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“L’emissario” di Paolo Oggianu presentato a Ussaramanna

L’incontro letterario si è tenuto lo scorso 7 maggio e ha consentito di affrontare il tema dei sequestri in Sardegna attraverso l’esperienza di padre Cosimo Onni, emissario cui si deve la liberazione dei fratelli Casana, rapiti nel 1979.

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presentazione de L'emissario a Ussaramannadi Marcella Onnis

Domenica 7 maggio 2017 è stato presentato a Ussaramanna il romanzo di Paolo Oggianu “L’emissario”. L’evento, aperto dal saluto del sindaco Marco Sideri, si è svolto presso la Biblioteca comunale, rappresentata dalla bibliotecaria Lucia Lai della cooperativa Agorà. Da lei è stato possibile apprendere che la biblioteca di Ussaramanna fa parte, con altre 19 “colleghe”, del Sistema bibliotecario della Marmilla e che da pochi giorni è diventata più social grazie al suo ingresso nella community Lìbrami, novità che ne renderà i servizi ancora più efficienti.

A introdurre il libro è stato, invece, Andrea Carta di Alfa editrice: “L’emissario” racconta il ruolo svolto da padre Cosimo Onni nel sequestro dei fratelli Casana (Giorgio, di 15 anni, e Marina, di 16 anni), avvenuto nell’agosto 1979 a Capo Pecora, nella Marina di Arbus, e fortunatamente concluso in maniera positiva pochi mesi dopo, a ottobre. Per contestualizzare l’episodio, è utile sapere che quell’anno in Sardegna avvennero ben 16 sequestri, tra cui quello di Fabrizio De André e Dori Ghezzi. Alfa editrice, che propone opere sulla lingua e sulla cultura sarda, ha scelto di pubblicare il libro di Oggianu perché – ha spiegato Carta – «il sequestro rappresenta ancora un taboo in molte aree della Sardegna». Un concetto ripreso da Maria Grazia Cossu dell’associazione Pungolo di Serramanna (ma da anni residente a Ussaramanna, alla cui vita culturale contribuisce con costanza e professionalità), per la quale il libro racconta «un fatto non ancora entrato nella Storia, ma che ci invita, come sardi, a cercare di capire cosa succedeva 40 anni fa, quando la Sardegna era conosciuta come terra di sequestri e servitù militari» (ebbene sì, se ne parlava già allora, ma con questo problema dobbiamo, purtroppo, ancora fare i conti).

Il romanzo è raccontato in prima persona dal punto di vista di padre Onni, zio dell’autore, morto nel 2010. È stata, però, Maria Grazia Cossu, che ha conosciuto personalmente il padre gesuita, a tracciarne per prima un ritratto e a descriverlo come un uomo «di un grande rigore morale»: «È l’uomo che il nostro scrittore è riuscito a mettere in evidenza»; in un momento di generale disaffezione per la religione, «è riuscito a mettere a fuoco la persona dietro l’abito talare e questa è una scelta importante: mostra un uomo che si impegna per gli altri». Nelle intenzioni dell’autore, effettivamente, questo libro doveva «principalmente rendere omaggio a mio zio, per renderlo immortale. Volevo che la sua personalità fosse conosciuta e apprezzata – o anche contestata – da altri». «Se poi il libro serve per risvegliare le coscienze, che siano del Centro Sardegna o delle coste, ben venga» ha aggiunto l’autore. Proprio questa – risvegliare le coscienze –  è, invece, l’intenzione con cui Alfa editrice ha pubblicato “L’emissario” e con cui, in generale, sceglie quali titoli pubblicare, ha successivamente precisato Andrea Carta.

paolo oggianu e maria grazia cossuSu invito di Maria Grazia Cossu e dopo aver puntualizzato «Non sono scrittore e non lo sarò», Paolo Oggianu ha spiegato che il libro è nato nel suo periodo universitario, anche se l’interesse per i sequestri se lo portava già dietro da tempo, peraltro ignorando – come il resto della sua famiglia – che suo zio avesse avuto un ruolo in più di uno di quelli avvenuti in Sardegna. Pur essendo nato nel 1925, ha raccontato, suo zio «risultava molto giovane dal punto di vista mentale: con lui si parlava di religione, ma anche di donne, di motori…», per cui non fu difficile arrivare a parlare pure di sequestri. Da subito Oggianu notò che era ben informato, per cui padre Onni dovette “confessare”: aveva svolto il ruolo di emissario, ossia di intermediario tra famiglie dei sequestrati e rapitori, in ben quattro sequestri, di ciascuno dei quali conservava una ricca documentazione. Oggianu scelse di consultare quella sul sequestro Casana perché sapeva esservi state coinvolte alcune persone di Santu Lussurgiu, paese di origine suo e dello zio. Di queste persone e dei loro complici nel libro non compaiono i nomi ma solo i nomignoli, ha chiarito l’autore, che ha giusto rivelato che Speedy Gonzales era il modo in cui veniva chiamato Salvatore Fais. Dalla consultazione del fascicolo alla decisione di scrivere questo romanzo il passo è stato breve: ne è nato un libro che è di fatto un documentario, essendo basato su fatti accertati ed avendo avuto il benestare dello stesso interessato. L’attendibilità della ricostruzione, inoltre, è stata “certificata” anche da altri protagonisti della storia, tra i quali Giorgio Casana, ha precisato Oggianu.

Tra i pregi de “L’emissario” c’è l’aver messo in luce «la doppia natura del sequestratore», come l’ha opportunamente definita l’autore: di giorno cordiale, compìto e amichevole; di notte violento, forse spinto «da un istinto atavico». Rispondendo a una domanda di Maria Grazia Cossu, Oggianu ha precisato che questo “ritratto del rapitore” si basa fondamentalmente su ragionamenti di padre Onni, «un sacerdote che ha sempre sostenuto che non esistono uomini totalmente buoni o totalmente cattivi» e che «anche nel sequestratore trovava un fondo di bontà». Il parere personale dell’autore è, però, che questi atti di violenza e il sequestro Casana, in particolare, furono compiuti per balentìa, una convinzione maturata a seguito di alcune conversazioni propiziate dall’uscita del libro. Oggianu ha poi precisato che furono le amicizie tra pastori – e il desiderio di mostrarsi bravi quanto gli amici in questi atti di “coraggio”, di “valore” (“balentìa”, appunto) – il filo conduttore individuato dagli inquirenti tra le due reti dell’Anonima sequestri, successivamente ricostruite. Santu Lussurgiu, però, non è un paese della Barbagia, che si trova in provincia di Nuoro, bensì della provincia di Oristano, per cui l’autore ha precisato che il coinvolgimento di lussurgesi in questo e in altri sequestri si spiega con il fatto di essere un paese «border line» in cui dominava la stessa mentalità all’epoca diffusa, appunto, in Barbagia.
oggianu - cossu - carlettiQuanto alla fine della lunga stagione dei sequestri per Oggianu si deve al fatto che il sistema non era più sostenibile, in parte perché il blocco dei beni delle famiglie dei sequestrati rese più difficile ottenere il riscatto, in parte perché, dietro i sequestri, «c’era un’organizzazione con regole precise, che aveva anche contatti con le Brigate rosse», per cui «entravano in gioco troppe persone» e diventava sempre più difficile gestire quest’attività. Era un sistema che «non poteva durare a lungo» e che, peraltro, non era troppo “conveniente” visto che – ha spiegato – il riscatto doveva essere spartito tra le persone coinvolte secondo rigide percentuali. Per tale ragione, a suo parere, hanno ripreso piede, anche a Santu Lussurgiu, reati che potremmo definire più gestibili e proficui quali l’abigeato e, di recente, gli assalti ai portavalori.

Riguardo ai sequestratori dei fratelli Casana, Oggianu ha rimarcato che non si mostrarono particolarmente violenti: «In questo sequestro c’è violenza psicologica ma non fisica», tanto che «Giorgio ricorda quei giorni come una gita in campagna con amici». E Marina, fortunatamente, non subì alcuna violenza sessuale, forse perché uno dei sequestratori se ne innamorò e «nessuno avrebbe osato torcerle un capello perché lui gli avrebbe sparato». Il Caso Casana, peraltro, a suo parere dimostra bene che «il sequestratore non è un mito: è un cretino». Perché, ad esempio, quello che si innamorò della ragazza si tolse il passamontagna per farsi vedere da lei e perché organizzarono il sequestro in una località di mare, con un gommone, pur non sapendo nuotare. Per Andrea Carta, tuttavia, «bisognerebbe chiedersi perché all’epoca i sequestratori venivano visti come miti, come persone in grado di riscattarci come sardi», perché «se la manovalanza nei sequestri era fatta di persone tonte, sempliciotte, queste potevano diventare dei miti, degli eroi» nell’immaginario collettivo. E, ancora, perché presero piede «l’idea della funzione di redistribuzione economica del riscatto», la convinzione che «il furto di cose o persone potesse far diventare la Sardegna più ricca». e giustificazioni quali la povertà, la sofferenza e la colonizzazione.

maria grazia cossu e federica lazzatiQuanto al ruolo di emissario svolto da padre Onni, su domanda dell’assessore comunale alla Cultura Giovanna Carletti, Oggianu ha raccontato che i suoi rapporti con la famiglia Casana «sono sempre stati molto sinceri, improntati sul comune obiettivo di riportare a casa i ragazzi», ma che, comunque, «si è trovato come una noce all’interno di uno schiaccianoci». Da un lato, infatti, c’erano la famiglia e le Forze dell’ordine, dall’altro i rapitori. In più, le Forze dell’ordine volevano sì riportare a casa i ragazzi, ma anche arrestare gli artefici del sequestro: «Per lui non fu semplice gestire questa situazione: doveva avere la fiducia dei genitori e al tempo stesso quella dei sequestratori». Con le Forze dell’ordine – ha raccontato il nipote – «ha parlato chiaro: “Non dovete mettervi in mezzo perché ho promesso ai genitori di portare a casa i ragazzi”. Per questo, disse, era pronto a coprire la fuga dei sequestratori, se le Forze dell’ordine fossero intervenute durante la liberazione per arrestarli, mettendo a rischio la vita dei fratelli Casana. Proprio la fiducia è un nodo cruciale di questa vicenda e, in generale, dell’attività dell’emissario, come ben emerso dai brani letti da Maria Grazia Cossu e Federica Lazzati. Un emissario, infatti, può svolgere efficacemente il suo ruolo solo se tutte le parti si fidano di lui. La famiglia Casana, – è stato spiegato durante la presentazione – si rivolse a padre Onni su indicazione di un altro gesuita, torinese come loro, che lo aveva conosciuto ai tempi in cui studiò a Torino. Quanto ai rapitori, decisero di fidarsi di lui dopo essersi informati sul suo conto: era, infatti, un uomo «molto conosciuto e stimato in tutti gli ambienti», ha raccontato il nipote. La particolarità di questo libro sta, dunque, soprattutto nel puntare l’attenzione su questa particolare figura dell’intermediario: «Non c’è altro libro scritto dal punto di vista dell’emissario» ha affermato Oggianu e Cossu ha rimarcato come siano, in generale, pochi i libri sui sequestri. «L’emissario è una figura particolare perché c’è sempre l’idea che sia un po’ in combutta con i sequestratori» ha rimarcato l’autore, aggiungendo che ad alimentare i sospetti contribuiva il fatto che una percentuale del riscatto fosse riservata a lui (il 10% della somma risparmiata rispetto alla prima richiesta). Suo zio non incassò una lira, né dai sequestratori né dalla famiglia Casana, ma ebbe da subito non pochi problemi poiché era lussurgese come alcuni sequestratori, ha raccontato Oggianu.

Uno degli aspetti su cui il pubblico ha mostrato curiosità è la modalità con cui avvennero e, in generale, avvenivano le trattative: l’autore ha spiegato che tutto si svolgeva tramite messaggi in codice, per lo più finti annunci di vendita, in particolare di automezzi, oppure, talvolta, lettere lasciate presso le pietre miliari o consegnate ai parroci. Per il sequestro Casana, il riscatto richiesto inizialmente fu di due miliardi di lire, sceso dopo varie trattative a 500 milioni. La cifra fu pagata, ma i rapitori vennero comunque arrestati in breve tempo, grazie a un collaboratore di giustizia, Luciano Gregoriani, che fornì informazioni dettagliate su tutta l’organizzazione del sequestro e che si addossò ogni responsabilità. Gregoriani e la sua famiglia furono successivamente trasferiti in Venezuela per ragioni di sicurezza: nel fascicolo di padre Onni, ha raccontato il nipote, si trovano anche cartoline da questo Paese, «da Torino no», ha aggiunto laconico e fin troppo eloquente. Il processo, peraltro, per Oggianu potrebbe costituire materiale per un altro romanzo perché «fu una parte fantastica»: «nella collaborazione di giustizia tutti quanti fecero qualcosa di illegale per favorire lo smantellamento di questa rete».

franco melis ed enzo garau suonano launeddasAlmeno per il momento, però, l’autore non prevede un seguito né altri romanzi basati sugli altri tre fascicoli dello zio ancora da esplorare, mentre gli piacerebbe che da questo libro fosse tratto un film. Un desiderio che nasce dalla convinzione che queste pagine sappiano mostrare – «sia tra i buoni che tra i cattivi» – che in Sardegna c’è ben altro rispetto ai soliti luoghi comuni, che questa non è solo una terra di sequestratori e pastori di pecore. E, alla luce di questa convinzione, ancor più azzeccata si è rivelata la scelta degli organizzatori di intervallare il dibattito con esibizioni di due suonatori di launeddas, Enzo Garau di Ussaramanna e il suo maestro Franco Melis di Tuili: un bel particolare della faccia buona dell’Isola.

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