Un salto nel mondo dei trapiantati di fegato: riflessioni di una “turista”

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di Marcella Onnis

Chi ci segue abitualmente sa che per il nostro giornale non fa notizia solo “il brutto” ma anche “il bello” della nostra società. Del resto, se c’è una via d’uscita per questo momento buio che il nostro Paese sta attraversando di sicuro a segnarla sono proprio quegli esempi virtuosi di cui tendiamo a non accorgerci ma che sono, in realtà, più numerosi di quanto pensiamo.

Ed “esempio virtuoso” è proprio una definizione calzante per quel frammento di mondo con cui sono entrata a contatto qualche giorno fa, durante un “giro turistico” nel day hospital del reparto di Chirurgia generale e trapianti dell’azienda ospedaliera “G. Brotzu” di Cagliari. Qualcuno di voi starà rabbrividendo nel vedere associati l’ambiente ospedaliero e il settore turistico, ma se provate a intendere il termine “turismo” in senso ampio, come esperienza che permette di conoscere “mondi” (quindi persone, culture, abitudini, stili di vita…) finora ignorati, allora forse l’accostamento non vi sembrerà più così azzardato. Dicevo, dunque, che, sotto la guida esperta e paziente di Giuseppe Argiolas, presidente dell’associazione Prometeo A.I.T.F. Onlus, ho avuto modo di fare un breve ma intenso tour nel mondo dei trapiantati di fegato e pancreas.

E questo relativamente piccolo ma solido universo – fatto di pazienti con i loro familiari, donatori e loro familiari, medici e infermieri – è innanzitutto un poderoso grimaldello per scardinare diversi pregiudizi. Giusto per fare qualche esempio e senza la pretesa di essere esaustivi, questa realtà dimostra che:
non è vero che in Italia non c’è più posto per la meritocrazia, soprattutto nel settore pubblico: nell’équipe che esegue i trapianti di fegato in Sardegna, “capitanata” dal dr. Fausto Zamboni, ad esempio, non si entra se si ha un “nome che conta” ma solo se si è seri, fortemente motivati e con alle spalle un ottimo percorso formativo;
non è vero che la sanità pubblica non funziona: in Italia ci sono tantissimi problemi da risolvere, tantissimi esempi di cattiva gestione, ma ci sono anche casi – come questo – in cui, nonostante le tante difficoltà, si riesce comunque ad assicurare la dovuta assistenza ai pazienti;
non è vero che tra medici e pazienti esistono barriere “necessarie” e quindi invalicabili: gli operatori di questa struttura sanitaria dimostrano che un medico o un infermiere può essere umano, se non anche affettuoso e amichevole, senza per questo perdere minimamente in professionalità;
non è vero che tutti i medici parlano una lingua che solo loro possono comprendere: qui è possibile incontrare professionisti assolutamente preparati, come ad esempio la dr.ssa Laura Mameli, che non solo non hanno la “puzza sotto il naso” ma sono anche capaci di comunicare in modo semplice.

In secondo luogo, questo prezioso frammento di mondo, che ben può considerarsi una grande famiglia, è una conferma di quanto siano veritiere alcune convinzioni, piuttosto diffuse ma non abbastanza messe in pratica (n.b.: anche questo elenco è ben lontano dall’essere esaustivo):
–    è assolutamente vero il detto “batti e ribatti si piega anche il ferro”: l’esempio della Prometeo e del reparto di Chirurgia generale del “Brotzu” dimostrano che con passione e determinazione è possibile, un po’ per volta, abbattere quegli ostacoli che impediscono il pieno esprimersi delle grandi potenzialità presenti in Sardegna (e nel resto d’Italia);
–    in un contesto di risorse limitate, la sinergia pubblico-privato e la costruzione di reti di collaborazione, formalizzate o meno che siano, sono la bacchetta magica con cui ottenere risultati insperabili se, al contrario, si agisce “per compartimenti stagni” (atteggiamento deplorevole che, purtroppo, si riscontra di frequente nel settore pubblico). E meglio ancora se quelle reti di collaborazione – come in questo caso – oltrepassano i confini locali e nazionali, perché solo così si possono  raggiungere standard veramente elevati di qualità ed efficienza;
–    un’informazione e una comunicazione serie e corrette sono lo strumento più efficace per sconfiggere pregiudizi, diffidenza e – come dice bene Pino Argiolas – apatia: impossibile, infatti, non collegare il sostanziale calo dei “no alla donazione” che si è registrato lo scorso anno in Sardegna (appena disponibili, vi forniremo i dati ufficiali) all’attività di sensibilizzazione svolta dalle associazioni (la sola Prometeo, ad esempio, nell’ultimo anno, oltre all’attività di promozione della “cultura della donazione degli organi” tramite stampa  e web,  ha preso parte, il più delle volte come organizzatrice, a circa 30 eventi, alcuni dei quali realizzati nella Penisola o addirittura all’estero);
–    la solidarietà e la gratuità sono ancora un valore e non sono “di casa” – come forse siamo portati a credere – solo nelle fasce sociali più disagiate;
–    la malattia, i sacrifici e le difficoltà si affrontano meglio se, anziché chiudersi in se stessi, si riesce ad aprirsi agli altri, se ci si lascia aiutare e se ci si sforza di essere di conforto a chi sta peggio;
–  per far sì che le cose cambino in meglio non serve scomodare santi ed eroi: può bastare l’azione di un gruppo compatto di persone che fanno la loro parte (e anche di più) con costanza, professionalità, determinazione, passione, umiltà e generosità.

2 thoughts on “Un salto nel mondo dei trapiantati di fegato: riflessioni di una “turista”

  1. Cara Marcella
    è semplicemente fantastico….io non ci sarei mai riuscito a scrivere così bene.
    Ma veramente siamo così, “bo'” quasi non ci credo noi come sai lavoriamo ogni giorno così con tranquillità e serenità, ci apettiamo solo il sorriso del nostro amico trapiantato o dei suoi congiunti e talvolta ci fà piacere sentirci dire grazie, ci fà sentire utili.
    Un grazie grande grande per la tua capacità e per la tua sensibilità che non è inferiore.
    Pino

  2. siete anche meglio di come vi ho descritto e mi sembra “cosa buona e giusta” che se ne parli. Grazie a voi, in particolare a te, per … tutto!

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