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Diritti negati e OPG: considerazioni da Cagliari

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Quale approccio per le persone con disturbo mentale che hanno compiuto reati? Una volta chiusi gli ospedali psichiatrici giudiziari, che accadrà con le strutture (REMS) che li sostituiranno? Molti i nodi irrisolti, come emerso dall’incontro “I diritti negati, salute mentale, carceri e ospedali psichiatrici giudiziari” organizzato il 10 dicembre 2014 a Cagliari.

logo del Mese dei diritti umanidi Marcella Onnis

Nell’articolo “La salute mentale e i suoi diritti negati… ricordati a Cagliari” abbiamo riportato parte delle considerazioni fatte nell’incontro pubblico del 10 dicembre 2014 “I diritti negati, salute mentale, carceri e ospedali psichiatrici giudiziari”, organizzato a Cagliari dall’Associazione sarda per l’attuazione della riforma psichiatrica (Asarp), dal Comitato sardo Stop OPG, dalla cooperativa sociale “Il Giardino di Clara” e dalle altre organizzazioni che hanno aderito alla terza edizione del “Mese dei diritti umani”. In questo articolo continueremo a occuparci di salute mentale, con particolare riferimento agli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) e alla riforma che ne sancisce finalmente la chiusura, adottata con il decreto-legge 31 marzo 2014, n. 52 (convertito in legge con la Legge 30 maggio 2014, n. 81).

LA CHIUSURA DEGLI OPG: RIFORMA EPOCALE MA MONCA – Per Maria Cristina Ornano, giudice del Tribunale di Cagliari, la riforma in questione è «davvero epocale» perché ha consentito di superare un sistema che violava diritti e principi costituzionalmente riconosciuti, tra i quali il principio che la misura di sicurezza deve essere pensata in vista della rieducazione dell’interessato. Ma il fatto che questa riforma avvenga – come ha sottolineato – a Codice invariato rappresenta un limite alla sua efficacia, in quanto resta fermo il quadro delle misure di sicurezza previste dall’ordinamento penale: per il giudice Ornano, questa poteva, invece, essere una grande occasione per rivedere la parte del Codice penale più vecchia e inadeguata.

La riforma ha comunque il merito di sancire la chiusura degli OPG, strutture che si sono rivelate incapaci di rieducare e curare i detenuti con disturbo mentale. Entrarvi era molto più facile che uscirvi, per questo si parla di «morte bianca», come ha fatto il giudice Ornano, o di «ergastolo bianco», come ha fatto il costituzionalista Daniele Piccione, promotore di alcuni emendamenti al decreto-legge n. 52/2014 recepiti in sede di conversione in legge.

È stato proprio lui, durante l’incontro, a rendere alla perfezione la brutalità di questi luoghi (che, tuttavia, hanno resistito 22 anni, come ha ricordato). Citando alcune considerazioni fatte a proposito dei manicomi da Roberto Bolaño, ha elencato le condizioni tipiche delle istituzioni totali: riduzione dell’individuo a complesso indistinto; privazione di senso; stasi; assenza di discernimento… Elementi che si ritrovano nei regimi totalitari, nelle carceri (altra patria di diritti negati su cui torneremo in un successivo articolo) e, spesso, negli ospedali psichiatrici. E nelle stesse condizioni vivono, inoltre, le persone sottoposte a contenzione. Anzi, ha affermato Piccione, «il tema della contenzione è al centro di questo quadro perché è in tali luoghi che prolifera (case di cura e custodia, ospedali psichiatrici civili e, soprattutto, giudiziari…)». La permanenza in questi luoghi, per di più, condiziona l’individuo anche dopo che ne è uscito perché – ha aggiunto il costituzionalista – lo stigma ha una sua forza di permanenza.

Davanti a questi trattamenti disumani, però, esiste uno strumento di difesa: la Costituzione, che «sul punto non è muta» ha affermato Piccione. All’art. 2 (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità […]”), infatti, riconosce il principio della personalità, ossia il diritto del singolo di essere sempre riconosciuto come tale anche all’interno di una formazione, di un gruppo.

Gisella Trincas e Maria Cristina OrnanoPassi per superare questo sistema in realtà – ha precisato la dott.ssa Ornano (nella foto accanto a Gisella Trincas) – erano già stati fatti prima della riforma normativa ad opera della giurisprudenza che, recependo le istanze della cittadinanza, l’ha di fatto scardinato. Quest’evoluzione, in particolare, ha trasformato la misura di sicurezza in extrema ratio, da applicare «per i casi in cui non esistono altre possibilità di assistere il reo». Non a caso, ha sottolineato, i giudici da tempo limitano l’invio dei malati agli OPG, consapevoli che tali strutture non potrebbero risolvere i loro problemi. La riforma ha recepito il concetto dell’extrema ratio, ha proseguito Cristina Ornano, in quanto prevede che il giudice possa stabilire l’applicazione della misura di custodia solo se non  esistono misure alternative. Il problema è che, ad oggi, l’unica alternativa possibile è la libertà vigilata e, per ovviare a questo limite, ha spiegato, la giurisprudenza vi ha aggiunto l’obbligo di cura. Il giudice, però, ha ribadito la dott.ssa Ornano, deve avere la possibilità di scegliere, caso per caso, la soluzione che garantisca la cura e che riduca il rischio di recidiva perché il diritto alla prima deve essere contemperato con l’esigenza di sicurezza sociale.

IL RUOLO DELLA PSICHIATRIA FORENSE TERRITORIALE – Già da tempo, inoltre, ha precisato ancora, nel sistema penale il concetto di “pericolosità sociale” non veniva più inteso in senso discriminatorio e stigmatizzante, ma come rischio di recidiva. Secondo Giampaolo Pintor (responsabile del Servizio di psichiatria forense dell’ASL 8 di Cagliari), però, occorre trasformare ulteriormente questo concetto, abbandonando il giudizio sul pericolo di reiterazione del reato in favore del giudizio clinico sulla persona malata. Perché ciò accada, tuttavia, secondo Pintor dovrebbe cambiare anche il ruolo dello psichiatra forense, oggi considerato una sorta di ausiliario del giudice: invece, ha affermato, «dovremmo riappropriarci di quel ruolo che è nostro (perché noi siamo medici), proponendo alla persona un progetto terapeutico e cercando di ottenere il suo consenso». È per questo che è nata la psichiatria forense territoriale, ha detto: per tutelare il diritto alla cura nel luogo più adeguato. Quindi, a suo parere, «la perizia psichiatrica può diventare il primo momento del percorso terapeutico». Qual è quindi il ruolo del Servizio di psichiatria forense territoriale (SPFT)? Porsi «come mediazione tra le esigenze giudiziarie e il diritto-dovere alle cure dell’autore del reato», interagendo a tal fine con il territorio (famiglia, comuni, associazioni, servizi territoriali di salute mentale…). E questa sua attività deve mirare, ha spiegato, a trovare alternative alle misure di sicurezza. Perché ciò sia possibile, però, «il progetto deve essere concreto», deve cioè indicare i soggetti coinvolti, i loro ruoli, le finalità, la durata e tutti quegli elementi che possono consentire al giudice di valutarne l’idoneità allo scopo.

Gisella Trincas accanto a Pierpaolo Pani che parla al microfonoLE REMS MEGLIO DEGLI OPG?– La riforma adottata con il decreto-legge n. 52/2014 attualmente prevede la chiusura degli OPG per il 30 marzo 2015. Considerate le varie proroghe già concesse, però, c’è ancora chi dubita che veramente si porrà fine a questa vergogna. Sul punto, comunque, Pierpaolo Pani della Commissione regionale salute mentale ha dato forti rassicurazioni (nella foto con Gisella Trincas): «Non c’è volontà di alcuno di lasciarli aperti: né il Governo, né il Parlamento né le regioni intendono chiedere proroghe». Ciò, però, per la Sardegna in particolare significa che «occorre organizzarsi per trovare risposte alternative» e, ha aggiunto Pani, «questo è il tasto dolente perché non si può proporre come alternativa a una residenza un’altra residenza». Queste, infatti, ha sottolineato il componente della Commissione, «finiscono col diventare luoghi escludenti, marginalizzanti».

La strada da percorrere per lui è quella indicata da Gisella Trincas per tutte le persone con disturbo mentale: «Occorre abbandonare il discorso del “dove li mettiamo”» e «sostituire al concetto di prestazione quello di percorso». Per Pani è necessaria una «visione condivisa con i pazienti e familiari del percorso di cura percorribile», un percorso personalizzato e basato sul “budget di salute”, ossia l’insieme delle risorse economiche, umane e professionali in capo al malato e alla sua famiglia. Premesso questo, a suo parere è necessario prevedere più opzioni di gestione del singolo percorso (residenziale, domiciliare…) e queste devono essere individuate sin da ora, per evitare di «trovare soluzioni estemporanee con risorse che non ci sono» e di far sì che, come spesso accade, «le persone  finiscano in strutture inadeguate per mancanza di opportunità».

Ad oggi l’alternativa agli OPG, prevista per legge, è la residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS). Mentre altre regioni si sono già attrezzate – ha ricordato don Ettore Cannavera, fondatore e responsabile della comunità “La Collina” -, la Sardegna è ancora indietro. Secondo Cristina Ornano, comunque, la titubanza della Regione su queste strutture non è dovuta a pregiudizi ideologici quanto alle difficoltà, anche economiche, di realizzarle. In proposito, Pani ha precisato che «la Regione non ha preclusioni sulle REMS», infatti sta lavorando su questo, come annunciato anche dall’Assessore regionale alla Sanità, Luigi Benedetto Arru, nel suo saluto iniziale. In particolare, sta rivedendo il progetto iniziale che prevedeva la creazione di due REMS, poi ridotte a una da 40 posti, di cui ora si vuole ulteriormente ridurre la capienza. Questo in considerazione di due elementi: che un numero elevato di posti contrasta con l’idea, alla base della riforma, di superare le lunghe degenze; che i sardi attualmente rinchiusi in OPG sono 20 di cui 16 dimissibili.  Questo dato, peraltro, denota un’altra criticità, evidenziata da Antonello Murgia del Comitato sardo Stop OPG: se l’80% dei detenuti sardi è dimissibile, significa che c’è stato un carico eccessivo sulla magistratura e che questi detenuti non sono stati presi in carico con servizi terapeutici.

Secondo il giudice Ornano, comunque, di strutture che garantiscano una stretta sorveglianza per certi autori di reato con disturbo mentale non si può fare a meno, «l’importante è che – avendo una sofferenza psichica più grande – si pensino per loro percorsi terapeutico-riabilitativi che prevedano una permanenza a tempo in vista del reinserimento sociale». A maggior ragione, quindi, in questi casi, serve «una stabile e costante collaborazione della magistratura con i servizi di salute mentale territoriali», ai quali, ha precisato, peraltro compete in via esclusiva l’elaborazione del progetto terapeutico-riabilitativo di cui il giudice deve valutare l’idoneità. A parere di Daniele Piccione, però, le REMS non sarebbero in grado di consentire questi trattamenti terapeutici e riabilitativi. E la sua convinzione discende dall’insegnamento di Franco Basaglia che, negli anni Settanta, dimostrò come nei luoghi di restrizione ai quali si attribuiscono più funzioni (controllo sociale, cura, sicurezza…) finisca sempre per prevalerne una, che è quella del controllo sociale. Anche il carcere, ha spiegato, fallisce per questo e non rende effettivo l’art. 27 della Costituzione (sul punto torneremo in un altro articolo): perché la funzione risocializzante non ha la forza dovuta e viene soffocata dalla funzione di controllo sociale. D’altronde, fu sempre Basaglia, ha ricordato ancora il costituzionalista, ad affermare che «quando una persona entra in un’istituzione totale capisce ancora meno ciò che gli è capitato di quando ha compiuto l’atto per cui vi è entrato».

Gisella Trincas accanto a Daniele Piccione che parla a un microfonoNon solo: aveva anche capito che la struttura influenza gli individui, li attrae «più presto che tardi», ma le persone che vi vengono attratte non vi vengono, appunto, curate, quanto piuttosto controllate. Quindi, ha affermato Piccione (nella foto con Gisella Trincas), «c’è una sorta di circuito tra istituzioni totali che va spezzato», perché «tutte le istituzioni totali hanno una vocazione attrattiva che si proietta sulla durata della limitazione della libertà», con il risultato che chi vi entra tende a non uscire. Nella fase di conversione del decreto-legge n. 52/2014, dunque, si è cercato di potenziare i servizi di salute mentale – ha spiegato ancora il costituzionalista – proprio per distogliere gli individui, attraverso percorsi di cura personalizzati, da questa forza attrattiva. Altra conquista da lui ricordata è stata l’aver posto un limite alla durata della misura di sicurezza, eliminando così il cosiddetto ergastolo bianco. E su questa innovazione che «ristabilisce i principi costituzionali finora violati» ha espresso soddisfazione anche Antonello Murgia. Ma la strada da percorrere è ancora lunga, ha fatto capire Piccione: «La vera battaglia è rendere effettivo il dettato costituzionale, avere cioè il massimo consenso sociale sulle sue norme».

Anche Augusto Contu (responsabile del Dipartimento di salute mentale di Cagliari) ha evidenziato alcune criticità delle REMS che, ha ricordato, sono strutture detentive in cui devono essere offerte terapie riabilitative intensive. Terapie che, ha proseguito, devono prevedere una permanenza breve nell’istituto ma, al contempo, qualità delle cure, la quale presuppone una formazione e una professionalità adeguate del personale, «altrimenti tale struttura entra nel magnetismo evidenziato da Daniele Piccione».

A suo parere c’è, inoltre, un’altra zona nebbiosa che riguarda gli OPG: poco si è fatto per «monitorare le persone già dimesse, per avere indicatori di rischio o eventualmente anche clinici». Come ha giustamente rilevato, infatti, è sbagliato lavorare a nuovi progetti senza verificare la validità di quanto già fatto.

IL RUOLO DELLA POLITICA E DELLA REGIONE – È ormai chiaro che dall’incontro è emerso prepotentemente il bisogno di risposte da parte delle istituzioni pubbliche, a partire ovviamente dalla Regione Sardegna.

Gisella Trincas seduta mentre Luigi Benedetto Arru, in piedi, parla al microfonoQuest’ultima, come accennato, è stata rappresentata per l’occasione dall’assessore alla Sanità Luigi Benedetto Arru che, però, a causa di impegni istituzionali, ha potuto fare solo un saluto iniziale. Nel suo intervento, tuttavia, ha confermato quanto anticipato da Gisella Trincas riguardo all’intenzione della giunta Pigliaru di proseguire il percorso per la salute mentale iniziato nel 2004 dall’allora assessore alla sanità Nerina Dirindin. Un percorso che quest’ultima – ha precisato la presidente dell’Asarp – sta proseguendo come senatrice e membro della Commissione sanità del Senato, secondo valori e progettualità che il suo successore ha affermato di condividere pienamente. L’unico limite a questa volontà, è che «dopo dieci anni dal suo arrivo ci sono risorse nettamente più limitate», tuttavia, «sui diritti fondamentali non si arretra […] soprattutto in questo momento di disagio». Disagio che, ha ricordato, incide molto sul disturbo mentale. Per questa ragione, ha promesso un «percorso di ascolto e condivisione» e di «attenzione operativa» che – in linea con quanto chiesto da Gisella Trincas – miri anche a «cambiare l’approccio degli operatori», che non può essere «solo di tipo biofarmacologico». Inoltre, ha affermato l’assessore, «il messaggio che vorremmo si estendesse è che in una regione come la nostra deve esserci una rete: è assurdo che ci siano cittadini, associazioni… separati.»

Roberto Loddo e Gisella Trincas sorridenti accanto a don Ettore CannaveraSi annuncia quindi un nuovo corso «dopo cinque anni di vuoto», ha sottolineato l’assessore riferendosi a quanto (non) fatto dalla giunta Cappellacci in questo campo. Un’assenza che non rilevano solo gli avversari politici – cosa che farebbe testo fino a un certo punto – ma anche e soprattutto le associazioni del settore, tra le quali l’Asarp. Questa negligenza è stata rimarcata anche da don Ettore Cannavera, che con piacere ha ricordato come anni fa, con l’allora assessore Dirindin, iniziarono «un’avventura di accoglienza di 10 ragazzi con problemi psichici». Ragazzi tra i 18 e i 25 anni – cosiddetti giovani adulti, ha precisato – di cui 2 provenienti da OPG e 8 a rischio di entrarci. La giunta Cappellacci, però, tagliò i fondi destinati a quella che definirono sperimentazione e così l’esperienza dovette essere interrotta. «Da allora silenzio totale, è stata messa da parte la psichiatria. Perché? Perché evidentemente il problema non interessava». E, con calore, il fondatore de “La collina” ha quindi richiamato alle loro responsabilità i politici («che non ci sono, naturalmente» ha rimarcato): «Cosa vogliamo fare di questi ragazzi?» Un’idea loro l’hanno già: «Dall’aprile dello scorso anno abbiamo iniziato la formazione per aprire una struttura in cui accogliere persone provenienti dagli OPG», perché «queste persone hanno bisogno di interventi diversi dalla detenzione», hanno bisogno di cure e di essere accolte in piccole comunità, non di essere rinchiuse, custodite. Ma per scongiurare questo, ha detto, serve l’intervento dei politici.

 

Le bellissime foto sono di Stefania Meloni dello studio editoriale Typos – Cooperativa sociale “Il Giardino di Clara”, che ringraziamo per avercene generosamente concesso l’uso.

 

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