e di vento che sibila in me…

e pioggia e di vento nell’anima

che fischia

al tedio che l’avvolge

e volge indietro i giorni

di quei perduti dì

che mai

si volgeranno…

 

Ecco due commenti alla poesia:

 

Questa lirica si potrebbe definire un “idillio interiorizzato”, dove gli elementi della natura entrano ad abitare l’animo del poeta.

In questi pochi versi Marcuccio si abbandona totalmente al gioco di cogliere e riprodurre intatte le frasi poetiche, così come gli sgorgano dalla sorgente dell’ispirazione e di aggiogarle con libertà, facendo assurgere lo zeugma e l’anacoluto a raffinati strumenti espressivi.

Tessuto connettivo, legante di questo poetare non sono più le concordanze sintattiche o logico concettuali, rese labili o addirittura trasgredite senza rimpianto, ma il fluire spontaneo della musica dei versi e il loro associarsi secondo forze misteriose.

Interessante, da un punto di vista metrico, scoprire la reale natura dei primi tre versi (senario, settenario, novenario) che in realtà sono due separati dalla virgola, entrambi specificanti del bel sintagma leopardiano “Serena è la notte” : un novenario ellittico reso elegante dall’anastrofe, e un vigoroso endecasillabo tronco sapientemente alleggerito dai punti di sospensione.

Anche qui Marcuccio si conferma maestro nell’escogitare, spontaneamente, inedite e complesse architetture metriche.

Luciano Domenighini

 

Auspicativo: qualcuno l’ha vista “Dolce e chiara”  la notte “e senza vento”. La risposta è lì, in quei pochi versi del grande poeta Giacomo Leopardi, con cui si apre «La sera del dì di festa», riposto lì è l’incipit, che apre la nostra lirica: “Serena e di stelle / è la notte, di cielo”. S’intravede un nuovo orizzonte per l’anima e il cuore, in cui sarà senza vento la notte, e dolce. E quei giorni, al tedio, che avvolge l’anima, volti indietro, a quei perduti dì, si schiariranno al pacificarsi dell’anima “di quei perduti dì / che mai / si volgeranno…”.

Ma ecco le note che movimentano la poesia stessa nel loro far intravedere l’ondosità della nostra stessa esistenza, del riposto segreto che avvolge l’anima dell’uomo: quei dì perduti che troveremo nella melanconia, nel dolcissimo amaro ricordo, nel tedio, che inteso in senso senecano, ci fa filosofare sul perché “sono io e non un altro”, sul perché “proprio a me”, mentre i fantasmi vivono la dimora di un passato che torna come l’onda alla riva. Quei giorni non torneranno più, animando, così, il nostro stesso animo, strappato all’impassibilità dello “stare”, mosso al cielo di stelle o di vento o di pioggia, all’esistere e all’essere. Sicuri che la sera arriverà al giorno, il sereno alla pioggia e al vento, e che il cielo sarà di nuovo stellato, ma nella ciclicità del ritorno. Ed Emanuele, in questa lirica ci mostra che l’alternarsi è il reale vissuto, l’alternarsi dei nostri sentimenti al sentire dell’intimo nostro io.

L’anima, ora cielo desiderante, obnubila, nei giorni perduti, il suo stesso io perché sa che il tempo trascorre portandosi via un cammino costruito in ciò che diventiamo, in ciò in cui volgeremo, aspettandoci la serena notte che avvolge gli occhi e il cuore, rincuorandoci alla fine dei giorni.

Ecco il lascito di questi versi che leggo con gran lucidità, con il medesimo contraddistinto segno malinconico, così tipico di questo autore, legandoci col pensiero a quel filo che si annoda così bene sull’ultimo accento, sull’ultimo suono di parola.

Con questi versi ci mostra che il segreto del vivere è riposto in una circolarità che non è mai banale o scontata ripetizione ma annodata, salomonica[1] circolarità psichica-emozionale: quindi, non una banale circolarità ma la circolarità che può avere un “nodo”, un “annodamento” in cui tutto si risolve sì nell’unione dei due capi ma non in maniera così “lineare” e facile. Un nodo che unisce e contemporaneamente, vincola, esprimendo una circolarità senza soluzione di continuità, intesa anche come l’unione e il vincolo dell’uomo con la sua dimensione interiore, con la sua parte irrazionale e emotiva, in una visione in cui nessuno stato d’animo è definitivo.

Cinzia Tianetti

[1] Il nodo di Salomone, simbolo frequente nei pavimenti musivi dell’arte paleocristiana, esprime sia conflitto che ricongiunzione, riappacificazione, tra il terreno e il celeste.

 

(Poesia e commenti protetti dai diritti d’autore. Pubblicati ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l’autorizzazione dei rispettivi Autori. La riproduzione, anche parziale, senza l’autorizzazione dei rispettivi Autori è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge).

 

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L’angolo della poesia: “Primavera” di Emanuele Marcuccio


Cari amici, prima di presentarvi la poesia di oggi, vi segnaliamo che il portale letterario L’isola della poesia cerca collaboratori seri e motivati, disposti a offrire gratuitamente il proprio contributo per sviluppare nuovi progetti e rafforzare quelli già esistenti. Per maggiori informazioni: Cercasi collaboratori

La primavera non ha ancora intenzione di cedere il posto all’estate: ce lo dimostrano le altalenanti condizioni meteorologiche. Allora godiamocela e rendiamole  omaggio con questi versi di Emanuele Marcuccio,  poeta palermitano di cui vi abbiamo già proposto le poesie Fremere e Per una strada:

Primavera

Olezzo di primavera,

fresca, aurata:

ascolto lo stormir di foglie

e il gentil chiacchiericcio

di uccelli festanti.

Canta la primavera,

nel pianto d’un bimbo

c’è la vita

e la silenziosa calma.

Canta la primavera

su per le fronde

e per gli arbusti accesi;

per i ponti e per le valli

s’innesta un ardore infinito,

ricco di luminosa calma.

(5 ottobre 1999)

Per meglio comprendere l’opera – che l’autore racconta di aver scritto in auto, dopo aver sentito il pianto di un neonato -  vi riportiamo il commento di Luciano Domenighini: «È una composizione sinestesica, di luce, di suoni, di profumi, in festosa mobilità. Notevole il distico “nel pianto d’un bimbo / c’è la vita”. Ma è interessante anche l’associazione sostantivo-aggettivo “arbusti accesi”.»

(Foto di Michele Porcu)

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L’angolo della poesia: “Per una strada” di Emanuele Marcuccio


A voi lettori appassionati di poesia proponiamo oggi un’altra opera di Emanuele Marcuccio, di cui vi abbiamo già proposto Fremere.

Quest’autore palermitano ha pubblicato nel 2000 la sua prima pubblicazione: 22 liriche nel volume antologico Spiragli 47 (Editrice Nuovi Autori, Milano). Nel 2009 arriva, invece, la sua prima pubblicazione esclusiva, Per una strada, composta da 109 titoli e pubblicata da SBC Edizioni.

Da molti anni lavora a un’opera teatrale: un poema drammatico, di ampie proporzioni e di ambientazione storica, sulla colonizzazione dell’Islanda.

Inoltre, nella sua città collabora attivamente a svariate iniziative, in particolare per la promozione e la pubblicazione di nuovi talenti letterari.

Sue poesie sono disponibili anche in versione audio sul sito Suonami una poesia.

Oggi vi presentiamo la sua Per una strada, di cui Luciano Domenighini ha scritto: “È un modo per descrivere il fugace divenire della vita, definito con felice intuito il nostro inconscio senso. Una forza mobile, indocile, segreta.”

 

Per una strada

Per una strada senza fronde

si aggira furtivo e svelto

il nostro inconscio senso,

passa e non si ferma,

continua ad andar via

e non si sa dove mai sia.

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L’angolo della poesia: “Fremere” di Emanuele Marcuccio


 

Cari lettori,

questa settimana l’angolo della poesia raddoppia il suo appuntamento con gli amanti dell’arte poetica. In redazione, infatti, questa settimana  sono arrivate molte poesie.
La scelta è stata ardua perché la qualità dei versi inviata ci è sembrata molto buona. Ci complimentiamo con gli artisti che ci hanno inviato i loro lavori, ma ci scusiamo con loro, perché purtroppo non potremo pubblicare tutto il materiale pervenuto. A tutti coloro che ci hanno scritto finora e a tutti quelli che vorranno farlo ricordiamo di inviare i versi, accompagnati da una breve biografia e anche di una foto se lo ritengono opportuno, in allegato alla mail, in un file formato doc o pdf , in modo da non rischiare che nell’invio si perda la formattazione originale del testo e per agevolarne la lettura.

I versi che vi presentiamo oggi ce li ha inviati Emanuele Marcuccio.

Nato a Palermo nel ’74, Emanuele Marcuccio inizia la sua attività letteraria durante gli studi classici liceali. È del 2000 la sua prima pubblicazione, 22 liriche nel volume antologico Spiragli 47 (Editrice Nuovi Autori, Milano). Negli anni successivi compaiono altre sue composizioni isolate, su riviste letterarie italiane ed estere. È però del 2009 la sua prima pubblicazione esclusiva, “Per una strada”, composta da 109 titoli e pubblicata da SBC Edizioni. Da molti anni, inoltre, lavora a un’opera teatrale, un poema drammatico di ampie proporzioni e di ambientazione storica, concernente la colonizzazione dell’Islanda. Delle sue composizioni poetiche, peraltro abbastanza eterogenee nella tematica quanto non nello stile, alcune contengono la cifra della sua vena più genuina: una versificazione originale, con vaghe reminescenze leopardiane, ma sostanzialmente libera e spontanea, sostenuta da una musicalità sicura, avulsa da urgenze metriche, eppure talora realizzata in strutture metrico – retoriche complesse e raffinate. Attualmente lavora al completamento del suo poema drammatico, di cui sono in preparazione anche le musiche di scena. Inoltre, nella sua città collabora attivamente a svariate iniziative, specie per la promozione e la pubblicazione di nuovi talenti letterari. Le sue poesie sono disponibili anche in versione audio sul sito Suonami una poesia.

 La poesia che Emanuele ci ha inviato, Fremere, è molto particolare ed è dedicata al suo papà non vedente.

Chi come me conosce il mondo dei non vedenti sa che la loro forza è immensa e che riescono nella vita, forse più di coloro che vedono. Ma noi che vediamo la luce ogni giorno, non sempre ci ricordiamo del dolore che loro provano ogni giorno, invece di vedere il volto dei loro figli. Mi permetto di dedicare anch’io questi splendidi versi ad una persona che non vedeva la luce del giorno ma che mi ha insegnato ad apprezzare la luce del cuore. Grazie mamma.

Ecco qui i versi di Emanuele Marcuccio.

Fremere * (13/9/1999)

Freme d’intorno un andare

nell’ombra e in inverno:

scrosci d’acqua piovigginosa

si attardano sul limitare;

nera ombra si spiana

e si dilata nell’oscurità:

rosse tempie tremende.

Andare disperso,

andare smarrito:

rimane il valore,

rimane il dolore.

Giusy Chiello

Redattrice- giusy.chiello@ilmiogiornale.org

Nella foto: Paola Albanese, non vedente siciliana scomparsa

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