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Archivio | Raccontonweb

L’angolo di Full: “Pace e bene”

Cari amici, oggi rinnoviamo l’appuntamento con L’angolo di Full e lo facciamo con un racconto pungente e forse un po’ “scomodo”.

Abbiamo fatto questa scelta perché siamo convinti che una provocazione intelligente e divertente – come lo sono, di consueto, le provocazioni di questo autore – sia un ottimo metodo per risvegliare le coscienze, soprattutto su temi delicati quali la spiritualità.

Prima di lasciarvi alla lettura del nuovo brano di Fulvio Musso, vogliamo ricordarvi che anche voi potete diventare protagonisti del nostro spazio dedicato ai racconti. Come? Per scoprirlo, leggete il regolamento di Raccontonweb.

 

Pace e bene

Ogni mattino supero le tristi colonne che sostengono, insieme ad un orrendo edificio moderno, l’ipotesi che ogni uomo politico abbia un qualche figlio o nipote architetto da sistemare. Passo davanti alla casa di riposo “Villa Paradiso” che deve produrre non pochi angeli con quella sua insegna-spot. In ultimo m’accompagno a un composto corteo di cipressi capitanati da un rosso faggio, ed eccomi arrivato.

Faccio scattare la vecchia serratura della chiesa di San Bartolomeo e mi godo l’accogliente profumo dei secoli e la sicurezza che dà il cheto ordine delle cose, che replica quello di ieri e di cento anni fa.

Controllo l’orologio anche se conosco perfettamente l’ora: sono le sette meno cinque. Entro in sacrestia, siedo sull’unica, scomoda scranna e mi leggo le notizie del mattino mentre conto i cigolii del vecchio portoncino che m’annunciano i fedeli.

Al sesto cigolio mi alzo, metto il colletto talare, infilo la stola sacerdotale ed entro in chiesa. Ci sono le solite cinque o sei donne più un paio nuove. Vado nel confessionale e aspetto.

 

«Sia lodato Gesù Cristo, reverendo.»

«Sempre sia lodato, figliola.»

Ascolto la prima confessione. Più che peccati, sono gli sfoghi di una pettegola.

«Spesso, mia cara, bisogna accettare un sacco di stronzate dalle persone per godere delle loro qualità. Inoltre, non fidarsi di nessuno, è altrettanto idiota che fidarsi di tutti. Per il tuo malanimo, accendi due ceri davanti alla statua del Redentore.»

 

«Sia lodato Gesù Cristo, reverendo.»

«Sempre sia lodato, figliola.»

Questa è una nonna scocciata con la propria nipote perchè convive anziché sposarsi.

«Convivenza o matrimonio non conta così tanto, mia cara: è famiglia là dove c’è amore. Per la tua invadenza nelle questioni che non ti appartengono, accendi due ceri alla Madonna.»

 

Quest’altra è una ragazza e mi ci vorrà più tempo.

«Buongiorno padre.»

«Sia lodato Gesù Cristo, figliola.»

Come immaginavo, parte da lontano: dalla mancanza di fede.

«Che dirti mia cara? Credere potrebbe essere una boiata, non credere potrebbe rivelarsi una boiata più grossa. In definitiva, sei qui perché cerchi la Verità, e chi la cerca non è inferiore a chi la predica. Accendi due ceri davanti al Crocefisso per chiedere chiarezza.»

 

Dalla voce oltre la grata, quest’altra si direbbe meno giovane, una sposa, forse.

«Sia lodato Gesù Cristo.»

«Sempre sia lodato, figliola.»

Non osa dire quanto ha in mente. Pian piano capisco.

«Vorresti abortire? La legge te lo consente. Sei indecisa? Se ne hai occasione, tieni in braccio un piccino per un’oretta, sarà lui a consigliarti, a dirti se sarai una buona mamma… che è quanto conta. Accendi due ceri davanti al Bambinello per chiedere amore.

 

Non c’è altro. Aspetto che scada l’ora di apertura e che le fedeli escano. Poso la stola, spengo i ceri, intasco le relative offerte ed esco chiudendo a chiave con cura. Per le otto e trenta devo essere alla chiesetta di Santa Rita.

Con la crisi delle vocazioni e la chiusura di tante chiese, posso camparci discretamente. Inoltre, il fatto di non essere del mestiere, svincola le mie parole da antiche remore e muffe.

Sempre che non mi becchino.

Pace e bene.

 

Fulvio Musso

 

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Raccontonweb: “I fiori di carta” di Adele Costanzo

I fiori di carta

 

Ci sono fiori che crescono tra i libri, fiori di carta, fiori solitari e fiori di giardini e il cui profumo si mescola a quello della polvere e della cera per mobili. Sembrano veri, sono i veri fiori di carta che troviamo tra le pagine. Fiori normali, che danno miele e acqua velenosa dentro ai vasi. Sul tavolo o per terra può capitare di schiacciarne i petali.

Fiori di carta fiori di parole, bianchi e neri, hanno il profumo dell’inchiostro: fiori speciali, diversi.

Ce n’è per tutti i gusti e ricorrenze, come dal fioraio. Rose caduche in posa a immortalarsi  per le gallerie reali; fiori parassiti, carnivori, fiori del male; fiori di fango, fiori vermigli, fiori appassiti.

Per me, io comprerei ginestre, girasoli, rose di Atacama: i fiori del deserto. Li ha ispirati il tuo glicine, che dal cancello s’arrampica con i suoi tralci su per le scale, seguendo la sottile traccia di spago. Che attecchisce al vecchio muro e lo ricopre, puntando dritto al tetto, poi si sistema intorno alla cornice della porta e quindi esplode giù dalla grondaia, con i suoi grappoli, e ti entra nelle stanze ogni mattina, dalle finestre. Spero che non trascurerai mai di innaffiarlo, e di guidarne i rami nuovi, così sottili.

Ci sono fiori  che si regalano, come quello che ricevetti tempo fa, accompagnato da un biglietto che parlava di rapporti che nascono naturali, come certi piccoli fiori, e di pensieri.

Ho ritrovato questo “fiore” tra le pagine: è tutto quello che resta di qualcosa che era già poco, forse niente. Sarebbe troppo dire che era un fiore di carta, sia pure di carta da macero, di carta di seconda mano dove ancora, da qualche parte, sotto la grossolana superficie, scorre la linfa di piante straziate.  Perché mia madre, durante la guerra, quando i fiori veri andarono in esilio, aiutava sua zia a fare  bellissime rose  per i matrimoni. Rose bianche e  rose rosse di carta velina, con i gambi di filo di ferro rivestiti di un verde intenso, lo stesso delle foglie. Sembravano vere, delle vere stupende delicate  rose di carta. Profumatissime.

Ragion per cui rimando indietro il fiore di plastica suddetto, delegando al mittente il piacere e l’onere di discernere, sui rozzi petali, la polvere che incrosta i nostri reciproci pensieri.

Adele Costanzo

Di quest’autrice abbiamo già pubblicato il racconto Lei e lui  e I viaggi, i paesi, le parabole e i cinghiali

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L’angolo di Full: “Il medico condotto”

Il medico condotto

 

Una bella schiena ampia, da centromediano. Del mio medico di fiducia conosco soprattutto quella. Cioè la parte anatomica che mi mostra mentre siede al computer in ambulatorio.
Il nostro medico generico opera così, ormai. Tu comunichi i sintomi, lui ti dà una mezza occhiata poi si siede al picì. Se ti fa male qui, ti prescrive le analisi, se ti duole là, ti propone l’ortopedico, se il dolore è più giù, ti becchi l’urologo, e così via.

Ma queste banali considerazioni sulla moderna sanità, rischiano di portarmi lontano dalla sorgente, cioè dai pensieri ancora in bozzolo del primo risveglio mattutino nei quali, stamani, c’ho trovato il dottor Onorato, un vecchio medico condotto comunale, di quelli che avevano iniziato la professione medica soccorrendo le levatrici in difficoltà o ricucendo il garzone di stalla incornato dalla mucca Guendalina.
La sua schiena, esile e dritta come un trinchetto, la vedevo solo quando se ne andava dopo avermi visitato, rigorosamente in casa, fosse pure per una ordinaria influenza.

«La trovo alquanto deperito, caro amico.»
«Allora non è niente di grave, dottore. Meno male.»
«Al contrario. Per quanto sembri ancora un giovanotto, lei deve curarsi seriamente, come tutti.»
Oltre che in età, il dottor Onorato era uomo all’antica e la tradizione medica di famiglia aveva certamente giovato alla sua professione. Considerava la persona nel suo insieme, piuttosto che un insieme d’organi e riteneva che la salute fisica dipendesse spesso da quella psichica. “Dai più vita ai giorni e aggiungerai più giorni alla vita” era uno dei suoi motti più ricorrenti. Le citazioni erano il suo debole, ma anche il suo forte perché le recitava sempre a proposito.

«Deve nutrirsi caro amico, ma è inutile che le prescriva ricostituenti o zabaioni. E’ lei che deve scuotersi, cambiare registro: l’entusiasmo è per la vita ciò che l’appetito è per il cibo», e intanto mi prescriveva del buon parmigiano. Sapeva che il mio malessere dipendeva, in buona misura, dal disadattamento alla recente separazione coniugale:
«Non voglio entrare nelle sue questioni sentimentali, ma l’amore reciproco non è frequente come ci fanno credere. Peraltro, chi ama e chiede di essere riamato, è un ricco che chiede la carità a un povero».
Una dopo l’altra, il bravo dottore provava le sue chiavi scegliendole con cura dal mazzo e girandole delicatamente nella toppa:
«La malinconia è un veleno sottile perché rende accetta la tristezza; diceva Hugo che la melanconia è la felicità d’esser tristi.»
A volte le sue parole mi stupivano. Non capivo come potesse scrutare nella profondità del mio animo: forse lo scorgeva in fondo ai miei occhi quando li apriva fra l’indice e il pollice per esaminare le cornee.
Quella volta, il dottor Onorato riuscì nell’intento di farmi “espettorare” i vari patemi, a partire dalla sofferta conclusione del mio matrimonio, all’eccessivo carico di lavoro e, per ogni sintomo, il buon dottore traeva un’aforistica prescrizione dal suo personalissimo ricettario letterario:
«Non si soffermi troppo sui suoi trascorsi coniugali: spesso, nelle relazioni, si è più sereni per le cose che si ignorano che per quelle che si sanno.»
«Eviti di tribolare troppo in quell’azienda: sappia che, secondo Confucio, l’uomo abile non è indaffarato e l’uomo indaffarato non è abile».
«Le piace quella signora? Allora l’avvicini, si proponga; la sua compagnia potrebbe esserle più salutare delle sue passeggiate: una volta l’aria era pulita e il sesso sporco, ma oggi è tutto il contrario.»
«Dica sempre di si a qualsiasi cosa lecita che possa accendere il suo interesse: il desiderio è metà della vita, l’indifferenza è metà della morte.»

Le citazioni del dottor Onorato erano come pillole colorate senza ricetta e senza ticket che, diluite nei suoi larghi sorrisi, s’ingollavano d’un fiato. Né tardarono a dare i loro risultati.
Ripresi l’abitudine di cucinarmi il pranzo e la cena in modo regolare ed equilibrato. In azienda mi presi qualche giorno di riposo. Recuperai alcuni numeri telefonici e, qualche sera dopo, al telefono, mi sorpresi a sussurrare con voce suadente che, oggigiorno, nemmeno l’aria è rimasta pura e il desiderio è metà della vita per un uomo e una donna abili, liberi o non troppo indaffarati… come Confucio.

Al funerale del dottor Onorato c’ero anch’io e ricordo che mi presentai alla vedova per le condoglianze. Credevo di esserle estraneo, invece quando sentì il mio nome mi guardò come fossi una persona nota: «Lei è il signore che vive solo in cima alla collina», disse piano. Allora capii appieno il significato di “coppia molto unita”.
«Non vivo più solo, signora», mentii. Riferendo la mia solitudine alla sua, avrei fatto come il ricco che racconta la povertà a un povero.

Fulvio Musso

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L’angolo di Full: “La mia riserva Navajo”

La mia riserva Navajo
– Un po’ di niente –

Per forza non ti viene da scrivere nulla! Non esci mai di casa! Come può arrivarti un input, un qualche spunto? Guarda Faletti: per il suo romanzo, quello col pilota Navajo, è andato in America fra gli indiani della riserva Navajo. È così che si fa!

Questa cosa di Faletti m’ha dato da pensare: se un viaggio come quello ti fa scrivere una storia di cinquecento pagine, per un racconto “fulmineo” mi basterà arrivare al supermercato sotto casa. Detto, fatto: butto giù una breve lista della spesa e il giubbotto me lo infilo mentre attraverso il giardino.
Per accorciarmi la strada entro dal parcheggio. Un tizio con la giacca di daino (ma le fanno ancora?) è appena arrivato con un Suv nuovo di trinca e sta sorvegliando quello che gli parcheggia accanto, metti che glielo graffi! Poi rimane a coccolarsi il SuoSuv nuovonuovo. Infine, invece d’incamminarsi verso l’ingresso, s’avvia verso il prato (?). Rallento il passo per curiosare, ma poco dopo il daino si ferma e si volta a guardare il SuoSuv nuovonuovo: aveva solo cambiato prospettiva per le coccole. La voce che m’ha spinto a uscire di casa aveva ragione! Appena fuori ho fatto lo scoop: ho trovato un uomo felice! Almeno per i prossimi due o tre giorni, che non è poco, specie di questi tempi!

La prima spesa della lista sono le pere da fare al forno, ma qui vedo almeno tre varietà: verdi, rosse e ruggine. Incoccio una signora con così pochi capelli che posso guardarla sia come donna che come sarebbe da uomo: scusi signora, per fare le pere cotte, quali devo prendere?  Pere del Kayser, mi fa. Dapprima temo sia la rispostaccia di una donna importunata, ma poi vedo che il cartello indica proprio “Kayser”, così ringrazio. Mentre metto le pere nel sacchetto noto che la signora si volta un paio di volte a guardarmi e penso che anche lei, come me, non uscisse di casa da un pezzo.

Concludo la spesa senza altre avventure e mi avvio alla cassa numero due che mi sembra la meno intasata. Nella fila accanto c’è un signore coi capelli grigi, un viso calmo e chiaro come un mattino d’autunno e gli occhi che sanno penetrare dentro gli uomini. Ha il fascino dimesso delle persone e cose un tempo utili e ormai abbandonate. Ci guardiamo e, se fossimo nella stessa fila, forse ci parleremmo. Così, invece, ci limitiamo a specchiarci per un po’, uno nell’altro.
Il mondo è piccolo e capita persino d’incontrarsi.

Fulvio Musso

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L’angolo di Full: “Il cadeau”

Il cadeau

Achille Bompiani Della Guardia li aveva entrambi: il fascino del potere e il potere del fascino.
Ovvio che le donne non gli mancassero. Tuttavia, al primo posto c’era sempre lei, la moglie: la santa. E, come per i santi, seguiva la processione… di sole donne.
In quanto tale, un potente non può esimersi dai cadeau, e per tacitare la coscienza e gli eventuali sospetti della veneranda, ogni volta che liquidava o premiava un’amante con un pregiato regalo, faceva altrettanto con la santa reliquia coniugale.
Ma i potenti dispongono di ben poco tempo perché lo usano quasi tutto per gestire, conservare e consolidare il potere. Quindi, quale che fosse il cadeau –un brillante, un abito da sera, una Smart– il facoltoso Achille si limitava a ordinarne due pezzi.

Quel pomeriggio, al circolo del golf c’erano proprio tutti, compresa la santa, entrata nei quarti di finale della categoria lady e Achille sperò che, tanto lei quanto l’avvenente campionessa in carica, non notassero la singolare somiglianza delle rispettive, nuovissime attrezzature: mazze–sacca-scarpine.
Lui aveva già le sue gatte da pelare perché gli toccava vedersela col suo rivale di sempre, osso duro nel golf e irriducibile concorrente negli affari. Particolarmente antipatico quel pomeriggio per essersi presentato  – odiosa coincidenza – con un elegante coordinato polo-gilet, del tutto simile al suo.

 

Fulvio Musso

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L’angolo di Full: “La luna sulle foglie”

Cari amici, oggi vi proponiamo un altro delicatissimo brano di Fulvio Musso che – come già accaduto con il suo Le tombeur de femmes – è stato scelto come “racconto della settimana” sul sito letterario russo Fabulae.ru.

Prima di lasciarvi in compagnia di Full, vi ricordiamo che potete sempre inviarci  i vostri brani seguendo le indicazioni del regolamento di Raccontonweb.

 

La luna sulle foglie

 

Alcuni anni fa, conobbi bene un cieco. Era un uomo già maturo e aveva una piccola azienda agricola a carattere familiare dove si coltivavano piante ornamentali e da fiore.

Si chiamava Duilio e gestiva l’azienda in ogni suo settore. Teneva i conti, stabiliva la produzione, il commercio, tutto.

Girava per le serre con una padronanza incredibile: di botto si fermava, annusava l’aria e tuonava: Questi impatiens vanno trapiantati subito! Oppure prendeva una manciata di terra, l’assaggiava e decideva: Serve altro potassio, ma prima aspettiamo la pioggia di domani. A differenza degli altri vivaisti, non ascoltava mai il meteo: il meteo era lui.

Dicevano che parlasse con le piante e per questo motivo avevano i prodotti migliori di tutta la zona. Peraltro, lui c’era cresciuto in quella serra e, come le piante, guardava il mondo con occhi diversi. Aveva un sogno: vedere la luna, e diceva che le piante glielo avevano esaudito.

Il vivaio aveva una sola dipendente, Mariella che, appena ragazza, aveva avuto un figlio da un balordo. Lavorava nell’ufficio del cieco: lui la mente, lei gli occhi. Qualche volta era anche il viso perché lasciava che Duilio glielo toccasse: vorrei capire come sono fatte le belle donne, le aveva detto.

Un giorno, un po’ per gioco, volle essere lei a toccare il viso di lui e i polpastrelli freschi e profumati di Mariella gli arrivarono al cuore.

Alle piante, cominciò a parlare anche di lei e, ogni giorno, sulla scrivania di Mariella c’erano colori e profumi indescrivibili. Poi, di nascosto dai familiari, Duilio prese a pagare le rette del collegio dove studiava il figlio di lei. Per riconoscenza e anche per affetto, ogni giorno Mariella gli porgeva il volto da toccare mentre lui le raccontava il suo mondo, come riuscisse a sentire la luna sulla pelle e, un poco, a vederla con quei mille occhi.

Ma la vita dà, toglie e persino baratta. Da qualche altrove tornò il padre del ragazzo e Duilio capì che il fascino di certi balordi è padrone. Lei lo seguì senza criterio come si seguono i balordi.

Lui, tanto bravo e intraprendente in tutto, si scoprì indifeso in tutto e… cieco.

Coi familiari divenne sempre più taciturno e finì col parlare solo con le piante, la notte, nella serra.

S’annunciava l’inverno e la fine di molte cose, quando Duilio tacque. Di lui non si può nemmeno dire che chiuse gli occhi per sempre… forse, li aprì.

La notte, ormai, c’è un gran silenzio nella serra. Qui, l’amico Duilio mi raccontava il suo mondo. Poi, nel silenzio, “ascoltava” il mio. Gli premeva sapere come facessimo, noi piante, a “vedere” la luna con le foglie.

Fulvio Musso

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L’angolo di Full: “La fine del mondo (profezia Maya)”

La fine del mondo (profezia Maya)

Un mattino di fine autunno, il sole non si levò.

Nel telegiornale delle otto, una bionda giornalista occhialuta parlò della crisi mondiale, del governo Monti che avrebbe risolto per sempre la crisi italiana inglobando il Vaticano, del tornado Celestina Colabrò che imperversava nei Caraibi e, come notizia mondana, riferì le nozze segrete fra un orsetto del Bengala e la custode dello zoo di Macao, con una foto della coppia e la freccetta della regia a distinguere l’orsetto.

Ogni poco, la giornalista sollevava un ricevitore, ascoltava brevemente, poi riprendeva con voce sempre più stizzita sino a quando venne interrotta bruscamente dalla pubblicità.

Dopo un paio di minuti comparve il direttore del tigì con due pompieri in alta uniforme e altri tre personaggi dei quali non si seppe mai l’identità né il ruolo.

«Signori», disse il direttore con serietà, «oggi il sole non s’è levato».

In quel preciso istante, tutti ebbero la netta percezione che il sole, quel giorno, non s’era levato.

Si susseguirono vari esperti che riferirono rispettivamente: delle profezie dei Maya e di Nostradamus, dello scioglimento dei ghiacciai, d’una possibile concausa col tornado Celestina Colabrò, del Giudizio Universale, della ripercussione sui titoli azionari, dell’opportunità di sospendere il campionato di calcio e, ovviamente, della necessità di proclamare subito uno sciopero generale. Il simposio si concluse con la ricetta della “bagna cauda” proposta da un noto chef piemontese che era finito nel mucchio per via della confusione.

Davanti agli ingressi delle banche cominciavano a formarsi brevi code. Nelle chiese, i celebranti della messa mattutina valutavano perplessi l’insolita affluenza di fedeli mentre, negli empori, iniziava l’incetta dei generi di prima necessità.

Negli appartamenti, i cagnolini guaivano, i gatti stranivano, i canarini non cantavano e i loro padroni avanzavano stravaganti ipotesi.

Intanto, in un angolo remoto del Paese, un ragazzino di tredici anni, primo assoluto nella sua scuola – docenti compresi – osservava attento il volo di due Canadair antincendio. Digitando lestamente sul proprio cellulare che incorporava Internet, navigatore, calcolatore scientifico, telecamera a raggi infrarossi e lima-unghie, il ragazzo calcolò e confrontò in tempo reale: modello degli aerei, quota, rotta, velocità, portanza, regresso eliche, massa, carico netto dei velivoli e peso specifico del carico.

Il ragazzino appurava così che i due Canadair non trasportavano acqua come loro consuetudine, ma olio minerale, e dirigevano su una rotta di zero gradi, cioè il nord spaccato.

Allora si volse in direzione dell’orto dove un vecchio in pigiama e stivali stava disseppellendo i propri risparmi: «Nonno», strillò con la sua vocina in falsetto da adolescente e con la erre moscia da under primo della classe: «lascia stave, non è successo niente di gvave, tva poche ove tovnevà il sole».

Mezz’ora dopo, infatti, la televisione sospendeva i programmi e il direttore del tigì, accompagnato dai sorridenti e incipriati rappresentanti di governo e opposizione, nonché quello dei trentasei sindacati unificati per l’occasione, annunciava lo scampato pericolo precisando che due Canadair (prontamente mostrati in film di repertorio) stavano dirigendo al centro esatto del Polo Nord, dove avrebbero scaricato in volo il loro carico d’olio lubrificante direttamente sull’asse terrestre che, causa inquinamento o, in alternativa, causa profezia Maya, s’era momentaneamente grippato.

Fulvio Musso

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L’angolo di Full: “Una questione di millimetri”

Cari amici,

oggi comincia un nuovo anno e, per farvi i nostri auguri,

abbiamo scelto un racconto di Fulvio Musso, breve ma denso di contenuto.

Siamo certi che, a fine lettura, capirete cosa vogliamo augurare a voi

(ma anche a noi) per questo 2012.

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Una questione di millimetri

 

In un ente pubblico di provincia ci sono almeno venti persone, tutte sedute in circolo nella grande sala d’attesa.

Aspettano. In silenzio, o quasi. Aspettano.

I loro sguardi ridisegnano le mattonelle del pavimento o s’appendono alle pareti nude. Spiano le facce degli altri, i loro vestiti, i loro gesti brevi e finiscono, prima o poi, col buttarsi da un finestrone cieco di orizzonti.

Pensieri rarefatti o assenti. Teste sedute sulle proprie chiappe foderate di jeans o di collant. Metabolismo a livello vegetale.

Tutti insieme si limitano a girare di circa mezzo metro intorno al sole mentre il mondo avanza di un impercettibile millimetro.

Fra il pubblico, una persona soltanto si sta adeguando a quel millimetro ed è la sola che tiene in mano un libro.

Il progresso vero non è altro che il lentissimo cammino delle menti, tutto il resto è soltanto sviluppo. Ma quella persona, forse, non l’ha mai pensato. Forse sta leggendo delle pagine frugali come questa, ma sta comunque camminando nella conoscenza. Di un millimetro, avanza nel futuro.

Fulvio Musso

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