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17 maggio: giornata internazionale contro l’omofobia. Il sindaco di Bagheria dice la sua

La Giornata internazionale contro l’omofobia si celebra il 17 maggio di ogni anno. L’obiettivo è quello di promuovere e coordinare eventi internazionali di sensibilizzazione e prevenzione per contrastare il fenomeno dell’omofobia.

Ideata dallo scrittore Louis-Georges Tin, la prima Giornata Internazionale contro l’omofobia e la transfobia ha avuto luogo il 17 maggio 2005, a 15 anni dalla storica data del 17 maggio 1990 in cui l’omosessualità venne rimossa dalla lista delle malattie mentali da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il sindaco di Bagheria Vincenzo Lo Meo a tal proposito dichiara: “la giornata rispecchia i principi costitutivi sia dell’Unione Europea sia della Costituzione italiana, il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, l’uguaglianza fra tutti i cittadini e la non discriminazione sono le condizioni che consentono alla società di promuovere l’inclusione di tutti e di ciascuno e di battersi contro ogni offesa alle persone. Ogni tipo di diversità è arricchimento sempre e comunque se esercitata nel rispetto altrui”.

“La lotta all’omofobia deve passare attraverso l’educazione all’alterità – ha dichiarato la presidente del consiglio comunale Caterina Vigilia - E’ inaccettabile ogni tipo di differenza di emarginazione, che sommate, rappresentano un modo violento di trasmettere alla società una volontà strana di vedere tutto ciò che gira intorno all’individuo in maniera uniforme. E’ necessario rispettare la vita in quanto dono e il modo di vivere che ognuno di noi sceglie per sé nel rispetto degli altri”.

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Bagheria (Pa): il centro per l’impiego si trasferisce a Santa Flavia

Per impedire il trasferimento definitivo del centro per l’impiego a Palermo, situazione che, di fatto, sta arrecando notevoli disagi per i cittadini della nostra città e del nostro comprensorio, il centro per l’impiego da oggi sarà ospitato dal Comune di Santa Flavia, in un bene confiscato alla criminalità organizzata. Soddisfatto per il mantenimento di questo servizio così importante nel nostro comprensorio ma è bene che tutti sappiano che la nostra città ha perso per l’ennesima volta un’occasione molto importante per il proprio futuro sociale e civile. Non solo non avremo più un servizio così importante, ma a oggi non conosciamo quale sarà il futuro dei beni confiscati nella nostra Bagheria. Piangiamo con un occhio, ma con un po’ più di amore e accortezza nella gestione di questi beni avremmo potuto gioire.

 

Salvatore Ducato, coordinatore del Movimento Bagheria Bene Comune

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Bagheria (Pa): “Capisco tutto ma non l’abbandono di una città” di Luca Lecardane

Ci hanno scritto:

Contrada Monaco è l’emblema di una città abbandonata a se stessa, dove il
sindaco, la giunta e i consiglieri comunali  ormai hanno alzato bandiera
bianca, così come la stragrande maggioranza dei cittadini che commentano
rassegnati che non si può fare nulla. Poi ci sono i cittadini che si indignano
e che, però, votano sempre gli stessi partiti e le stesse persone. Sono pochi i
cittadini che ancora hanno voglia di lottare.
Il verde pubblico è abbandonato in Contrada Monaco, erba molto alta, sporca,
che provoca il proliferare di zecche, pidocchi e altri parassiti che infestano
cani di privati cittadini, costretti a  spendere ulteriori decine di euro oltre
alle tasse che pagano per evitare che casa propria diventi nido di questi
parassiti. Chiedo all’amministrazione comunale di provvedere entro sette
giorni alla pulizia e alla disinfestazione di tutto il verde della zona.
Mi domando e chiedo agli amministratori bagheresi: ci vuole così tanto a
programmare periodicamente la sistemazione del verde pubblico  e la
disinfestazione dello stesso in maniera tale da evitare questa brutta immagine
della città? È così difficile prima della stagione estiva programmare la
pulizia delle spiagge invece di pensarci per fine maggio? È chiedere troppo che
l’amministrazione pensi a mettere in sesto i riscaldamenti delle scuole di
propria competenza prima che arrivi il freddo? È osare troppo pensare che un’amministrazione pulisca i tombini periodicamente ed, in particolare, prima dell’inverno così da evitare l’allagamento di parti della città a causa dei tombini
otturati dalla sporcizia? è così assurdo immaginare Villa Cattolica, sede del
Museo Guttuso, immersa in un ambiente decente e curato invece di vederla in
mezzo ad una giungla? È così inverosimile  chiedere che lo straordinario
diventi ordinario?
Il 18 marzo ho fatto protocollare due interrogazioni, una sulla creazione
di un ufficio addetto a trovare fondi europei e una sulle intenzioni di questa
amministrazione di difendere le fasce deboli della popolazione dalle  tasse
esose, ai sensi dello Statuto Comunale. A tali interrogazioni  l’amministrazione avrebbe dovuto rispondere entro 30 giorni e siccome ancora non
lo ha fatto, ho tutta l’intenzione, stante il perpetuarsi della situazione per
altri 7 giorni, di verificare se esista in tale comportamento la fattispecie
del reato di  omissione di atti di ufficio.

Luca Lecardane

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Pillole di indignazione. Stéphane Hessel dixit

di Marcella Onnis

“Indignati” e “indignazione” sono termini che cominciano ad essere abusati e – come sempre in questi casi – a venire a noia. Ma, così come i figli non devono scontare le colpe dei padri, così le parole e i concetti non dovrebbero subire le conseguenze negative dell’uso improprio o, peggio strumentale, che noi ne facciamo. Essi hanno, invece, il diritto di essere tutelati. Un diritto che per noi implica anche il dovere di restituir loro il significato con cui sono nati, il contesto che li ha partoriti (e su questo tema vi rimando agli illuminanti saggi di Carofiglio, La manomissione delle parole, e Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente).

E se c’è qualcuno che può “risarcire” per questo uso travisato le parole e i concetti con cui ho esordito è senza dubbio colui che, suo malgrado, ne ha anche favorito l’abuso: Stéphane Hessel.

Il suo pamphlet Indignatevi, scritto a 93 anni, è divenuto in poco tempo un best seller, scatenando una reazione sociale che forse neanche l’autore aveva previsto e che, però, probabilmente non è stata del tutto fedele allo spirito con cui lui ha sperato di ispirarla.

Per chi non lo sapesse, Stéphane Hessel, scomparso a fine febbraio, ha vissuto molte vite: eroe della Resistenza francese, coestensore della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948), ambasciatore per la Francia in diversi Paesi del mondo, collaboratore del segretariato generale dell’Onu e di vari personaggi politici francesi.

Anche se il suo breve scritto è nato dall’osservazione critica della Francia sotto Sarkozy, prendendo come punto di riferimento i valori della Resistenza francese, per noi italiani è molto facile trovarvi punti di contatto con il nostro presente e passato che potrebbero aiutarci a reindirizzare il nostro futuro. Cito alcuni dei passaggi per noi più eloquenti e significativi:

«Una vera democrazia ha bisogno di una stampa indipendente […] Ora è proprio questo che oggi è in pericolo.»

«C’è chi ha il coraggio di sostenere che lo Stato non può assicurare più i costi di queste misure civili e sociali. Ma come può mancare oggi il denaro per mantenere e prolungare queste conquiste dal momento che la produzione di ricchezze è aumentata considerevolmente dalla Liberazione, periodo in cui l’Europa era in rovina?»

«Abbiamo avuto questa grave crisi economica, ma non abbiamo di contro avviato una nuova politica di sviluppo

Tanto importanti quanto inascoltate da certi pseudo-indignati sono anche le parole dedicate alla violenza. Parole che, indirettamente, costituiscono una ferma, razionale e coerente risposta a coloro che oggi (e sono fin troppi) invocano la crisi come alibi per le più svariate forme di aggressività, fisica e verbale:

«L’esasperazione nasce da una negazione di speranza. Comprensibile, direi quasi naturale, ma ugualmente inaccettabile. Perché non permette di ottenere i risultati che può eventualmente produrre la speranza.»

«Sono convinto che il futuro appartiene alla nonviolenza, alla conciliazione tra le culture differenti. È per questa via che l’umanità dovrà superare il suo prossimo traguardo.»»

«[…] la violenza volta le spalle alla speranza. Bisogna preferirle la speranza, la speranza della non-violenza. È la strada che dobbiamo imparare a seguire. Sia da parte degli oppressori che degli oppressi, bisogna arrivare ad un negoziato per eliminare l’oppressione; è questo che permetterà di vincere la violenza terroristica. Perché non si deve lasciare accumulare troppo odio.»

E se qualcuno, pur consapevole della gravità degli atti terroristici, volesse continuarne a sostenerne l’utilità, per smontarlo gli basta una breve frase: «Il terrorismo non è efficace.»

Parlavo prima di pseudo-indignati perché c’è chi ha condiviso il moto di ribellione di Hessel, ma non anche lo spirito con cui l’ha partorito e il fine che lui gli ha attribuito. Una convinzione che, pochi giorni fa, hanno contribuito a rafforzare questo tweet  di Social Stocks Survey (sguardo acuto su politica e società civile, seguito su Twitter da oltre 16.000 utenti) e i relativi commenti:

 

 

In queste tre opinioni per me si racchiude il problema dell’eredità di questo pamphlet. Trovo, infatti, che alcuni – come Citypatarantola – lo ritengano sopravvalutato più per il fatto che molti ne abbiano ignorato o travisato il significato profondo che non per una sua intrinseca debolezza. Io credo che l’intenzione dell’autore fosse sia di esaltare l’indignazione come valore – come afferma Giovanni Santoro – sia di esortare all’azione, all’essere positivamente critici e dunque propositivi. Perché – come ben sottolinea Social Stocks Survey – è la proposta che può davvero fare la differenza, che ha il potere concreto di cambiare (in meglio) le cose:

«[…] se, oggi come allora, una minoranza attiva si drizza, ciò basterà, avremo il lievito affinché la pasta gonfi.»

«Auguro a tutti voi, a ciascuno di voi, di avere il vostro motivo di indignazione. È una cosa preziosa. Quando qualche cosa vi indigna come sono stato indignato io per il nazismo, allora si diventa militante, forte ed impegnato. Si raggiunge la corrente della storia e la grande corrente della storia deve proseguire grazie a ciascuno. E questa corrente va nel senso di una maggiore giustizia, di più libertà ma non questa libertà incontrollata della volpe nel pollaio.

Questi diritti di cui la Dichiarazione universale ha redatto il programma nel 1948, sono universali. Se incontrate qualcuno che non ne beneficia, compiangetelo, aiutatelo a conquistarli

L’invito all’azione emerge chiaramente anche in quest’altro passo, che ricorda il celebre “Indifferenti” di Antonio Gramsci («Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti […]», clicca qui per leggere l’intero testo):

«È vero, le ragioni di indignarsi possono sembrare oggi meno nette o il mondo troppo complesso. Chi comanda, chi decide? Non è sempre facile distinguere tra tutte le forze che ci governano. Non si tratta più di una piccola elite di cui comprendiamo chiaramente l’operato. È un vasto mondo che sappiamo bene essere interdipendente.

[…]

Il peggiore degli atteggiamenti è l’indifferenza, dire “io non posso niente, me ne infischio”. Comportandovi così, perdete una delle componenti essenziali che ci fa essere uomini. Una delle componenti indispensabili: la facoltà di indignazione e l’impegno che ne è la diretta conseguenza

Da cosa partire, dunque? Lui ci propone «due grandi nuove sfide:

1. L’immenso scarto che esiste tra i molto poveri ed i troppo ricchi e che non cessa di aumentare. […]

2. I diritti dell’uomo e lo stato del pianeta.»

Ma ognuno di noi può, aguzzando l’ingegno e mettendo in moto la propria sensibilità, trovare le sue piccole o grandi battaglie perché, come ci insegna Hessel, «Creare è resistere. Resistere è creare.»

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3 maggio 2013, concerto di Renato Zero: diario di un giorno tanto atteso e speciale

 

 

 

 

 

 

I biglietti sono in prevendita dal 12 febbraio e io ne ho acquistato uno chiaramente il 12 febbraio. Come non farlo? Come posso non assistere al megaconcerto di Renato Zero in occasione della presentazione del suo nuovo album “Amo, capitolo 1”? L’album è uscito il 12 marzo, un mese dopo l’acquisto del biglietto. Un azzardo? Certo che no! Renato è una certezza, ogni disco è poesia, arte, emozione pura. Anche gli alunni stamani erano eccitati come me, per me! Sì…Renato fa parte della mia vita a 360°, 24 ore su 24, ovunque e comunque, quindi anche a scuola visto che sono  un’insegnante della primaria e tutti i giorni lavoro con bambini di 7 – 8 anni.

Ora sono su un Freccia Rossa che corre veloce e sono combattuta da sentimenti contrastanti: finalmente il giorno è arrivato ma passerà velocemente e poi, inevitabilmente sarà…passato. Quelle tre ore di concerto saranno di estasi totale, di luce, di arte, di poesia. Renato sa toccare tutte le corde della mia anima e fa vibrare la musica che vive dentro di me, riesce ad emozionarmi sempre, a commuovermi, a farmi sorridere, ridere e …piangere. Lui per me è l’unico, non mi ha mai deluso, tradito. In un momento in cui i soldi sono pochi e le spese molte e la crisi incombe sulle testa delle famiglie italiane come una spada di Damocle, il concerto e il viaggio hanno influito un bel po’ sul budget familiare ma per lo spettacolo di Renato si può rinunciare a qualcos’altro: non mi deluderà neanche questa volta, anzi le aspettative, visto i commenti di chi ha già goduto di lui, sono alte. “Ai posteri, l’ardua sentenza”.

Ore 1,10 Stazione Termini. Mi fermo un attimo e ripenso alle emozioni che anche questa volta mi ha saputo dare quest’uomo! Irripetibile! Un eterno Peter Pan pieno di sogni, di vita, di entusiasmo. Ha cantato e regalato poesia, nuove e vecchie canzoni in un mix esplosivo. Nei consueti intermezzi parlati, Renato rappresenta “una voce per l’amore non discriminante” perché l’amore non ha sesso: uomo, donna…è solo amore. Una voce forte contro i politici e verso quei “sindaci che non fanno il proprio lavoro e dovrebbero andare a casa”, e poi una voce per il futuro…”in questo momento dove l’Italia zoppica, il futuro c’è perché ci siete voi!”. E poi partono le note de “Il cielo” e la frase “Non dimenticatemi, eh!” che contraddistinguono ogni chiusura di Renato. Eccole le lacrime, arrivano inevitabilmente insieme alla tristezza. Tutto è finito, anzi no…in autunno “tour Amo” in tutte le città italiane e così la sua favola, la mia favola ricomincerà.”Renato, io ti aspetto ovunque tu sia, perché ti adoro!” P.S. Non so se si era capito…

Paola Scheggi

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Spagna: scoperto traffico neonati

 

 

 

 

 

La Guardia Civil spagnola ha scoperto un traffico di neonati dal Marocco alla Spagna che durava dagli anni ’70. Almeno 31 le persone coinvolte, fra intermediari, personale sanitario e perfino due suore. Accertata la compravendita di almeno 28 neonati, 14 dei quali identificati: si tratta di persone ormai adulte, residenti a Valencia, che neppure sapevano di essere state adottate. I bebe’ venivano comprati in Marocco a donne povere, per cifre che variavano fra i 1.200 euro e i 6.000 euro.

Fonte: Ansa

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Bagheria, una città non a misura di cittadino. Addio anche al Centro per l’Impiego

Riceviamo e pubblichiamo.

Esiste oggi uno stato di difficoltà relazionale tra Governo e sistema delle autonomie: assistiamo a un Governo che scarica sui Comuni la pesante crisi economica. Indicativa è stata l’introduzione dell’Imu, ove il Comune è di fatto l’esattore pieno – quello che ci mette la faccia – mentre una parte cospicua del denaro prelevato dalle tasche dei cittadini finisce allo Stato.

Il “caso” Bagheria è ancor più spinoso, perciò dolente, poiché alla crisi nazionale (e non solo) si aggiungono tutta una serie di errori dovuti sia all’assenza di programmazione sia al non o cattivo utilizzo dell’arte della politica per il bene comune, per la crescita di Bagheria. Ed ecco che oggi ci ritroviamo a vivere in una città non più a misura di cittadino.

Il sindaco Lo Meo – nei suoi primi due anni di sindacatura – non è riuscito né a scongiurare la chiusura del Tribunale di Bagheria, forse neanche quella dell’ufficio del Giudice di Pace (termine ultimo era fissato per il 29 aprile e nulla è stato finora reso noto), né dell’Agenzia delle Entrate cui fanno capo circa 100mila abitanti tra Bagheria e Comuni del comprensorio, né il vergognoso ridimensionamento (apertura per un solo pomeriggio la settimana) dello sportello della SERIT e per finire, neanche la chiusura del Centro per l’Impiego di Bagheria.

E’ davvero un gran bel bottino, non c’è che dire … oggi più di ieri è possibile definire Bagheria una città dormitorio, se non fosse per la grave crisi igienico-sanitaria che si sta vivendo e per gli incendi di cumuli di spazzatura che appestano anche il sonno di chi decide anche solamente di dormirvi.

Sulla chiusura del Centro per l’Impiego di Bagheria – forse l’unico servizio tra quelli sopra ricordati a essere non condizionato da provvedimenti di carattere nazionale – merita un approfondimento e aggiornamento.

La fotografia bagherese di oggi è di giovani senza rilevanti esperienze lavorative e formative – il nocciolo duro della disoccupazione bagherese (e non solo) – e la loro ricerca di lavoro costantemente segnata dal fallimento che ben presto li trasformerà da forze lavoro in cerca di lavoro a “inattivi scoraggiati” o peggio in “NEET”, soggetti che né studiano né lavorano. Ben più gravi sono le condizioni di vita cui sono costrette molte famiglie, ove il padre e la madre non riescono a trovare lavoro, gli stessi che poi non possono a pieno sostenere la crescita dei loro figli, quei giovani che dovrebbero tirar su Bagheria, partecipando alla sua crescita.

E’ chiaro che l’alto tasso di disoccupazione non è da attribuire all’Amministrazione bagherese, tantomeno al Sindaco di Bagheria, ma l’unico certamente importante servizio per i cittadini in cerca di lavoro, quello offerto dal Centro per l’Impiego, viene addirittura smantellato, poiché continuano a sussistere a oggi le motivazioni del rilascio dei locali di via Consolare a Bagheria, già sede del C.p.I., connesse alla mancanza dei requisiti di sicurezza dei locali e alla cessazione del contratto di locazione per sfratto.

L’ennesima vergogna bagherese, altro importante servizio per la città che cessa di esistere, una riconferma dell’incapacità politico-amministrativa della sindacatura Lo Meo.

Solo grazie alla tempestività, generosità e pragmatismo del Sindaco del Comune di Santa Flavia, Dott. Salvatore Sanfilippo, il Centro per l’Impiego resterà vicino alla nostra Bagheria, non costringendoci a raggiungere Palermo anche solo per una semplice dichiarazione di disponibilità al lavoro.

In data 6 marzo scorso, grazie alla disponibilità dei locali offerti dal Sindaco Sanfilippo - un bene confiscato alla mafia sito in via San Marco – i Sindaci dei Comuni del comprensorio (Bagheria, Santa Flavia, Casteldaccia, Altavilla Milicia, Ficarazzi e Villabate) hanno sottoscritto e comunicato al Dirigente Servizio XV Centro per l’Impiego, un formale accordo con il quale condividono l’individuazione del Comune di Santa Flavia  quale sede del Centro per l’Impiego del territorio.

Personalmente colgo l’occasione sia da cittadino bagherese sia da consigliere comunale di Bagheria per ringraziare il Sindaco di Santa Flavia per aver messo a disposizioni dei locali idonei ad accogliere la nuova sede del Centro per l’Impiego e lo esorto, visto l’importante accordo fatto tra i Sindaci del comprensorio e il ritardo già maturato, ad attivarsi per ripristinare immediatamente un importante servizio per i lavoratori residenti nei Comuni del comprensorio.

Angelo Puleo

(Consigliere comunale di Bagheria)

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Primo Maggio: On. Morganti (Eld) sui diritti dei lavoratori

«Mai come quest’anno la festa del Primo Maggio faccia riflettere le Istituzioni sia per rispettare di più i diritti dei lavoratori sia per la sicurezza sul posto di lavoro. C’è ancora molto da fare». Sono queste le parole di Claudio Morganti, europarlamentare indipendente dell’Eld, in occasione della festa del Primo Maggio, che rivolge un monito alle Istituzioni «per fare di più e soprattutto garantire il diritto ad avere un lavoro. Lo dice la stessa Costituzione – afferma Morganti – che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro ed oggi più che mai, in un periodo dove la disperazione dei cittadini sta prendendo il sopravvento e i suicidi sono all’ordine del giorno, dobbiamo riflettere. 

 

In particolare – prosegue Morganti –, il mio pensiero va a tutte quelle persone che il lavoro non ce l’hanno o lo hanno appena perso. Per loro, il Primo Maggio non sarà una festa, ma avrà solo il sapore della speranza per garantirsi un futuro per se stessi e per i propri figli. Sono molti i cittadini che stanno vivendo situazioni difficili e drammatiche che, purtroppo, spesso portano ad atti estremi. È soprattutto a queste persone che le Istituzioni devono stare vicine».

L’eurodeputato sottolinea anche che sui diritti dei lavoratori e sulla sicurezza sul luogo di lavoro «c’è ancora molto da fare. Pensiamo solo a Prato, dove ogni giorno migliaia di cittadini cinesi, spesso minorenni, vengono sfruttati per un euro all’ora e costretti a vivere in condizioni di schiavitù. Non dimentichiamo – sottolinea l’europarlamentare – che ogni 15 secondi, nel mondo, muore un lavoratore a causa di malattie o incidenti. Solo in Toscana nei primi mesi del 2013 sono state più di 100 le persone che hanno perso la vita nel luogo di lavoro. Non si può e non si deve morire sul lavoro».

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