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Tra laurea ed umiltà, quale il confine?

Il nostro Paese è tra gli ultimi in Europa come numero di persone che hanno conseguito una Laurea, ma che fine ha fatto la padronanza della Lingua madre?

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di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico e opinionista)

Il conseguimento di una Laurea accademica (ad honorem od honoris causa a parte) è un’esigenza che si va sempre più rafforzando in Europa, e secondo quanto riporta l’Ansa, il nostro Paese “primeggia” per scarsi titoli solo davanti alla Romania. Il livello di persone con un titolo di istruzione superiore – precisa la nota – è comunque raddoppiato rispetto al 2002, quando la quota era del 13,1%. L’obiettivo della strategia Europa 2020 è che tutti i Paesi arrivino per quella data ad avere il 40% di laureati”. Obiettivo raggiungibile? Prima di rispondere a questa domanda mi permetto di fare qualche considerazione. Con l’evoluzione delle fonti culturali e delle tecnologie, seguita dai continui flussi migratori intercontinentali, il concetto di istruzione accademica diventa di fatto un’esigenza che non si può disattendere: ne è l’esempio l’esigenza di conoscere la lingua inglese (di riferimento per molti Paesi, Italia compresa), tant’é che anche molti messaggi pubblicitari non sono più trasmessi in lingua italiana, quindi utile agli sviluppi politico-economico-relazionali.

Dante AlighieriMa pur a fronte di queste esigenze per l’evoluzione di un traguardo accademico, come si può pensare di raggiungerlo quando sono ancora molti gli studenti universitari che non sanno “onorare” la Lingua madre (oltre agli “analfabeti di ritorno”), facendo rivoltare nella tomba il sommo Dante Alighieri? E come perseguire questo fine di “istruzione” a fronte delle interminabili contestazioni studentesche, avendo come interlocutore un Ministero che non sa rispondere alle istanze di chi vorrebbe raggiungere una meta che per molti è ambita a prezzo di sacrifici per intraprendere una adeguata professione? Si potrebbe fare intanto qualche considerazione sui requisiti di istruzione dell’attuale titolare del Dicastero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel cui curriculum appare quanto segue: “Dopo aver conseguito il diploma triennale per insegnare nella scuola materna si trasferisce a Milano, dove lavora come maestra per il Comune di Milano. In quel periodo prende il diploma di assistente sociale presso l’UNSAS”. Del resto anche il titolare del Dicastero della Tutela della Salute ha conseguito il solo Diploma di Liceo Classico, che potrebbe (il condizionale è d’obbligo) rappresentare un onere non da poco per dirigere un settore di così grande e delicata importanza… Vorrei ricordare inoltre che i nostri laureati, compresi quelli che hanno conseguito la cosiddetta “mini laurea” (la cosiddetta “Triennale”), eccezioni a parte, sono particolarmente legati (neanche fosse un “crisma”) al titolo di Dott., Prof., Ing., Avv., etc., mentre all’estero nella vita sociale i laureati amano farsi chiamare: Mister, Monsieur, Madame, Mademoiselle, Miss, etc. Il vezzo di ostentare il titolo (che sia rappresentato o meno dalla professione svolta) è ancora radicato nella nostra cultura e questo, a parer mio, è un modo di distinguersi nei confronti di chi non ha potuto o voluto inseguire un percorso accademico. Negli Enti pubblici in taluni casi il laureato responsabile di un Servizio col suo modo di porsi rende ancor più “suddito” il cittadino che a lui vi ricorre, e questo non è certo indice di umiltà… Da anni sono in contatto con pluri laureati, in gran parte certamente meritevoli del titolo conseguito, mentre alcuni (pur essendo professionalmente lodevoli) non sanno comunicare né oralmente nè per iscritto e pretendono di essere appellati con il titolo accademico anche al di fuori del loro ruolo professionale; altri invece, tendono a celare la laurea conseguita e quindi a farsi appellare Signor, Signora.

Nobel letteraturaA “conforto” del mio esporre e in risposta ai quesiti iniziali, vorrei ricordare alcuni personaggi illustri che non hanno mai conseguito una Laurea, ma hanno dato il meglio di sé come i quattro Premi nobel per la Letteratura quali George Bernard Shaw (1856-1950), Nobel nel 1925; Eugenio Montale (1896-1981), Nobel nel 1975; Ernest Hemingway (1899-1961), Nobel nel 1954; Dario Fo (1926-2016, Nobel nel 1997. E poi, Frank Lloyd Wright (1867-1959), uno dei più rappresentativi e massimi esponenti dell’Architettura del XX secolo; per non parlare dei contemporanei Piero Angela (1928), noto ed eccellente divulgatore scientifico; Roberto Benigni (1952), che fu candidato al Premio nobel per la Letteratura nel 2007. Ed altri ancora. Va da sè che ogni obiettivo raggiunto sia da riconoscere e rispettare, ma sarebbe saggio che le rispettive “parti opposte” (titolati e autodidatti) dialogassero di più tra loro, scambiandosi competenze e suggerimenti poiché, soprattutto in ambito umanistico, i valori del sapere emergono proprio non dall’ostentazione di un titolo accademico ma piuttosto dall’umiltà di riconoscere i propri limiti e dall’agire in forma sinergica. Solo così, io credo, si può essere maggiormente utili alla collettività. Del resto, sappiamo tutti che nessun luminare nella storia (accademico o no) ha mai realizzato qualcosa in forma autonoma, ed è noto che l’unica saggezza che possiamo sperare di acquistare è quella dell’umiltà.

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