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Archivio | Libri

Perché leggere “Mancarsi” di Diego De Silva

di Marcella Onnis

«Ci censuriamo continuamente per paura di deludere, offendere, restare soli. Non difendiamo i nostri pensieri e li svendiamo per poco o niente, barattandoli con la dose minima di quieto vivere che ci lascia in quella tollerabile infelicità che non capiamo nemmeno di cosa sia fatta, esattamente. Siamo piuttosto ignoranti in materia d’infelicità, soprattutto della nostra. È per via di questa reticenza che quando ritroviamo i nostri pensieri nei libri, sembra che ce li tolgano di bocca con tutte le parole. Allora li rivalutiamo. Ci viene voglia di riprenderceli, di difenderli. In un certo senso, cominciamo a parlare.»

In questo passaggio – non a caso stracitato – io credo sia racchiuso il segreto del successo del libro da cui è tratto: Mancarsi di Diego De Silva. Pagine e pagine che sembrano la trascrizione fedele dei nostri pensieri, dei nostri moti dell’anima.

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare leggendo la trama (due persone fatte l’una per l’altra che, però, non si incontrano mai, pur frequentando lo stesso locale), infatti, in questo romanzo l’amore non è l’unico tema trattato. De Silva vi sviscera le dinamiche dei rapporti interpersonali in generale. Rapporti di cui l’amore è solo una tipologia… ma essendo quella a cui quasi tutti diamo più importanza, è anche quella a cui lui più ha dato attenzione.

Ed è grazie a questa attenzione che ha saputo cogliere verità che sanno forse di scoperta dell’acqua calda, ma per le quali abbiamo bisogno di un promemoria, posto che, spesso, ci ritroviamo a fare docce fredde. Per esempio, il peso dei dettagli di un sorriso (per citare Gianni Zanata e il suo ultimo romanzo), di uno sguardo, di un gesto… Da questi, anche se di per sé insignificanti, tante e tante volte dipende la nascita e, purtroppo, la fine di un legame: «Il dolore e la felicità sono fatti soprattutto di cianfrusaglie, paccottiglia, ingombri da soffitta di cui non riusciamo a disfarci anche quando abbiamo smesso definitivamente di usarli ed escludiamo che ci possano tornare utili.»

De Silva dedica, inoltre, molta attenzione – lo si può intuire dalle precedenti citazioni – alla felicità e all’infelicità, due sentimenti opposti la cui esistenza è strettamente legata alla misura di libertà di cui si dispone. Ed è riguardo a questo valore che l’autore offre un altro interessante spunto di riflessione: «C’era qualcosa di miserevole nel dilapidare la libertà. Usarla le toglieva valore, la involgariva, l’abbassava di livello. La faceva diventare un potere qualsiasi. Era invece nel centellinarla, e più ancora nel rinunciarci, che Nicola si sentiva veramente libero. Trovava che il bello della libertà fosse nel minacciare di servirsene.»

Lo stile della narrazione è vivace e appropriato l’uso che l’autore fa della punteggiatura. Il periodare è lungo, è vero, come alcuni gli rimproverano, ma personalmente di rado ho perso il filo. Molto apprezzabile, inoltre, l’erotismo appena accennato con cui efficacemente descrive certi giochi di seduzione.

L’unico neo sta, purtroppo, nel finale, che chiaramente non svelerò. Mi limito a dire che una trama così poteva avere solo due esiti, entrambi destinati a scontentare qualcuno: non far mai incontrare i due protagonisti, lasciando almeno i più romantici con l’amaro in bocca, o farli incontrare rinunciando però alla coerenza, con disappunto dei più razionali.

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Editoria divulgativa in Oncologia

Divulgare e leggere fa sempre bene? È forse  anche terapeutico ma… senza farsi condizionare

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

Sono numerose le pubblicazioni (scientifiche e non) sul problema dei tumori, in particolare sulla prevenzione e cura; ma anche storie di vicende vissute, racconti, saggi, aneddoti e quant’altro. Pubblicazioni che, a parte gli addetti ai lavori, è impossibile seguirne costantemente gli aggiornamenti. Tralasciando quelle a carattere più strettamente scientifico, che come si può immaginare sono un’infinità, mi limito a citarne alcune di carattere divulgativo e dai risvolti, talvolta particolarmente significativi. Tra le meno recenti (che ancora conservo) vorrei citare “Quando il cancro colpisce” (1979) di John A. MacDonald, un chirurgo americano che ha operato per molti anni e che, lui stesso, dopo vent’anni di attività chirurgica, si è trovato a doversi autodiagnosticare una neoplasia al polmone. Ed è del 1982 il libro “La volontà di guarire” (titolo originale “Anatomy o fan Illness”, ossia Anatomia di una malattia), di Norman Cousins, scrittore e docente alla Scuola di Medicina a Los Angeles, la cui filosofia si concentra tutta nel concetto che la solidarietà tra medico e paziente, la collaborazione fattiva del paziente, è il migliore aiuto per la guarigione. In collaborazione con il Comitato Gigi Ghirotti la Franco Angeli editore ha pubblicato “Il lungo viaggio nel tunnel della malattia” di Gigi Ghirotti, il noto giornalista vicentino morto a 54 anni nel 1974 a causa del linfoma di Hodgkin. Un libro-inchiesta scritto nel 1973 durante il periodo della sua esperienza di malato oncologico. L’autore ha vissuto la sua malattia negli ospedali pubblici, sostenendo con coraggio e dignità che «un giornalista non può essere testimone del sentito dire, o colui che vive delle passioni degli altri. Se gli capita di correre un’avventura tra vita e morte in prima persona e poi non la racconta, direi che quel giornalista è uno che non ha capito nulla né del proprio mestiere, né dei propri doveri di cittadino, perché i momenti decisivi della propria esistenza vanno vissuti come e dove li vive la stragrande maggioranza dei connazionali».

Più recente la pubblicazione “Vite a termine” (Rizzoli editore, 1990) di Milena Massari. L’autrice, medico milanese (nata nel 1951, e oggi guarita), descrive una storia personale contro il cancro; un libro (uscito in tre edizioni) per i colleghi, soprattutto per quelli che credono nel “freddo” distacco professionale. Nel 1991 il giornalista-scrittore Giovanni Maria Pace (oggi scomparso) ha pubblicato con l’editore Longanesi & C. “Colloqui con un medico” (prof. Umberto Veronesi) sui grandi temi della malattia, della scienza e della vita. Lo stesso autore nel 1996 ha dato alle stampe “Le donne devono sapere” (edito da Sperling & Kupfer), un’intervista a Umberto Veronesi su come prevenire e affrontare il tumore al seno. Sempre nel 1996 la Rizzoli ha pubblicato “La morte amica” di Marie de Hennezel, psicologa e psicoanalista nell’Unità di cure palliative all’ospedale della città universitaria a Parigi; una cronaca commovente e affatto triste dei giorni e delle ore trascorse al capezzale dei malati terminali. Nel 1998 l’autrice francese, con Jean-Yves Leloup ha pubblicato (con lo stesso editore) “Il passaggio luminoso. L’arte del bel morire”, una riflessione a due voci che ha il valore di una vera e propria guida  spirituale, di un messaggio che travalica fedi e culture. Ancora in quest’anno le Edizioni San Poalo ha pubblicato “La dignità degli ultimi giorni” a cura di Luigi Alici, Francesco D’Agostino e Fausto Santeusanio (rispettivamente professore straordinario di filosofia, presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, medico endocrinologo). Un libro non sulla morte, ma sulla vita, sui suoi limiti, sul suo valore, sulla sua dignità fragile e preziosa. I tre autori richiamano anche l’attenzione sul dovere del medico nei confronti del malato terminale, come la sincerità e la lealtà con le quali egli deve comunicare.

Nel 1999 il giornalista-scrittore Sergio Zavoli ha pubblicato “Dossier cancro” (Garzanti editore). Un libro utile a tutti perché documenta, attraverso interviste incrociate a noti clinici, la complessità del problema ma anche un incrociarsi di “realtà e speranze”. In questo stesso anno lo psichiatra-psicoterapeuta e consulente di psicosomatica all’ospedale Molinette di Torino, Giorgio Lovera (oggi in pensione), in collaborazione con altri autori ha pubblicato “Il malato tumorale” (Ed. medico scientifiche). Un libro che offre un’ampia panoramica sulle più attuali tematiche della psiconcologia. Nel 2003 la Grandi Tascabili Einaudi ha dato alle stampe “La sfida più difficile. L’eredità evolutiva del cancro” (titolo originale “Cancer. The evolutionary legacy, 200-2001) del biologo Mel Greaves che, attraverso quest’opera, spiega perché i vecchi modelli, validi per studiare le malattie infettive e genetiche, si sono rivelati inefficaci, nell’indagare la natura complessa del cancro.

Se comunicare (a vario titolo) attività medico sanitarie e medico scientifiche è sempre un ruolo delicato e particolare, ad opera di giornalisti, scrittori e gli stessi medici, ancor più lo è quando si tratta di comunicare argomenti che coinvolgono la materia oncologica in tutti i suoi aspetti: attività di ricerca e clinica, assistenza e difesa del malato, etc. In questi casi i drammi, le polemiche e le considerazioni si perderebbero all’infinito; ma vorrei concludere con due citazioni. Il filosofo tedesco Friedrich W. Nietzsche (1844-1900) nel 1881 sosteneva: «Tranquillizzare l’immaginazione del malato, che almeno non abbia a soffrire, come è accaduto fino ad oggi, più dei suoi pensieri sulla malattia che delle malattia sessa, penso che sia già qualche cosa. E non è poco!». Inoltre: «Poiché non è mai esistito, non esiste e forse non esisterà mai un mondo utopistico senza il cancro – sostiene Mel Greaves –, una delle cose più utili che un movimento (come quello olistico) possa promuovere è di unire pubblico e medici ad essere pienamente potenziato nel mantenere la salute e nello sconfiggere la malattia».

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Pillole di indignazione. Stéphane Hessel dixit

di Marcella Onnis

“Indignati” e “indignazione” sono termini che cominciano ad essere abusati e – come sempre in questi casi – a venire a noia. Ma, così come i figli non devono scontare le colpe dei padri, così le parole e i concetti non dovrebbero subire le conseguenze negative dell’uso improprio o, peggio strumentale, che noi ne facciamo. Essi hanno, invece, il diritto di essere tutelati. Un diritto che per noi implica anche il dovere di restituir loro il significato con cui sono nati, il contesto che li ha partoriti (e su questo tema vi rimando agli illuminanti saggi di Carofiglio, La manomissione delle parole, e Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente).

E se c’è qualcuno che può “risarcire” per questo uso travisato le parole e i concetti con cui ho esordito è senza dubbio colui che, suo malgrado, ne ha anche favorito l’abuso: Stéphane Hessel.

Il suo pamphlet Indignatevi, scritto a 93 anni, è divenuto in poco tempo un best seller, scatenando una reazione sociale che forse neanche l’autore aveva previsto e che, però, probabilmente non è stata del tutto fedele allo spirito con cui lui ha sperato di ispirarla.

Per chi non lo sapesse, Stéphane Hessel, scomparso a fine febbraio, ha vissuto molte vite: eroe della Resistenza francese, coestensore della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948), ambasciatore per la Francia in diversi Paesi del mondo, collaboratore del segretariato generale dell’Onu e di vari personaggi politici francesi.

Anche se il suo breve scritto è nato dall’osservazione critica della Francia sotto Sarkozy, prendendo come punto di riferimento i valori della Resistenza francese, per noi italiani è molto facile trovarvi punti di contatto con il nostro presente e passato che potrebbero aiutarci a reindirizzare il nostro futuro. Cito alcuni dei passaggi per noi più eloquenti e significativi:

«Una vera democrazia ha bisogno di una stampa indipendente […] Ora è proprio questo che oggi è in pericolo.»

«C’è chi ha il coraggio di sostenere che lo Stato non può assicurare più i costi di queste misure civili e sociali. Ma come può mancare oggi il denaro per mantenere e prolungare queste conquiste dal momento che la produzione di ricchezze è aumentata considerevolmente dalla Liberazione, periodo in cui l’Europa era in rovina?»

«Abbiamo avuto questa grave crisi economica, ma non abbiamo di contro avviato una nuova politica di sviluppo

Tanto importanti quanto inascoltate da certi pseudo-indignati sono anche le parole dedicate alla violenza. Parole che, indirettamente, costituiscono una ferma, razionale e coerente risposta a coloro che oggi (e sono fin troppi) invocano la crisi come alibi per le più svariate forme di aggressività, fisica e verbale:

«L’esasperazione nasce da una negazione di speranza. Comprensibile, direi quasi naturale, ma ugualmente inaccettabile. Perché non permette di ottenere i risultati che può eventualmente produrre la speranza.»

«Sono convinto che il futuro appartiene alla nonviolenza, alla conciliazione tra le culture differenti. È per questa via che l’umanità dovrà superare il suo prossimo traguardo.»»

«[…] la violenza volta le spalle alla speranza. Bisogna preferirle la speranza, la speranza della non-violenza. È la strada che dobbiamo imparare a seguire. Sia da parte degli oppressori che degli oppressi, bisogna arrivare ad un negoziato per eliminare l’oppressione; è questo che permetterà di vincere la violenza terroristica. Perché non si deve lasciare accumulare troppo odio.»

E se qualcuno, pur consapevole della gravità degli atti terroristici, volesse continuarne a sostenerne l’utilità, per smontarlo gli basta una breve frase: «Il terrorismo non è efficace.»

Parlavo prima di pseudo-indignati perché c’è chi ha condiviso il moto di ribellione di Hessel, ma non anche lo spirito con cui l’ha partorito e il fine che lui gli ha attribuito. Una convinzione che, pochi giorni fa, hanno contribuito a rafforzare questo tweet  di Social Stocks Survey (sguardo acuto su politica e società civile, seguito su Twitter da oltre 16.000 utenti) e i relativi commenti:

 

 

In queste tre opinioni per me si racchiude il problema dell’eredità di questo pamphlet. Trovo, infatti, che alcuni – come Citypatarantola – lo ritengano sopravvalutato più per il fatto che molti ne abbiano ignorato o travisato il significato profondo che non per una sua intrinseca debolezza. Io credo che l’intenzione dell’autore fosse sia di esaltare l’indignazione come valore – come afferma Giovanni Santoro – sia di esortare all’azione, all’essere positivamente critici e dunque propositivi. Perché – come ben sottolinea Social Stocks Survey – è la proposta che può davvero fare la differenza, che ha il potere concreto di cambiare (in meglio) le cose:

«[…] se, oggi come allora, una minoranza attiva si drizza, ciò basterà, avremo il lievito affinché la pasta gonfi.»

«Auguro a tutti voi, a ciascuno di voi, di avere il vostro motivo di indignazione. È una cosa preziosa. Quando qualche cosa vi indigna come sono stato indignato io per il nazismo, allora si diventa militante, forte ed impegnato. Si raggiunge la corrente della storia e la grande corrente della storia deve proseguire grazie a ciascuno. E questa corrente va nel senso di una maggiore giustizia, di più libertà ma non questa libertà incontrollata della volpe nel pollaio.

Questi diritti di cui la Dichiarazione universale ha redatto il programma nel 1948, sono universali. Se incontrate qualcuno che non ne beneficia, compiangetelo, aiutatelo a conquistarli

L’invito all’azione emerge chiaramente anche in quest’altro passo, che ricorda il celebre “Indifferenti” di Antonio Gramsci («Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti […]», clicca qui per leggere l’intero testo):

«È vero, le ragioni di indignarsi possono sembrare oggi meno nette o il mondo troppo complesso. Chi comanda, chi decide? Non è sempre facile distinguere tra tutte le forze che ci governano. Non si tratta più di una piccola elite di cui comprendiamo chiaramente l’operato. È un vasto mondo che sappiamo bene essere interdipendente.

[…]

Il peggiore degli atteggiamenti è l’indifferenza, dire “io non posso niente, me ne infischio”. Comportandovi così, perdete una delle componenti essenziali che ci fa essere uomini. Una delle componenti indispensabili: la facoltà di indignazione e l’impegno che ne è la diretta conseguenza

Da cosa partire, dunque? Lui ci propone «due grandi nuove sfide:

1. L’immenso scarto che esiste tra i molto poveri ed i troppo ricchi e che non cessa di aumentare. […]

2. I diritti dell’uomo e lo stato del pianeta.»

Ma ognuno di noi può, aguzzando l’ingegno e mettendo in moto la propria sensibilità, trovare le sue piccole o grandi battaglie perché, come ci insegna Hessel, «Creare è resistere. Resistere è creare.»

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Esce “La leggenda di Marco Simoncelli”, il libro di Roberto Pagnanini

Marco era speciale

Piccoli e grandi episodi della vita di Simoncelli raccontati dall’amico e al tempo addetto stampa del team Gilera nel motomondiale, Roberto Pagnanini

Esce per Kenness, a poco più di anno dalla tragica scomparsa di Marco Simoncelli, quel “SuperSic” che era uno dei migliori talenti del motociclismo italiano, un libro scritto dall’amico e compagno di lavoro Roberto Pagnanini: La leggenda di Marco Simoncelli – Una vita esagerata con il vento tra i capelli.

Non si tratta di una commemorazione del ragazzo di Coriano, morto a soli 24 anni durante il Gran Premio della Malesia sul circuito di Sepang, quanto di un racconto affettuoso ed emozionante della sua vita, fra aneddoti e lacrime, e della nascita di una leggenda, come quella di altri grandi dello sport, fra cui Gilles Villeneuve e Ayrton Senna. Una storia fatta di episodi che Pagnanini, volto noto della comunicazione tra i team del motomondiale, ha visto e toccato con mano.
Ma cosa rende Marco Simoncelli immortale nella mente e nel cuore di così tanta gente, ben oltre i confini degli appassionati di moto? Marco sopravvive perché è sempre stato se stesso, prima e dopo avere dimostrato il suo talento. Non aveva filtri, nessuno che gli curasse l’immagine per farlo apparire diverso da com’era realmente. E questo, la gente l’aveva percepito. Marco era uno di noi: spontaneo, vero e schietto come la Romagna. Un ragazzo semplice e sensibile, dal sorriso innocente e contagioso, venuto su un po’ a piadina e motociclette, che sapeva regalare emozioni.

Con questo omaggio Roberto Pagnanini, che l’aveva conosciuto senza il casco che gli imprigionava quella massa enorme di capelli, dimostra che le stagioni di Simoncelli non sono ancora finite dopo quel drammatico 23 ottobre 2011. Crescono le iniziative a lui dedicate, aumentano sui social network gli utenti di tutte le età che gli dedicano pagine, affetto, pensieri. Un tam tam senza sosta per un campione vissuto di corsa, in sella alle moto da quando aveva sette anni, campione europeo della 125 nel 2002, a soli quindici anni, e arrivato a ventuno a vincere il mondiale della 250.
Forse Simoncelli era destinato a diventare uno dei più grandi di sempre. Poteva essere l’erede del suo migliore amico Valentino Rossi. Forse la MotoGp 2012 avrebbe potuto celebrare i suoi trionfi. Chi lo sa. Quel che sappiamo con certezza, è che aveva un talento anche più grande di quello motociclistico. Era speciale, un ragazzo degno di diventare un esempio per la sua generazione. Tutti i retroscena, i piccoli e grandi episodi raccontati nel libro di Roberto Pagnanini aiutano a capirlo meglio.

Roberto Pagnanini, nato a Olbia nel 1964, appassionato di motociclismo fin da bambino, trasforma la sua passione in professione quando, nel 1991 entra a fare parte del mondo delle competizioni con un suo piccolo team per poi, nel tempo, ricoprire altri ruoli sia di coordinamento di attività sportive, che di comunicazione. Dal 1996 ricopre diversi incarichi nell’ambito del Motomondiale e della SBK. Svolge mansioni di relazioni pubbliche, di comunicazione, management e marketing. Gestisce eventi importanti e si occupa della presentazione ai media di team, case e piloti. Dal 2006 al 2008, da responsabile PR e comunicazione del Team Metis Gilera, affianca Marco Simoncelli che corre nella classe 250 e nel 2008 si laurea Campione del Mondo. Nello stesso anno Pagnanini scrive Nessuno mai. La presunzione dei fatti, un libro che racconta di come la passione per i motori e per i suoi Campioni, sia legata indissolubilmente con la stessa storia della città di Terni.

 

Giro di Parole
(contatto stampa)
divisione di Metaphor

media@girodiparole.it
Tel. 02 30910986 – Fax 02 93663676

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Sabato a Cagliari parole e musica per presentare “E poi? … Chiara lo sa” di Giampietro Ibba

di Marcella Onnis

Sabato 11 maggio, alle ore 10, il gastroenterologo, “papà coraggio” e scrittore Giampietro Ibba presenterà il suo E poi? … Chiara lo sa a Cagliari, nella Sala conferenze dell’Ordine provinciale dei medici, in via dei Carroz n. 14.

Chi ha letto il libro o almeno ne conosce il contenuto sa che le parole dell’autore già di per sé sono in grado di catturare l’attenzione del pubblico e di “arrivare a destinazione”, ma certamente il commento di menti acute e sensibili può aiutare il suo messaggio a restare più impresso nei cuori di chi lo riceve. Per questo, Giampietro Ibba sarà affiancato per l’occasione dal direttore della sede regionale della Rai Romano Cannas e dal padre gesuita Enrico Deidda. A coordinare i lavori, con la sua preziosa e discreta presenza, sarà ancora una volta il giornalista di Videolina Paolo Matta.

Più che una semplice presentazione di un libro, però, quella di sabato sarà un piccolo spettacolo. Parteciperanno all’evento, infatti, anche tre giovani e talentuosi artisti: gli attori  Giacomo Casti e Marzia Faedda e il musicista Alessio Lasio, che per ricordare Chiara Ibba ha composto la bellissima Il mondo da quassù.                                                          

«[…] sono convinto che tutte le esperienze avverse che la vita ci presenta nascondano un lato “positivo” da cercare e prendere come riferimento e punto di partenza. Per ricominciare. Esiste. Inizialmente abbiamo difficoltà a individuarlo. Non sappiamo dov’è ma dobbiamo provare con ostinata pazienza e i tentativi daranno risposte. Spetta a noi trovare quella giusta.»

L’ingresso all’evento è libero, così come la partecipazione: perché, allora, non cercare nella Sala conferenze in via dei Carroz, o, per chi non potrà parteciparvi, in queste pagine la via che conduce alla risposta giusta? Sarà solo un inizio, ma come ha scritto Giampietro Ibba, «Una goccia d’acqua non può innaffiare un prato ma è sufficiente per un seme, gli dà la forza per germogliare.»

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Piero Chiara maestro di ironia. Perché leggere “La spartizione”

di Marcella Onnis

Per chi ama Andrea Vitali, leggere Piero Chiara è quasi un atto dovuto. Quest’ultimo è, infatti, uno dei suoi “maestri” e a lui è intitolato il premio letterario che a Vitali è stato assegnato nel 1996.

In comune hanno l’ambientazione paesana e lacustre delle loro storie, ma soprattutto quello spirito di osservazione necessario per sollevare – con leggerezza – il velo dell’apparenza e smascherare – senza intenti moralistici – difetti, meschinerie, menzogne e ridicolaggini di cui pullula l’umanità. Ne deriva che i microcosmi da loro ritratti, seppure geograficamente ben definiti (Nord Italia, lago, paese), hanno una “vocazione universale”. Come non ritrovarvi, infatti, le stesse dinamiche di un qualunque paesino del Sud Italia? Quella propensione al pettegolezzo tanto più marcata quanto più riservata è la persona che ne è l’oggetto; quel moralismo di facciata che nasconde vizi e vizietti; quell’intrecciarsi tra ritmi della natura e ritmi degli uomini; quel bizzarro mescolarsi di sacro e profano, di fede e superstizione; quella tendenziale diffidenza con cui chi vivacchia guarda a chi se la passa bene e che va a braccetto con il desiderio di apparentarvisi…

Quale sia l’approccio di Chiara rispetto alle storie narrate ben lo spiega Carlo Bo nell’introduzione all’edizione Mondadori de La spartizione (1964):  «[…] non insegna, non spiega, tutto deve essere limitato a vedere meglio e quindi a capire. […] per Chiara, capire significa mettersi nelle stesse condizioni dei suoi personaggi, accettare i fatti […] lasciando […] alla vita il compito di svolgere la sua lezione di fatale semplicità e di naturalezza.» «Non si sbaglierà, dunque, a mettere l’accento finale sull’intensità dello sguardo, sulla singolarità e infine sul rispetto autentico e libero della vita che salta fuori dalle sue pagine più belle.»

È chiaro, dunque, che quelle de La spartizione sono pagine che, tra una risata e l’altra, offrono parecchi spunti di riflessione. E lo fanno persino su temi abbastanza improbabili quali, ad esempio, “la dignità del brutto”. Significativo in proposito un passaggio ripreso anche nella trasposizione cinematografica Venga a prendere il caffè da noi, diretta nel 1970 da Alberto Lattuada (che, peraltro, vi interpreta anche una piccola parte, quella del dr Raggi): «Tanto il bello quanto il brutto […] sono frutto di un uguale sforzo creativo e sono qualità raggiunte. E non è che sia facile ottenere una cosa veramente brutta: è difficile come ottenerne una bella. La valutazione dei risultati è una pura questione di gusto.»

La trama stessa, del resto, ruota intorno alla bruttezza: tre sorelle tutt’altro che avvenenti (Fortunata, Tarsilla e Camilla Tettamanzi) si contendono le attenzioni di un uomo (Emerenziano Paronzini) che della bruttezza si scoprirà essere amante, al pari del defunto padre delle tre “grazie”. A questa tresca principale si annodano altre vicende amorose e altri episodi che, pur oltrepassandone le rassicuranti mura, hanno sempre in casa Tettamanzi il loro epicentro.

A raccontar queste esilaranti vicende è un narratore disincantato e irriverente, che, però, non lascia il lettore a secco di poesia. Attenti, tuttavia, a non farsi prendere dal romanticismo perché l’incanto dura poco. Emblematico questo passaggio che vede per protagonista il perdigiorno e dongiovanni Paolino: «”Dio ha voluto così” concluse. E guardando il cielo dove le stelle sembravano eccitate dal vento che rumoreggiava tra i faggi, pensò a Dio, tanto per pensare a qualche cosa di astratto, come gli pareva giusto in quell’immensità.
“Ci sarà proprio Dio?” si domandò. “Se c’è” si rispose “tiene mano al Paronzini.»

Accennavamo prima al film che da questo romanzo è stato tratto: nonostante Piero Chiara abbia collaborato alla sceneggiatura (e vi abbia anche recitato nei panni del rag. Pozzi, amico intimo del Paolino), la versione cinematografica non è del tutto fedele all’originale letterario.
Innanzitutto, La spartizione è ambientata in epoca fascista, mentre Venga a prendere il caffè da noi è ambientato in epoca successiva. Uno scostamento che priva la pellicola di alcune perle di sarcasmo con cui Chiara delizia il lettore e che prendono di mira proprio il fascismo. Mancano, inoltre, alcune delle scene più comiche, anche se il film risulta comunque godibile: il segreto per apprezzarlo a pieno è non aspettarsi una riproduzione pedissequa del romanzo.

Se, infatti, la storia e i personaggi perdono qualcosa rispetto alla versione letteraria (Tarsilla qui non è poi così brutta e le sue gambe non così belle; Emerenziano qui è tutt’altro che insignificante), per altro verso nel film acquistano nuove e interessanti caratteristiche. Più di tutti l’Emerenziano che – grazie ad uno straordinario Ugo Tognazzi, esilarante quanto nei panni del Conte Mascetti in Amici miei di Monicelli –  acquista più charme, più nerbo … e più fastidiose abitudini. Degna di nota, però, è anche l’interpretazione che di Camilla Tettamanzi fa Milena Vukotic: sottomessa, ingenua e anche più isterica del personaggio letterario.

Il consiglio è quindi di cominciare con la lettura del libro (avendo la pazienza di attendere che il ritmo acceleri in un crescendo di ridicoli colpi di scena) e poi, dimenticandolo per un attimo, passare alla visione del film.

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Libri: Premio Carver 2013

Il contropremio dell'editoria italiana

Nato nel 2003 il Premio Carver vive su una sola e unica regola: vengono premiati i libri migliori, senza guardare il nome dell'autore o il marchio editoriale. Se uno scrittore sconosciuto pubblicato da una minuscola casa editrice, ha scritto un ottimo libro viene premiato. 
Questo perché i libri vengono semplicemente letti.
La giuria è coordinata da Andrea Giannasi che a gennaio di ogni anno contatta 5 tra giornalisti, scrittori, critici, ai quali propone di entrare a far parte della commissione segreta. I nomi dei giurati non verranno mai resi noti per evitare "tirate di maniche" o condizionamenti.
Ed è anche per questo motivo che il Premio Carver non ha enti patrocinanti o sponsor. Per non dover poi "sottostare" a giudizi o consigli.

Il bando completo cliccando dal sito di Prospektiva

http://www.prospektiva.it/carver.htm

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Maglie (LE): venerdì presentazione del libro “Partigiani e Deportati di Lecce e Provincia”

Il 25 aprile 2013 ricorre il 68° anniversario della Liberazione dall’occupazione nazista e dalla dittatura fascista. La scelta di celebrare la fine di quel periodo con il 25 aprile 1945 fa riferimento alla data dell’appello diramato dal Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (CLNAI) per l’insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano per l’appunto dell’Alta Italia.

La Festa della Liberazione è una data importante per l’Italia perché è memoria della fine di un periodo in cui il Paese conobbe la dittatura, la guerra e le leggi razziali e l’inizio di un altro che portò alla nascita della Repubblica.

ARCI-Biblioteca di Sarajevo, con “Le Parole della Costituzione”, il prossimo 26 aprile presenta il libro di Pati Luceri “Partigiani e Deportati di Lecce e Provincia” presso la Libreria Universal a Maglie in via Ospedale n° 28 alle ore 19,00.

Con questo appuntamento l’Associazione vuole porre l’attenzione sul sacrificio di tanti magliesi e salentini che presero parte alla guerra di Liberazione.

Infatti l’opera di Luceri, giunta già alla seconda edizione, è una ricerca storica svolta in tutti gli archivi d’Italia tesa ad evidenziare la partecipazione di nostri  conterranei nella Resistenza al regime fascista e all’occupazione nazista.

Il libro offre lo spunto alla riflessione su cosa rappresentò e su come fu vissuta  la Resistenza nel meridione. Inoltre  lo studio di Luceri non è solo ricordo e testimonianza di quanti combatterono, soffrirono e morirono ma rappresenta un punto di partenza per capire quanto sia attuali oggi i valori della lotta partigiana.

All’incontro, moderato da Laura Quarta, parteciperanno oltre l’autore il Segretario dell’ANPI di Lecce Maurizio Nocera e Vincenzo D’Aurelio appassionato di studi storici che riguardano il nostro territorio.

 

Maglie, 20 aprile 2013

 

ARCI-Biblioteca di Sarajevo

Via Dante Alighieri, 105 – 73024 Maglie (LE)

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Posted in ... Comunicati Stampa, Associazionismo, Libri0 Commenti