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Archivio | Il punto su …

Toscana: unica regione senza risultati prove scritte concorso docenti

 

 

 

 

Dalla Toscana silenzio assoluto sui lavori di correzione delle prove scritte del concorso a cattedra, svolte nel mese di febbraio. Tutte le regioni – anche la Sicilia sembra ormai lavorare a pieno ritmo – stanno pubblicando i risultati, soprattutto delle classi di concorso che prevedono la successiva prova di laboratorio o grafica.

Certo non si può sperare che l’organizzazione sia quella della Valle d’Aosta che per alcune classi di concorso ha pubblicato gli esiti della prova orale (ma il numero dei candidati è nettamente inferiore), ma a fronte di alcune regioni che sono riuscite a rispettare i tempi programmati dal Ministero (da 1 a 3 mesi per la correzione prove scritte, successiva fase prova di laboratorio e prova orale, in tempo per le immissioni in ruolo di settembre 2013), i continui decreti di costituzione di nuove commissioni in Toscana non lascia sperare nulla di buono.

Il pensiero corre subito alla retribuzione, al mancato esonero, alla responsabilità del compito, ma sembra che in alcuni casi il motivo del rallentamento dei lavori sia stata la mancanza di requisiti da parte di alcuni commissari. Lavoro di accertamento che non dovrebbe certo essere fatto a lavori iniziati. Ci si chiede come considerare le prove già corrette, se ce ne sono. E se non ce ne sono, se la correzione ha inizio a metà aprile, quali saranno i tempi previsti per gli esiti?

A parte alcune griglie di valutazione, l’USR non ha pubblicato alcuna comunicazione, lasciando i candidati nella lunga attesa di conoscere l’esito di una prova così importante per la propria carriera.

Fonte: www.orizzontescuola.it

Foto tratta dal film “La scuola è finita” di Valerio Jalong

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La solidarietà agli indigenti, deboli e … sprovveduti

Troppe poltrone per troppi ambiziosi

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

Dopo mesi, anni per l’ennesima volta (e non è finita) si tenta di rabberciare i cocci della “Famiglia Italia” (oggi sempre più disunita), i cui componenti genitoriali (circa mille in Parlamento) si susseguono ogni volta, a prescindere dall’età e dal curriculum vitae; ma in buona sostanza le condizioni dei Figli di detta Famiglia per certi versi, a mio avviso, sono ancora senza Genitori. Quindi senza una guida sicura e relativa stabilità tanto da gettare nello sconforto più estremo i figli “più deboli”. Ma un ulteriore sconforto (per delicatezza tale termine lo considero un eufemismo) è dato dal perpetuarsi di incontri, dibattiti, talk show e quant’altro ai quali nessuno rifiuta l’invito per esporre la propria… posizione e/o intendimenti; ciò denota retorica e ipocrisia al tempo stesso, poiché troppe voci che spesso si sovrappongono (difetto grave di comunicazione) non portano ad alcun chiarimento e tanto meno ad un minimo di comprensione.

Una ulteriore annotazione riguarda il fatto che i cittadini più esasperati che vengono intervistati dai mass media, che a volte più o meno involontariamente pontificano, per esporre la loro più tragica condizione di malessere e di insofferenza, additando le responsabilità dei politici (di ieri e di oggi, e io credo di sempre, salvo rarissime eccezioni) non fanno mai cenno all’art. 3 della Costituzione che tanto si decanta (spesso a vanvera) il quale riporta testualmente: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, e sociale del Paese”, e ciò ovviamente include il diritto esistenziale e quindi di appartenere alla suddetta Famiglia! Una volta accertata tale inadempienza da parte delle Istituzioni è conseguente il reato di “omissione” (art. 328 C.P.).; ma chi ha il coraggio di evidenziare quanto sopra pubblicamente?

In più occasioni ho scritto e divulgato pubblicamente i “difetti” e quindi le conseguenze della Burocrazia, ma il più delle volte non ho trovato orecchie (prive di “otite”) pronte a recepire e a dibattere anche le incongruenze più palesi. Per non parlare, inoltre, delle ingiustizie dal punto di vista giurisprudenziale e, a riguardo, mi sovviene una considerazione finale: “Il costante impoverimento degli “effetti giustizia”, ancora una volta (dire l’ennesima sarebbe un ulteriore eufemismo) sta a sottolineare come il legislatore, quando promulga una nuova disposizione di legge, fa come quell’elefante che, calpestata una quaglia, cercò di rimediare sedendosi sulle uova dell’uccello per tenerle calde”. A mio parere la “vera” professione non è la politica (di oggi) ma l’esercizio di un buon volontariato (non sostitutivo alle Istituzioni) il cui unico compenso è la soddisfazione del benessere fisico e psichico dei nostri simili. Ai lettori le eventuali considerazioni.

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Educazione civica: il dovere di un tempo

Storia e insegnamento fonti di crescita e saggezza

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

Se la saggezza e la memoria vanno di pari passo alcuni (sicuramente pochi) ricorderanno che, negli anni successivi alla Costituzione della nostra Repubblica, l’Ordinamento scolastico della Scuola dell’obbligo prevedeva l’insegnamento di “Educazione Civica”. Infatti, fu Aldo Moro (ministro della Pubblica Istruzione dal febbraio 1957 al maggio 1959) il primo a introdurre nel 1958 tale insegnamento nelle scuole medie e superiori: due ore al mese obbligatorie, affidate al professore di storia, senza valutazione. Ma con gli anni questa “materia” (di grande utilità e saggezza per una crescita civile) è andata via via perdendosi per lo “scarso interesse” didattico, ma a mio avviso soprattutto per la scarsa ricezione da parte delle nuove (moderne?) generazioni di scolari e studenti. Ma cosa si intende per educazione civica? È lo studio delle forme di governo di una cittadinanza, con particolare attenzione al ruolo dei cittadini (loro doveri e diritti), alla gestione e al modo di operare dello Stato. All’interno di una determinata politica o tradizione etica, è riportato da tutte le fonti esplicative, l’educazione civica consiste sostanzialmente nell’educazione dei cittadini. La storia a riguardo risale alle prime teorie formulate in proposito da Platone nell’antica Grecia e da Confucio in Cina. Questi autori hanno contribuito l’uno in Occidente, l’altro in Oriente, a gettare le basi sui concetti di diritto e di giustizia da attuare nella vita pubblica.

Personalmente conservo nella mia libreria un libricino dal titolo “Sintesi di educazione civica ad uso della scuola secondaria superiore”, di Giuseppe Parisi. Anche se non riporta la data di stampa tale minuscola (ma esaustiva) pubblicazione risale certamente agli anni ’60. Alla 1ª Classe sono dedicati gli insegnamenti dei “Diritti e doveri nella vita sociale”, “Il senso di responsabilità morale come fondamento dell’adempimento dei doveri del cittadino”, “Interessi individuali ed interesse generale”, “I bisogni collettivi”, “I pubblici servizi”, “La solidarietà sociale nelle varie forme”; alla 2ª Classe “Il lavoro: la sua organizzazione e tutela”, “Lineamenti dell’ordinamento dello Stato italiano”, “Rappresentanza politica ed elezioni”, “Lo Stato ed il cittadino”; alla 3ª Classe “Inquadramento storico e principi ispiratori della Costituzione della Repubblica Italiana”, “Diritti e doveri dell’uomo e del cittadino”, “Libertà: sue garanzie e suoi limiti”, “I problemi sociali e la loro evoluzione storica”; alla 4ª Classe sono dedicati gli insegnamenti “Organizzazione e legislazione del lavoro”, “Previdenza e assistenza”, “Le formazioni sociali nelle quali si esplica la personalità umana”; alla 5ª Classe “Gli enti autarchici” (Comune, Provincia, Regione e altri Enti), “Lo Stato” (evoluzione storica, condizione di modernità e diritto e sue caratteristiche, le varie forme dello Stato e di Governo), “Ordinamento attuale dello Stato italiano” (il Parlamento, formazione delle leggi, il Presidente della Repubblica, il Governo, i Ministri, gli Organi ausiliari, la Magistratura, la Corte Costituzionale), “Organizzazioni internazionali e supernazionali per la cooperazione fra i popoli”.

Alla luce di questa breve rievocazione verrebbero da fare alcune considerazioni, ma considerando l’evoluzione dei tempi i cui effetti appaiono essere sempre più deleteri, sia dal punto di vista politico (tout court) che da quello culturale e della in-civile convivenza, ritengo di soprassedere e lasciare al lettore ogni libera considerazione; mentre rammento che l’analfabetismo di ritorno è rappresentato da oltre 4 milioni di persone che popolano la nostra Penisola, e c’è ragione di credere che sono sempre meno i cittadini che conservano una copia della Costituzione, simbolo cardine e guida ai diritti e soprattutto ai doveri di ogni cittadino (compreso il politico di oggi e di domani) che è tenuto ad osservarla e farla osservare come legge fondamentale della Repubblica… anche se, più passa il tempo e più assistiamo alla massima “disattenzione” anche per le nozioni più semplici ed elementari, proprio come la vecchia (ed ormai sepolta) Educazione Civica.

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Albert Schweitzer: una scelta determinata come esempio di vita etica

Non fu un santo ma un filantropo in difesa della dignità dei più deboli e diseredati

Un secolo fa la partenza per il Gabon

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

Anche se la storia dell’umanità è ricca di uomini per i quali il desiderio di fare cose straordinarie fu la molla delle loro azioni, oggi sono assai rari gli uomini che meglio di Albert Schweitzer (1875-1965) hanno saputo (e sanno) ciò che significa essere a contatto dell’umanità sofferente e indigente. Ma perché Schweitzer si è deciso a diventare medico nella foresta vergine? La Medicina per lui non fu una vocazione della gioventù, ma piuttosto degli anni maturi; fu una scelta compiuta dopo essersi lungamente dedicato allo studio della musica, della filosofia, della teologia, ed aver ottenuto il successo in ognuno di quei campi. La spinta interiore lo ha portato ad un filantropico trasporto verso gli altri, ad un amore rivolto ai sofferenti nel senso di condivisione con chi, in qualunque parte del mondo, sia in condizione di indigenza e povertà. Il filosofo alsaziano spiegava: «Avevo letto della miseria corporale degli indigeni nella foresta vergine, ne avevo anche sentito parlare dai missionari. Quanto più ci riflettevo tanto più mi era inspiegabile il fatto che noi europei ci occupassimo così poco del grande compito umanitario che laggiù ci aspettava».

Schweitzer propendeva per un’attività rigorosamente personale e autonoma, e benché fosse disposto a mettersi a disposizione di un’organizzazione, non abbandonò mai la speranza di trovare alla fine un’attività a cui dedicarsi come individuo libero. Considerò sempre la concretizzazione di questo forte desiderio come una grande grazia che, come tutti sappiamo, si realizzò totalmente…  In merito a questa scelta sosteneva: «Solo chi sa trovare un valore in ogni attività consacrandosi ad essa con piena coscienza del dovere, ha l’intimo diritto di prefiggersi un’opera fuori del normale invece di quella che gli tocca naturalmente dalla sorte. Solo chi concepisce il suo proposito come qualcosa di ovvio, non di straordinario, e non conosce l’atteggiamento eroico, ma esclusivamente il dovere assunto con pacato entusiasmo, ha la capacità di essere un avventuriero spirituale… Non ci sono eroi dell’azione, ma soltanto eroi della rinuncia e della sofferenza. Pochi di essi sono conosciuti, non dalla folla, ma da una piccola cerchia di persone… Colui che è stato risparmiato dal dolore deve sentirsi chiamato a contribuire a lenire il dolore degli altri. Tutti, infatti, dobbiamo portare il fardello di sofferenze che pesa sul mondo… Chi dà la propria vita per gli altri la conserva per l’eternità. Chi si propone di agire per il bene, non deve aspettarsi che la gente per questo gli tolga gli ostacoli dal cammino, ma rassegnarsi che, quasi inevitabilmente, gliene metta qualcun altro in mezzo».

Queste sue affermazioni richiamano il concetto di etica, ossia la scienza della condotta morale di ogni uomo. L’etica ha in sé l’idea che è necessario diventare attivi per il bene degli altri ed è uomo “etico” colui che si dedica agli altri. Secondo la sua concezione l’uomo è veramente etico solo quando ubbidisce al dovere di aiutare ogni essere vivente che gli sta attorno e si guarda bene dal recar danno a qualche cosa di vivo. Non si domanda quanto interesse merita questa o quella vita e nemmeno se e quanta sensibilità essa possegga. La vita in quanto tale gli è santa. Etica è responsabilità senza limiti verso tutto ciò che vive. Un chiaro richiamo al pensiero di Johan Volfgang Goethe (1749-1832) che affermava: «Sia nobile l’uomo, pronto ad aiutare e buono». Con gioia aveva esercitato la professione di insegnante di teologia e di predicatore. Non poteva però concepire la nuova attività come una semplice predicazione della religione, bensì soltanto come una genuina attuazione. La preparazione medica avrebbe favorito il perseguimento di questo scopo nella maniera migliore e più completa, dovunque lo avesse portato il cammino. Nell’Africa equatoriale, secondo i missionari, la presenza di un medico era la più urgente delle necessità.

La sua vita ha avuto un’unica tangente: pensatore conscio della sua responsabilità dinanzi agli uomini; artista che cerca con la su arte gli europei all’interiorità, al raccoglimento; medico nel lavoro per la salvezza dei negri. Ed era il Venerdì santo, 26 marzo 1913 (quest’anno è quindi il centenario dell’inizio di questa “gloriosa avventura”), quando i coniugi Schweitzer lasciarono Gunsbach e si imbarcarono a Bordeaux. Una volta giunti a Libreville (capitale del Gabon) li attendevano altre otto ore di navigazione per giungere a Port Gentil. Il 15 aprile lasciarono la nave “Europe” per imbarcarsi sul battello fluviale “Alembé”, percorrendo l’Ogooué (un fiume lento, limaccioso, largo tre volte il Po, che si apre la strada nell’intrico verde della foresta per centinaia e centinaia di miglia), quindi a Lambarènè alla missione N’Gomo, accolti con molta cordialità dai missionari Christol e Ellenberger. Da qui in poi la vita operosa di Albert Schweitzer e sua moglie Hélène Bresslau non ha avuto confini, sino al riconoscimento del premio Nobel per la pace nel 1952, grazie al quale poté realizzare le “Village Lumiére”, dedito alla cura dei malati di lebbra. «Certo non bisogna crederlo un santo – come scrisse un giornalista che ebbe modo di conoscerlo –. È un uomo con tutti i difetti umani, ma come uomo è grandissimo». Quando John Gunther (1901-1970), scrittore e giornalista statunitense, visitò Schweitzer a Lambarènè nel 1954 scrisse: «Schweitzer è troppo al di sopra, troppo complesso per afferrarlo facilmente, è un uomo universale», e quando gli chiese se si sentiva più francese o più tedesco, la sua risposta fu istantanea, senza ombra di dubbio: «Homo sum». Ecco perché ho voluto ricordarlo, ancora una volta!

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Assurda Italia: la vicenda dei precari dei servizi per il lavoro della Sardegna

di Marcella Onnis

Per i non sardi CSL e Cesil forse sono sigle che non dicono nulla. Probabile che suonino anonime anche per qualche sardo che, però, potrebbe essersi comunque avvalso dei servizi erogati da queste strutture.

I CSL sono i centri dei servizi per il lavoro, che fanno capo alle province e sono stati istituiti in Sardegna con la Legge regionale 5 dicembre 2005, n. 20. Tale legge, in ritardo rispetto alle altre regioni e alla delega statale disposta nel 2001, ha riorganizzato il sistema dei servizi per il lavoro prevedendo, tra le altre cose, la sostituzione degli uffici di collocamento appunto con i CSL (che corrispondono ai centri per l’impiego esistenti nel resto d’Italia).
Le funzioni di questi centri – mi spiega Sergio Ligas, un operatore CSL – includono sia quelle svolte dai vecchi uffici di collocamento che “servizi a valore aggiunto”, quali consulenza e orientamento, incentivazione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, promozione dell’imprenditorialità, promozione e sostegno delle fasce deboli nel mercato del lavoro.

Una funzione simile a quest’ultima è svolta da altri uffici del sistema regionale dei servizi per il lavoro: i centri di inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati (Cesil), che fanno capo ai comuni e sono nati grazie ai fondi comunitari del POR Sardegna 2000-2006, con l’obiettivo di favorire l’inclusione sociale e l’inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati.

C’è un di più, però: quello che le norme non dicono è che CSL e Cesil sono ormai diventati una vera e propria valvola di sfogo per il sempre più nutrito esercito di inoccupati e disoccupati che riversa sugli operatori le sue aspettative, la sua delusione, la sua rabbia e la sua disperazione. Un esercito che, purtroppo, non include solo giovani alla ricerca (vana) di occupazione, ma anche madri e padri che, magari, la mattina – racconta sconfortato Mauro Carta, un altro operatore CSL – escono di casa fingendo di andare a lavorare perché si vergognano di farsi vedere dai figli con le mani in mano.

Dovrebbe essere pacifico che – in un momento così drammatico per l’economia e, di conseguenza, anche per il mondo del lavoro – simili funzioni siano garantite se non anche potenziate; invece, attualmente quasi tutte queste strutture non sono in grado di offrire il corposo “pacchetto” di prestazioni previste dalle norme regionali. I CSL, in particolare, stanno erogando i soli servizi “tradizionali”, quali l’iscrizione alle banche dati dei soggetti in cerca di occupazione e dei lavoratori in mobilità, e nessun servizio di tipo consulenziale. Giusto per fare un esempio concerto, sempre Sergio Ligas fa presente che attualmente sono fortemente penalizzate le azioni di politiche attive obbligatorie per i beneficiari degli ammortizzatori sociali in deroga (mobilità e cassa integrazione): senza operatori non è, infatti, possibile individuare quegli adeguati percorsi di riqualificazione che la legge riconosce come un diritto e che rientrano, appunto, nei servizi specialistici offerti dai centri dei servizi per il lavoro.

Perché questo blocco dei servizi specialistici e perché “senza operatori”? Perché gli operatori di questi centri sono precari e quasi tutti sono senza contratto dal 1° gennaio 2013 (fanno eccezione i lavoratori del CSL della provincia di Nuoro, del CSL dell’Ogliastra e di alcuni Cesil, i cui contratti sono stati prorogati di 3 mesi … ma scadranno tra pochi giorni).
Nel frattempo, però, alcune province stanno portando avanti progetti di implementazione dei servizi per il lavoro. Un fatto davvero paradossale per due motivi, fa notare Sergio Ligas: primo perché stanno integrando funzioni che esistono sulla carta ma che, al momento, non vengono erogate per mancanza di personale; secondo perché stanno creando nuovo precariato.

Ma andiamo per ordine.

La storia dei CSL e dei Cesil comincia con una fase sperimentale finanziata tramite i già citati fondi comunitari. Terminato il periodo coperto da questi fondi, la Regione ha riconosciuto l’importanza delle funzioni svolte da queste strutture, disponendo una proroga dell’attività (e conseguentemente dei contratti del personale ad essa addetto) coperta con fondi provenienti dal proprio bilancio. A questa proroga ne sono seguite altre (ci sono stati all’incirca 20 rinnovi) e nel 2008 si è – finalmente – cominciato a parlare di stabilizzazione dei lavoratori che, da anni ormai, offrivano questi fondamentali servizi pubblici.

Così come per i precari dell’amministrazione regionale, però, alle dichiarazioni di intenti non hanno mai fatto seguito atti concreti che disciplinassero e poi attuassero il percorso di stabilizzazione.
A suon di inerzia, si è arrivati al 31 dicembre 2012, data in cui è sorto un nuovo problema. Un problema che ha le sembianze del Decreto-Legge 31 maggio 2010, n. 78 (convertito con modificazioni dalla Legge 30 luglio 2010, n. 122), il cui art. 9 ha imposto agli enti pubblici (già dal 2011) di contenere la spesa per i contratti a tempo determinato, le convenzioni  e i contratti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.) entro il 50 per cento  del costo sostenuto  per  le  stesse  finalità nel 2009.

Per via di questo ostacolo, come anticipato, quasi nessuno degli enti competenti ha prorogato i contratti scaduti. Coraggiosamente, però, la provincia dell’Ogliastra (una delle quattro soppresse a seguito del referendum abrogativo del 6 maggio 2012) ha disposto la proroga, chiedendo contestualmente un parere alla Corte dei conti riguardo alla possibilità, appunto, di riassumere questi lavoratori e alla corretta interpretazione dei limiti fissati dal famigerato decreto n. 78/2010. Lo scorso 14 marzo la Corte si è espressa sostenendo che non pare dubbio che le Province siano tenute ad assicurare, senza interruzioni, la prosecuzione del servizio stesso, in aderenza alle prescrizioni del Legislatore regionale” e che, posta la rilevanza pubblica e sociale delle attività in esame”, la spesa per tali assunzioni non è soggetta al sopra citato limite del 50 %, purché non superi quanto speso nel 2009. Dispone, infatti, tale decreto che A decorrere dal 2013 gli enti locali possono superare il predetto limite per  le  assunzioni  strettamente necessarie a garantire l’esercizio delle funzioni di polizia  locale, di istruzione  pubblica  e  del  settore  sociale […].

Su questo nodo cruciale, solo di recente sciolto, si è, tuttavia, innestato un altro grosso problema di tipo istituzionale, oltre che organizzativo: il processo di riordino degli enti locali, attualmente in corso e volto, in particolare, a dare seguito ai  referendum regionali abrogativi e consultivi del 6 maggio 2012, con cui la maggioranza dei votanti si è espressa a favore della soppressione delle province.
Di fronte a queste cupe prospettive, quasi tutte le province hanno incrociato le braccia (i comuni, invece, hanno fatto altrettanto in attesa di ricevere i necessari trasferimenti finanziari) e hanno deciso di non dare prosecuzione ai contratti degli operatori.

Vista la situazione di stallo, il Consiglio regionale è dovuto intervenire una prima volta con la Legge regionale 17 dicembre 2012, n. 25. Quest’ultima, all’art. 9, affida agli enti locali il compito di garantire la prosecuzione, in via provvisoria, dei servizi erogati dai CSL e dai Cesil. Non solo: prevede anche che sia l’Agenzia regionale del lavoro a dovervi provvedere nel caso in cui per “ragioni oggettive” l’organo competente non possa farlo.
Poiché, però, neanche queste disposizioni sono servite a superare il blocco delle attività e dei contratti, l’Assemblea legislativa sarda ha approvata un’altra norma: l’art 5 della Legge regionale 8 febbraio 2013, n. 3, che ha affidato alla Giunta regionale il compito di attuare quanto disposto dalla legge regionale n. 25/2012. In particolare, questo articolo prevede per il personale dei centri “l’assunzione con contratto a termine al 31 dicembre 2013 presso l’Agenzia regionale del lavoro […], qualora non sia stato già assunto dalle amministrazioni locali.”  E l’Agenzia, nel caso assuma questi operatori, “dispone il loro comando presso le amministrazioni delle soppresse province sarde, delle unioni di comuni e/o dei comuni nei quali hanno svolto l’attività nei precedenti esercizi.”.
Chiaramente tali norme stanziano anche le risorse finanziarie necessarie per coprire le relative spese, assegnandole agli enti competenti o, nel caso non provvedano, all’Agenzia.

Ci sono le norme, ci sono i fondi, ma allora perché, dopo quasi due mesi, questi lavoratori sono ancora accampati a Cagliari, sotto il palazzo di viale Trento in cui ha sede la Presidenza della Regione?

Innanzitutto, perché gli enti locali non adempiono. Le province e i comuni per le ragioni sopra esposte e forse anche per ostacolare lo “scippo” di queste importanti funzioni a vantaggio dell’Agenzia regionale del lavoro. In secondo luogo, perché la Giunta regionale si è limitata a nominare una cabina di regia che, tra gli altri compiti, dovrà occuparsi del rinnovo dei contratti degli operatori e delle procedure per la loro stabilizzazione. Peraltro, nessun ente – fa notare Sergio Ligas – ha finora verificato quanti tra i 360 operatori Csl e Cesil (che includono co.co.co., consulenti e dipendenti a tempo determinato) possiedono effettivamente i requisiti per essere stabilizzati.

Che il problema sia la tristemente nota inerzia della Pubblica amministrazione o la volontà di mascherare con l’inerzia un braccio di ferro, rileva comunque fino a un certo punto: in entrambi i casi, il conto di queste irresponsabili (in)azioni lo stanno pagando i lavoratori dei servizi per il lavoro e le centinaia di persone che dovrebbero potersi avvalere delle loro prestazioni. Un conto così salato da aver spinto ad intervenire anche la Commissione d’inchiesta sulla mancata applicazione delle leggi regionali.

Il presidio degli operatori Csl e Cesil in quel di viale Trento prosegue, dunque, in attesa di ricevere risposte dalla cabina di regia.
«Per noi non è importante quale sia il soggetto con cui stipulare il contratto, da cui dipendere: – dice Sergio Ligas  - per noi l’importante è poter lavorare e garantire questi servizi ai cittadini».

Non dimentichiamo che stiamo parlando di servizi pubblici che, nati in via sperimentale, hanno avuto dalle leggi regionali il riconoscimento della loro “stabilità”. E se il servizio è stabile, anche i contratti di chi li eroga dovrebbero essere tali. Gli operatori che svolgono queste funzioni, peraltro, non sono neolaureati alla prima esperienza lavorativa: sono persone inserite da tempo nel mercato del lavoro e che quest’ultimo – per la loro età anagrafica – non considera più “giovani”. Persone che, inoltre, hanno acquisito un’elevata e specifica professionalità, purtroppo per loro non spendibile in altri settori. Persone che – oltre ad essere vittime di burocrazia, vincoli normativi e finanziari o mere prove di forza – subiscono anche la cattiveria dei conterranei (spesso dettata dall’invidia per chi è o è stato più fortunato).
Perché è tristemente diffusa l’opinione per cui il precario della Pubblica amministrazione “è un raccomandato”, “ha già avuto la sua occasione ed è ora che lasci il posto a un disoccupato”. Sono in tanti – troppi – a pensarla così. Sono in tanti ad avere persino il coraggio di esprimere a voce alta questo meschino pensiero.
Perché i sardi – ma forse non solo loro – sono troppo miopi per capire che, fintantoché ci sarà chi ragiona così, non potremo liberarci da queste sabbie mobili in cui ci siamo impantanati.
La battaglia per il lavoro non si può vincere alimentando le guerre tra poveri
(illuminante in proposito A babbu mortu, resoconto-riflessione dello scrittore e giornalista Gianni Zanata), combattendo a suon di “togli a lui per dare a me” né ponendo alternative del tipo “o tutti o nessuno”: questa battaglia si può vincere solo al grido di TUTTI.

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Il precariato medico sotto i riflettori. Una ingiustizia per il professionista ma anche per l’assistito

Fino a quando la Sanità italiana è totale garanzia di assistenza medica?

Più intraprendenza e determinazione nel far conoscere il problema

 

di Ernesto  Bodini
(giornalista scientifico)

La crisi politico-economica e finanziaria che sta soffocando e umiliando il nostro Paese, quasi affondandolo in una conclamata recessione, non risparmia soprattutto la “forza lavoro” ovvero tutti i potenziali lavoratori: sia i veri e propri disoccupati che i lavoratori precari (esodati compresi), in particolare i dipendenti della Pubblica Amministrazione (P.A.). Tra questi il personale sanitario (medici e infermieri). Ma perché parlare di precariato sanitario? Negli anni ’50 e ‘60, è utile ricordare, il precariato era una condizione di “normalità” negli ospedali in quanto in ogni Reparto c’era solo una figura medica stabile, ossia il Primario; l’Aiuto e gli Assistenti erano invece provvisori ed instabili perché dopo 4 anni (l’Aiuto) e dopo 2 anni (gli Assistenti), rinnovabili una sola volta, dovevano uscire dall’ospedale o trovare un posto di Aiuto, altrove. Alla fine degli anni ’80 abbiamo assistito “all’exploit” del debito pubblico; nel 1992, la Riforma De Lorenzo, con la revisione dell’assetto delle ULSS, la creazione delle ASL e il drammatico processo di aziendalizzazione e della trasformazione dei medici da professionisti a “pseudo dirigenti”. La conseguente ossessione dei controlli della spesa (compreso il raggiungimento degli obiettivi), ovvero la corretta applicazione di regole economiche al SSN ha comportato (tra contratti e finanziarie diverse) una serie di effetti negativi sulla carriera medica; tra questi, appunto, il precariato del personale sia medico che infermieristico. Secondo la segreteria nazionale della Fp-Cgil sino a pochi anni fa tra i 260 mila precari della P.A. circa 35 mila lavoravano in sanità; nel 2010 erano circa 40 mila (esclusi gli 8 mila Co.co.co.)

All’appello mancherebbero almeno 5 mila precari, che non sono stati assunti a tempo indeterminato, e tanto meno rinnovati i loro contratti: si tratta di circa mille medici e 4 mila infermieri. Attualmente si stima che i medici precari siano almeno 10 mila (probabilmente la cifra è parecchio sottostimata), parte dei quali lavorano nei P.S. e al “118”; la maggior parte è concentrata nel sud: Lazio, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia. Il problema è purtroppo sempre più ricorrente e l’opinione pubblica non ne è a conoscenza, e questo “aggrava” maggiormente la situazione ma non a sufficienza da responsabilizzare le Istituzioni preposte (nonostante la crisi) nel porre fine a quella che si può definire una “violazione” del diritto e soprattutto della dignità umana, non garantendo un lavoro sicuro a chi ha fatto una scelta ben precisa e responsabile (vedi articolo L’esercizio della medicina al “centro dell’universo umano”. Una scelta consapevole appagante ma non priva di rinunce e sacrifici). La figura del medico, oggi, è forse ritenuta dai più se non obsoleta almeno troppo comune per essere considerata anche quando non si è nella veste di cittadino-paziente; una sorta di opportunismo collettivo (o quasi) che richiede una approfondita “revisione” del ruolo sociale e istituzionale del medico che, per antonomasia, è preposto alla tutela della nostra salute.

Ma come intervenire? Anzitutto, a mio modesto parere, è bene richiamare alcuni articoli della Costituzione che, seppur intesi come principi ispiratori, devono essere interpretati quale possibile applicazione nelle opportune forme contrattuali e, se il caso, anche giurisprudenziali; inoltre, la precarietà contrattuale delle migliaia di medici italiani può costituire una sorta di insicurezza nella tutela dei pazienti che vi si rivolgono, e questo non fa che incrementare il rischio di denunce da parte dei cittadini e/o associazioni che li rappresentano nei confronti dei medici (costretti ad attuare la cosiddetta “medicina difensivistica”), una sorta di conseguenza paradossale che di questo passo non vedrà mai la fine… Credo che far conoscere meglio e di più questa realtà alla pubblica opinione sia urgente oltre che utile, e se il caso, estendere la conoscenza alla Corte di Strasburgo. Tale iniziativa ritengo possa essere fattibile attraverso convegni e conferenze pubbliche coinvolgendo ogni possibile fruitore. In caso di mancato riscontro ogni medico “precario” potrebbe avvalersi del diritto di demandare determinate responsabilità a chi di dovere (ipotetiche diffide…) con le immaginabili conseguenze per il diffidato. Anche se non tutti possono essere dei “dottor Schweitzer”, tutti possono essere dei bravi medici se messi in condizione di esercitare la Medicina e la Chirurgia con il “conforto” della sicurezza materiale (continuità del posto di lavoro) e del rispetto della propria dignità.

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Elezioni 2013: i cittadini commentano il post

di Giusy Chiello

Sono passati un po’ di giorni dai risultati delle elezioni politiche, e da allora è un continuo dibattito su quello che si dovrebbe o si potrebbe fare per far risalire la china di questo Paese.

Due coalizioni opposte quasi in pari merito e un partito che da solo ha avuto la maggioranza. Ma che Governo si potrà avere da questi risultati?

Le ipotesi sono tante: un governo di minoranza, una collaborazione ampia tra i partiti che “hanno vinto”, un governo tecnico, e non si esclude, infine, un imminente ritorno alle elezioni.

I deputati e i senatori eletti sembrano essere pronti a fare il bene del paese, cercando di mettersi d’accordo tra loro. Ma come potrebbe formarsi un governo di destra e sinistra insieme? Potrebbero mai arrivare ad un accordo? Ci sarà mai una maggioranza ai voti delle camere? Troppe differenze politico-gestionali. Si tornerà a votare? Ma quanto costa essere italiani?

Questi quesiti se li pongono continuamente i cittadini, che purtroppo, guardano e aspettano che i “capi” si mettano d’accordo o facciano finta di farlo.

La gente, però, dà il suo contributo attraverso la propria opinione, che spesso viene influenzata dai media e dalle informazioni che girano e che, purtroppo, spesso, corrispondono solo a quella verità che si vuol fare sapere.

Molti cittadini italiani credono che da queste elezioni sia emerso un cambiamento, che comunque risulta essere lento, visto che ancora rimane permeato l’atteggiamento mafioso e clientelare di molti, che spesso nasce dall’ignoranza o dal proprio tornaconto. Ma il cambiamento sembra cominciare a vedersi, per molti. Grillo ha raccolto, infatti, i consensi di dissidenti e stanchi della politica tradizionale. Tanti cittadini sono contenti che i giovani del m5s vadano a sedere sulle poltrone di gente che ritengono indegna. Saranno in grado di governare con così poca esperienza? Ma qual è la vera capacità: saper governare o sapere ciò di cui ha bisogno un popolo?

Nessuno ha vinto, nessuno ha perso, ma forse l’unico a farci le scarpe è proprio il popolo italiano, che credeva di poter essere governato e invece ancora non si sa che cosa accadrà. Il fatto è che la gente ha voglia di partecipare ai processi decisionali, vuole avere degli ideali da seguire, anche se molti ormai sono rimasti disillusi.

Il dato più preoccupante, forse è il disinteresse alla politica in toto, che molti cittadini hanno esternato non andando a votare. Non partecipando alle elezioni hanno creduto di non essere artefici di ciò che è accaduto, ma forse proprio a causa loro l’Italia si trova in uno stato di ingovernabilità.

Per molti cittadini, invece, se a capo del Pd ci fosse stato Matteo Renzi, invece che Bersani le cose sarebbero andate diversamente. Il rottamatore probabilmente per molti rappresenta il nuovo e la gente è stanca di attorniarsi di vecchie macerie. Ma sarà davvero così?

E che dire di Berlusconi, che per tanti cittadini è stato quello in grado di comunicare meglio degli altri? Il rimborso dell’Imu ha fatto breccia su tanti italiani. Un nostro lettore lo definisce addirittura il mago della comunicazione di “massa”, che è riuscito nel suo intento grazie a promesse che alcuni ritengono squallide.

Altri ritengono invece che questo potrebbe essere il banco di prova del Pd, che può scegliere se avviare riforme concrete oppure salvaguardare i privilegi, finora ottenuti.

E Monti? Non era solo un tecnico? Ora vuole salvare l’Italia! Ma gli Italiani, visti i risultati non ci credono proprio.

E ora cosa accadrà?  Di questo passo torneremo di nuovo a votare sperando che stavolta sia quella buona.

Intanto, però, gli italiani si trovano a ripetere la solita tiritera.

Come diceva il buon Totò, “E io pago!”

 

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Gli zingari un popolo sconosciuto? Non proprio… ora

Alla “riscoperta” delle origini etniche e delle loro culture

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

Fra gli studi dedicati alle popolazioni nomadi, particolare fascino suscita quello relativo agli Zingari, del quale si sono occupati (e si occupano) molti studiosi di filologia, antropologia e cultura etnica. Da questi studi si può avere piena conoscenza che gli zingari compaiono per la prima volta in Europa verso la fine del XIV secolo. Sulla loro origine (per molto tempo avvolta nel mistero) sono state formulate molte ipotesi, miste a pittoresche leggende che gli stessi Zingari (dalla lingua incomprensibile) tramandavano di generazione in generazione. Un mistero che fu in parte svelato attraverso lo studio della loro lingua. Fu un pastore protestante ungherese, Etienne Vali, che nel 1753, in Olanda, ascoltando la conversazione di alcuni studenti indiani si accorse che questa lingua aveva molti vocaboli in comune con quella parlata dagli Zingari. Questa osservazione, approfondita da molti filologi, permise la ricostruzione dell’origine indiana degli Zingari e le tappe più significative del loro viaggio verso occidente. Agli inizi del XV secolo molti Zingari si sono diffusi in tutta Europa. La loro presenza è caratterizzata essenzialmente dal clima culturale del momento, dal valore sociale che viene attribuito alla povertà e dai grandi pellegrinaggi. Alcuni gruppi sono presenti in Germania nel 1407, in Svizzera nel 1414, in Francia nel 1419 e in Italia nel 1422. Le loro attività economiche (esercitate dall’uomo), in perfetta sintonia con l’economia preindustriale dell’epoca, sono costituite dalla lavorazione del ferro e del rame e dal commercio dei cavalli; mentre le donne contribuiscono predicendo la sorte e chiedendo l’elemosina.

A poco a poco attorno ad essi si crea un alone di mistero e di magia. Tra il XVI e il XVII secolo in Europa hanno inizio sensibili trasformazioni economiche, sociali e culturali. L’atteggiamento dei poteri pubblici nei confronti degli Zingari, come pure dei mendicanti, vagabondi, pazzi e prostitute, muta sino a considerarli elemento di pericolo e destabilizzazione della società, e pertanto, da segregare in quanto non produttori e non consumatori; ovvero, soggetti che rifiutano l’ordine sociale, religioso e morale. Verso la fine del XVI secolo Francia  e Inghilterra cominciano a deportare questi “emarginati” nelle colonie in America; mentre altri paesi europei li rinchiudono in istituti, ospedali, carceri e opifici. Ma la persecuzione più atroce gli Zingari la subiscono sotto il regime nazista. In seguito ad un decreto emanato nel 1938, che prevedeva la lotta contro “la minaccia zingara”, oltre 500 mila Zingari sono stati deportati e uccisi nei campi di sterminio. In Italia, dove la presenza degli Zingari era di circa 25 mila persone sin dagli anni ’20-’30, anche il regime fascista diede il suo “contributo” sollevando la “questione degli zingari”, richiamandosi ad argomentazioni “scientifico-culturali” di assoluta improbabile serietà. La storia della deportazione e dello sterminio degli Zingari è una storia (purtroppo) dimenticata, anche per il fatto che la documentazione a riguardo è alquanto frammentaria e lacunosa., anche se è possibile ipotizzare che la persecuzione degli Zingari in epoca nazista è forse l’unica, oltre a quella ebraica, dettata da motivazioni esclusivamente razziali (ma è preferibile usare il termine etniche), ossia proprio come gli ebrei, gli Zingari furono perseguitati e uccisi in quanto ritenuti di “razza” inferiore. Anche se in modo latente, ancora oggi la minaccia incombe sugli Zingari e questo, non solo perché le leggi continuano ad essere discriminatorie o le costituzioni democratiche non vengono applicate, ma soprattutto perché il rifiuto di tutti coloro che sono “diversi” e l’impostazione di una società industrializzata, basata sul consumismo e l’etnocentrismo, favoriscono l’alienazione di una atavica cultura minoritaria come quella degli Zingari.

Per quanto concerne l’immigrazione degli Zingari in Italia, essa si suddivide in tre fasce. La prima riguarda gli Zingari di antico testamento della cui presenza si hanno notizie agli inizi del 1400. Quelli stanziati in Italia settentrionale (Sinti piemontesi, lombardi, emiliani, marchigiani; Gackanè dall’Austria; Havati, dall’Istria) sono soprattutto nomadi e si dedicano al piccolo commercio, all’allevamento e commercio di cavalli, all’accattonaggio e a spettacoli viaggianti. Quelli stanziati in Italia meridionale e centrale si definiscono, in base alla regione, Rom abruzzesi, napoletani, calabresi, molisani, etc. poi c’è quella degli Zingari arrivati in Italia dopo la prima guerra mondiale. Sono Rom e provengono dall’Europa orientale, dove hanno vissuto per lungo tempo. Sono calderai, commercianti e praticano l’accattonaggio. La terza fascia, invece, comprende gli Zingari di recentissima immigrazione. Da circa due decenni è in atto una notevole emigrazione di Zingari dalla Jugoslavia verso i paesi più industrializzati. In Italia sono in genere nomadi, con tendenza alla sedentarizzazione. Vi sono i Rudari dalla Polonia e i Kanjarja dalla Serbia. Mentre gli Xoraxané, che provengono dalla Jugoslavia meridionale, sono musulmani; dediti alla lavorazione del rame e all’accattonaggio. Non meno curiosa e interessante è l’organizzazione della società tradizionale zingara la cui struttura si fonda essenzialmente sulla famiglia (tramite la principale cui viene trasmessa la tradizione) ed in seno ad essa, vengono regolati i rapporti economici e di natura religiosa. Al di sopra dell’autorità della famiglia sta un organismo interfamiliare: la Kriss. Il termine, nel loro gergo, sta per Consiglio, Tribunale, Giustizia. Essa presiede al corretto funzionamento della comunità, alla tutela del rispetto delle regole e della tradizione. Una ulteriore struttura fondamentale del mondo zingaro tradizionale è la Kumpania. Una struttura preposta per riunire un numero variabile di famiglie che si spostano contemporaneamente. È guidata da un capo famiglia denominato Kako (zio) il quale decide quando e dove spostarsi, mantiene i contatti con le autorità e, per le sue esperienze pratiche (per questo viene scelto), è chiamato a risolvere i problemi più impellenti del gruppo. Ancora una volta, è doveroso sottolineare, la società nel suo insieme si è resa e si rende “responsabile” della attestata diseguaglianza tra i popoli, pur considerando i soggetti che hanno turbato e turbano l’equilibrio della civile convivenza; ma non per questo fare di tutta un’erba un fascio!

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