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Archivio | Controcanto

La Lega Toscana: «Abolizione totale delle province, come prevede la legge già dagli anni ’70»

Con questa soluzione gli Uffici territoriali dello Stato sarebbero posti nelle città con più di 100mila abitanti

Sull’accorpamento delle province interviene anche la Lega Toscana, che esprime il proprio no all’area vasta e sostiene l’abolizione totale per snellire davvero la burocrazia italiana e la replica delle competenze:

«Se il governo tecnico voleva scatenare una guerra di campanile tra i comuni Italiani – afferma il capogruppo comunale Emilio Paradiso –  con la parziale soppressione delle province, c’è riuscito in pieno. Infatti, nel caso della nostra regione, abolirne 7 su 10 che senso ha se non quello di scatenare inutili guerre di campanile e polemiche a non finire. Se l’obiettivo è quello di risparmiare sui costi della politica e snellire l’elefantiaca burocrazia italiana, allora, come abbiamo sempre affermato noi della Lega Toscana le province vanno abolite tutte, come peraltro prevedeva una legge degli anni ’70 all’indomani delle istituzioni delle Regioni,  ma che nessun Governo ha mai avuto il coraggio di applicare. Carrozzoni spesso inutili e moltiplicatori di competenze, in particolare in presenza di grandi Comuni o piccole Regioni, molti dei quali potrebbero tranquillamente assorbirne le competenze, dividendosi il resto  con le Regioni. Per quanto riguarda la collocazione degli uffici territoriali come ad esempio Prefetture, Questure, Motorizzazione, ecc…non serve una grande mente “tecnica” per capire dove collocarli: la logica suggerisce di metterli nei grandi centri abitati, come ad esempio le città da 100.000 abitanti in su, o nella città più grande in caso di vaste aree dove non ci sono città con questo numero di abitanti. Non sembra poi così complicato: così facendo, oltre a risolvere il problema ai “tecnici” eviteremmo inutili campanilismi».

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Il referendum abrogativo: non è tutto oro ciò che luccica

di Marcella Onnis

In queste settimane i sardi stanno ancora smaltendo i postumi dei cosiddetti “referendum anti-casta” per i quali sono stati chiamati alle urne lo scorso 6 maggio: 10 quesiti (5 di tipo abrogativo e 5 di tipo consultivo) su province, statuto, Presidente della Regione, consiglieri regionali e consigli di amministrazione di enti strumentali e agenzie regionali (maggiori dettagli sul sito istituzionale della Regione Sardegna: referendum 2012).
E, sarà la sindrome di Cassandra o forse semplicemente il richiamo della memoria storica, vien da pensare che gli effetti di questa “sbornia” si protrarranno per mesi, se non addirittura anni.

Su questi referendum come sul ruolo delle province c’era, c’è e ci sarà ancora tanto da dire, tant’è che molte voci ben più autorevoli della mia hanno già espresso il proprio punto di vista su questi temi. Tanto per citarne qualcuna: lucida e pungente Michela Murgia sui referendum regionali (http://www.michelamurgia.com/di-cose-sarde/politica/i-referendum-spiegati-al-mio-gatto); equilibrato, come d’abitudine, e ancora attuale a distanza di qualche mese Carlo Mochi Sismondi, presidente di Forum PA, sulla proposta di abolire le province.
Tuttavia, da elettrice e da sarda residente in una delle province che sarà abolita in virtù dell’esito referendario, sento di dover dire anch’io la mia, con la consapevolezza di essere abbastanza in controtendenza, visto lo stuolo di strenui difensori del referendum in generale e di questi ultimi in particolare. In controtendenza, ma comunque meno di quanto pensassi, stando alle conversazioni avute in queste settimane con colleghi, amici e conoscenti.

Ma partiamo dall’inizio. Quando, nel 2002, furono istituite le nuove quattro province (Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra e Olbia-Tempio) non fui sicuramente l’unica a chiedermi se quella scelta fosse o meno opportuna. Già allora, infatti, per la maggior parte dei cittadini era difficile comprendere – e di conseguenza difendere – il ruolo di questi enti intermedi: a cosa servono? cosa fanno? ce ne servono davvero altri o potremmo fare a meno anche di quelli già esistenti? Arduo anche stabilire se questi dubbi derivassero – e tuttora derivino – dal fatto che effettivamente tali enti siano poco utili o, piuttosto, dal fatto che il loro impatto sulla vita del singolo individuo sia da questo percepito in misura minore rispetto a quello del Comune o della Regione. Del resto, un ente o organismo la cui presenza sia poco percepita dai cittadini non per forza ha un ruolo effettivamente poco influente sulla loro vita.

L’istituzione della provincia del Medio Campidano, in particolare, ha generato molte perplessità, basti pensare che più di uno dei suoi abitanti si è domandato in questi anni: “Che ce ne facciamo, qui, di una Provincia tutta nostra, se siamo quattro gatti?!”. Però, giusto per non farci mancar nulla, grazie al nostro tanto invincibile quanto ottuso campanilismo, siamo persino riusciti a dotarci di ben due capoluoghi di provincia.
Il culmine del ridicolo, tuttavia, l’abbiamo toccato qualche anno fa, quando, in un servizio televisivo, alcuni amministratori locali  scelsero di difendere l’esistenza di questo ente con argomentazioni che –  a voler esser generosi – potremmo definire pittoresche: “Ma noi qui coltiviamo prodotti di qualità come il melone coltivato all’asciutto o il carciofo!”.

Utili o no, comunque sia queste nuove province sono diventate realtà. E certo non lo sono diventate senza “patimenti”: anni per trasferire le funzioni dalle “vecchie” alle nuove articolazioni; mesi e mesi per trasferire il personale, riorganizzare gli uffici e dare modo ai cittadini di abituarsi ad avere nuovi interlocutori istituzionali. Per non parlare della “ostilità” del Governo centrale rispetto a questi nuovi enti. Ricordo ancora come fosse ieri un giorno in cui, poco tempo dopo la loro istituzione, mi recai in banca e alla domanda “Provincia di residenza?” risposi titubante “Medio Campidano”: l’impiegato mi guardò e, con sufficienza, mi rispose: “Signorina, per il Ministero dell’Interno questa provincia non esiste.” Inutile sarebbe stato spiegargli che, fosse stato per me, avrei potuto tranquillamente continuare ad appartenere alla provincia di Cagliari.

Poi è arrivata l’era dei tagli e della “caccia alla casta”, che nelle province ha trovato, a tutti i livelli territoriali, un primo facile bersaglio. E i sardi, a quanto pare, saranno i primi a poter ostentare gli scalpi delle loro vittime.
Il comitato pro-referendum non ha ancora sotterrato l’ascia di guerra ed è, anzi, più battagliero che mai. Ancora danza e canta al ritmo di un inno marziale che racconta di una volontà dei sardi espressa in modo schiacciante.
Mi perdoni, dunque, questo esercito di giustizieri se non porto rispetto per il loro momento trionfale e sorrido all’udir questo inno. Mi perdoni, se non riesco a considerare schiacciante il responso di una consultazione a cui ha partecipato in media il 35,50% degli elettori sardi, cioè poco più di 1 su 3. Sicuramente più significativo fu, infatti, l’esito del referendum consultivo sul nucleare indetto lo scorso anno, in cui i “sì” raggiunsero all’incirca la stessa percentuale (97,13% nel 2011; una media del 97% per i quesiti di quest’anno relativi all’abolizione delle 4 “nuove” province) ma a votare fu ben il 59,52% degli elettori sardi.
Di quanto costi per le casse pubbliche mantenere in vita le province se n’è parlato in abbondanza, così come di quanto costeranno i vari ricorsi promossi dall’Unione delle province d’Italia (Upi) per tentare di bloccare questi referendum. Ma anche questa tornata elettorale ha comportato costi ingenti, non dimentichiamolo. Costi che non è così facile giustificare in nome della difesa della democrazia e della volontà popolare (concetti ormai abusati e sempre più strumentalizzati), soprattutto se si considera che tra i sostenitori di questi referendum ci sono esponenti di partiti, come i Riformatori, che siedono in Consiglio, per giunta tra le fila della maggioranza, e c’è lo stesso Presidente della Regione. Persone, cioè, che hanno gli strumenti per attuare ciò in cui proclamano di credere e che, soprattutto, noi già ordinariamente paghiamo per tradurre in fatti la nostra volontà, perlomeno quella di chi li ha eletti. Dunque, ora tutti quanti, compresi coloro che non li hanno votati a suo tempo, pagheremo un nuovo “tributo” perché questi signori facciano ciò per cui – almeno in teoria – già li stavamo pagando.

Comunque sia, che ci piaccia o no, almeno le quattro brutte anatroccole (Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra e Olbia-Tempio) son state accoppate … e non sapremo mai se almeno qualcuna di loro sarebbe diventata un bel cigno.
Dunque, cosa accadrà ora? Forse torneremo allo status quo ante 2002, per cui assisteremo di nuovo a trasferimenti di funzioni, personali e uffici. E di nuovo i cittadini dovranno cambiare interlocutore istituzionale e, in qualche misura, appartenenza. Ma questi cambiamenti cosa sono se non altri costi? Come si può pronunciarsi per l’abolizione di un ente considerando solo il risparmio diretto che ne discenderebbe, senza tenere in benché minimo conto i costi indiretti che una simile scelta necessariamente comporterebbe? C’è soprattutto una voce di questo prezzo da pagare che molti non avevano considerato prima del voto: l’instabilità che, abolendo le province, sarebbe ricaduta sul personale che per loro ha finora prestato servizio. I precari con molta probabilità si ritroveranno ben presto disoccupati, ma anche per i dipendenti il futuro non è roseo: forse saranno trasferiti ad altri enti, magari in altri paesi e città; forse saranno licenziati; forse saranno messi in mobilità. Vista l’emergenza sociale ed economica che stiamo vivendo, non curarsi della salvaguardia di tanti posti di lavoro è una mancanza che non si può perdonare, né ai governanti né agli elettori.

Ancor più preoccupante sarebbe la situazione se si decidesse di sopprimere tutte le otto province. Una proposta azzardata che bisognerebbe vagliare con cautela, come forse ha pensato anche buona parte degli elettori che lo scorso 6 maggio si sono recati alle urne: per il referendum consultivo sull’abolizione delle province storiche (Cagliari, Nuoro, Oristano e Sassari) ha, infatti, votato “sì” solo il 65,98%. Del resto, sarebbe piuttosto curioso – per usare un eufemismo – abolire una tipologia di ente che continuerà ad esistere nel resto d’Italia, seppur notevolmente trasformata alla luce dell’art 23 del decreto-legge n. 201/2011 (convertito dalla Legge n. 214/2011).

Per ora il Consiglio regionale, a suon di scontri (non solo verbali), lo scorso 24 maggio ha approvato una legge con cui ha preso tempo: in attesa del riordino complessivo degli enti locali – da regolare con una successiva legge – gli organi provinciali in carica sono stati prorogati sino al 28 febbraio 2013.

Ora, probabilmente è vero che, senza i referendum, i tempi per questo riordino sarebbero stati più lunghi, ma valeva la pena spendere tutti questi fondi pubblici per avere una o più leggi che avremmo potuto pretendere e ottenere grazie ai “soli” fondi con cui paghiamo le indennità dei consiglieri regionali?
Checché ne pensi il comitato pro-referendum, infatti, non è pensabile che la fase “post-abolizione” non venga regolata da una legge. Né si può credere veramente che sia giusto e opportuno liquidare in quattro e quattr’otto una questione tanto delicata: ne discenderebbero, infatti, decisioni il cui tiro dovrebbe poi essere rettificato in corso d’opera con operazioni sicuramente non indolore.
Il rischio, poi, che le decisioni  di chi governa i sardi possano non rispettare la volontà di chi ha preso parte al referendum, beh, chi ha votato doveva metterlo in conto: la vicenda del finanziamento ai partiti fa scuola.

Sia quest’ultima vicenda che quella delle province sarde rafforza – se mai ce ne fosse stato bisogno – la mia personale (e, pertanto, discutibile) diffidenza verso il referendum in generale e verso il referendum abrogativo in particolare.
Lungi da me metterne in discussione il valore, ci mancherebbe: quale strumento di democrazia diretta, esso consente un’espressione non mediata, “genuina” e – almeno teoricamente – non manipolabile della volontà popolare. Ma è anche vero che, proprio per via della sua “potenza”, non se ne dovrebbe abusare.

Innanzitutto, dobbiamo sempre ricordarci che il nostro Paese si regge su un sistema di democrazia rappresentativa. Noi, cioè, abbiamo scelto di farci governare da una classe dirigente che, con metodi variabili nel tempo, noi stessi selezioniamo. E questi governanti li paghiamo (profumatamente) in base al presupposto  - ormai più teorico che pratico – che per fare buone leggi servono professionisti competenti in materia, persone che facciano questo “di mestiere”. Del resto, forse che un malato che sceglie di medicarsi da sé si cura meglio di chi si affida ad un bravo dottore?
Non sarebbe, quindi, meglio ricorrere al referendum solo quando c’è da decidere su questioni per cui la coscienza del singolo ha assoluto bisogno e pieno diritto di esprimersi senza intermediari? Negli altri casi, meglio sarebbe far lavorare i nostri legislatori, obbligandoli con altri mezzi a meritarsi lo stipendio e a tenere fede ai programmi elettorali: il referendum dovrebbe essere l’ultima carta da giocare quando costoro non recepiscono i nostri stimoli … e alle successive elezioni poi, però, dovremmo anche fare in modo che lascino libere le poltrone che non sono degni di occupare.

Tra l’altro – siamo onesti – tante volte non è facile per il cittadino medio esprimere un voto consapevole sui quesiti posti in occasione dei referendum, vuoi perché sono espressi in modo oscuro, vuoi perché su certe questioni è difficile riuscire a ricostruire il quadro completo: ai “non addetti ai lavori” manca quasi sempre qualche elemento di valutazione. E si sa che dove c’è un vuoto informativo la strumentalizzazione politica ha gioco facile.

Infine, non dimentichiamo che, a volte, è meglio una legge sbagliata – che si può sempre migliorare per mano del legislatore – piuttosto che un vuoto normativo.

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Governo Monti, il “peccato” di Napolitano

 

 

Come già noto, secondo il Wall Street Journal lo scorso ottobre la cancelliera tedesca Angela Merkel chiese al Quirinale di sostituire il premier Berlusconi, incapace, a suo giudizio, di risollevare l´Italia dalla crisi finanziaria in cui era precipitata. A detta della rivista americana, Napolitano “cominciò a verificare il sostegno a un nuovo governo fra i partiti se Berlusconi non fosse riuscito a soddisfare l´Europa né i mercati”. Come da protocollo, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il governo tedesco smentirono la ricostruzione fornita dal Wall Street Journal sulla nascita del governo Monti, che ha scatenato una bufera di fine anno nella politica italiana.

A pensarci bene, mai nella storia degli stati moderni era accaduto che un presidente sfilasse la sovranità al popolo sovrano per metterla nelle mani di un governo non eletto da nessuno e diretto da un premier notoriamente membro della Bilderberg Group, vale a dire una sorta di gruppo di potere in odor di massoneria che controlla i gangli dell’economia mondiale. Uno “sfratto” dunque, tutto da verificare. Peccato che l’ex premier Berlusconi, forse per quieto vivere, o forse perché convinto che l’appoggio al governo Monti gli potesse giovare in termini di recupero elettorale, non abbia voluto approfondire l’inquietate, ma credibile ricostruzione.

Se per ipotesi, le accuse fossero vero, il “peccato” di Napolitano nulla sarebbe rispetto all’altro ben più grave “omissione”  perpetrata nel 2009. Gli italiani si sono purtroppo dimenticati che il “caro” presidente Napolitano, vale a dire colui che ama i sacrifici del popolo bue italiano più dei tagli alla casta a cui appartiene, il 6 febbraio 2009, rifiutandosi di firmare il decreto “berlusconiano” cosiddetto “Salva Eluana”, ne decretò la morte. A che serve riempirsi la bocca di parole mielose e di buoni propositi se poi non si ama con i fatti, gli ultimi e il popolo italiano?

Gianni Toffali

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Allarme sanitario: la Sindrome di Stoccolma ha contagiato il Mondo intero

Secondo recenti studi dell’ OMS (Organizzazione Militanti Sovversivi) una strana epidemia si sta diffondendo a macchia d’ olio in tutto il pianeta, e credo ti convenga leggere attentamente questo testo, perchè molto probabilmente SEI GIA’ STATO CONTAGIATO PURE TU!

Per chi come me è del tutto ignorante in materia medica, la Sindrome di Stoccolma è una condizione psicologica nella quale una persona vittima di un sequestro può manifestare sentimenti positivi (talvolta giungendo all’innamoramento) nei confronti del proprio sequestratore.
E per quanto possa sembrare incredibile questa patologia è stata riscontrata in intere masse di individui che collettivamente manifestano simili sintomi.

In tutto il Mondo infatti sono state messe in atto complesse pratiche sociali ed economiche tali da non consentire ad alcun individuo di poter guadagnare da vivere senza partecipare a processi di alienazione all’ interno di fabbriche nauseabonde o dentro uffici grandi come scatole dei fiammiferi, spesso in condizioni di sicurezza non idonee, causando più di una morte.
Quello che pare insomma come l’ unico mezzo di sostentamento è a tutti gli effetti una morte a piccole dosi, e nonostante l’ innaturelezza della situazione la maggior parte degli individui continua a considerare tutto ciò come lo stato normale delle cose, come se in realtà tutto ciò non fosse l’ effetto di un processo artificiale costruito in lunghi tempi, determinando quello che possiamo considerare il più grande sequestro di massa della Storia dell’ Uomo.
Per di più, agli occhi dei giovani laureati o dei nuovi sequestrati il mondo lavorativo è quello che può offrire una vera emancipazione, è quello (e il solo) all’ interno del quale un Uomo può diventare un individuo di significato, accettando così come assodato quell’ assioma campeggiante l’ ingresso di uno dei luoghi peggiori del Mondo di sempre.
“Arbeit Macht Frei”.
Che il lavoro renda liberi ormai lo credono tutti, tanto che quando troviamo qualcuno disposto a rubarci i nostri giorni in cambio di pezzi di carta lo ringraziamo e lo veneriamo, mostrando così i sintomi veri e propri della Sindrome.

La situazione sta però ultimamente degenerando.
In Europa per esempio pare che interi Paesi siano stati presi in ostaggio da emissari di un noto gruppo terroristico, la cosiddetta Banda Canaglie Erudite, meglio conosciuta come BCE.
I terroristi hanno inizialmente derubato e saccheggiato i cittadini di ogni avere, sottraendogli ogni tipo di bene e servizio, dopodichè hanno inviato esponenti per compiere un vero e proprio sequestro di massa, durante il quale le vittime continueranno a subire maltrattamenti di vario tipo e a perdere ulteriormente i loro averi.
Tuttavia, inspiegabilmente questo atto di inaudita violenza è stato acclamato dalla moltitudine come una vera e propria salvezza, tanto da arrivare all’ estremo sintomo della Sindrome considerando il loro sequestratore come un liberatore. Altri invece giustificano l’ accaduto definendolo un normale e legittimo sequestro tecnico.
Insomma, un vero caso di demenza collettiva!

Per quanto riguarda la cura, medici autorevoli quali Noam Chomsky, Slavoj Zizek e David Graeber hanno messo in luce come molti miglioramenti possano avvenire tramite la terapia di gruppo.
E’ stato riscontrato infatti che grazie all’ organizzazione di movimenti, eventi largamente partecipati e con l’ aiuto del confronto reciproco la moltitudine può riuscire a realizzare un percorso di emancipazione e di maturazione nel quale grazie ad una presa di coscienza maggiore risulta poi in grado di riconoscere la drammatica situazione di sequestro nella quale sta vivendo.
Altri esperti suggeriscono l’ assunzione di medicinali, quali Senso Critico Spray o Informazione Libera in pillole; tuttavia tali prodotti non vengono distribuiti nelle normali farmacie, in quanto un uso massivo potrebbe spingere il paziente in atti di boicottaggio che danneggerebbero tutte le multinazionali, incluse quelle farmaceutiche.
Utili farmaci di origine erboristica si possono comunque trovare occasionalmente nelle piazze delle città, all’ interno delle Università o in qualche centro sociale, dove appunto vengono fornite indicazioni utili per reagire insieme a questo disturbo psicollettivo.

E’ dunque necessario che ognuno inizi sin da oggi ad auto-diagnosticarsi tale disturbo, la cui cura può avvenire senza l’ intervento di alcun guru o psichiatra.
Si avvisa però il gentile paziente che i metodi curativi qui descritti possono provocare inaspettati stati di consapevolezza, che di effetti collaterali ne ha tanti assai.

Fonte: Liberiarchia

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Palermo: Indignazione per il Governo Monti

Ieri, Giovedi 17 Dicembre 2011 a Palermo gli “Occupymassimo”, gruppo di studenti, precari, universitari e cittadini comuni, hanno deciso di indignarsi e manifestare le loro preoccupazioni. Dopo un corteo che ha avuto inizio a Piazza Politeama fino ad arrivare al Teatro Massimo, passando per via Cavour, i manifestanti hanno montato le loro tende davanti lo storico teatro Massimo e lì nel pomeriggio hanno organizzato un’assemblea cittadina culminata con canti e spettacoli in serata.

Abbiamo scambiato due chiacchiere con un rappresentante degli “Occupymassimo” e ci ha spiegato che la loro protesta nasce dalla cattiva amministrazione italiana, ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso e fatto partire questa manifestazione è stata la nascita del governo tecnico Monti.

“Hanno fatto dimettere Berlusconi e ci eravamo illusi che forse davvero si voleva far sollevare l’Italia ma invece l’incarico è stato dato a Monti che è stato consulente per la Goldman Sachs, la banca americana che truccò i conti della Grecia per farla entrare in Europa. Ora quest’uomo è alla guida del paese. Sembra proprio il caso di dire che cambiamo i pupi ma i pupari sono sempre gli stessi.”

Gli “Occupymassimo” resteranno in tenda il più lungo possibile per sostenere la loro protesta e invitano chiunque sia indignato a raggiungerli al Teatro Massimo di Palermo.

Elisa Martorana

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Chi sono gli “Indignados”? La parola ad un esponente italo-spagnolo

E’ trascorsa ormai una settimana dalla manifestazione del 15 Ottobre che ha visto protagonisti gli “Indignados”, ma i media continuano a tartassare la popolazione di servizi che rigurdano soprattutto i risvolti negativi su ciò che è successo a Roma. Per fare luce, ulteriormente, su ciò che in realtà ha rappresentato questo evento anche nel resto dell’Europa e del mondo abbiamo voluto intervistare un giovane italiano che vive in Spagna da diverso tempo e che ha partecipato all’evento degli Indignados a Barcelona, Antonio Marco Greco.

Antonio, tu fai parte degli “Indignados” spagnoli?

Mi viene da sorridere perche’ prima o poi deve succedere che ti classifichino. Ti posso dire che non faccio parte di nessuna struttura militante. Ci ho provato qualche anno fa ma non la vestivo bene. Questo tipo di strutture mi spogliano dell’energia che posseggo, sarà che passano il loro tempo a ripensare alle amarezze dei loro insuccessi politici. Confluisco momentaneamente e m’interessano la passione politica, le proposte organizzative ed il linguaggio del Movimento del 15M, ma se in futuro questo Movimento sarà usurato dall’impotenza e preserverà il suo malessere per esistere mi vedrete da un’altra parte. Sono fatto cosi, non mi piace vivere in una passività infelice.     

Quali sono gli obiettivi di questo gruppo di manifestanti?

E’ difficile contare i raggi di una ruota di bicicletta quando pedali. Non saprei risponderti, posso dirti che gli obiettivi di cui parli sono per il momento solo dei fari nella notte, il loro processo di fissazione è di tipo partecipativo e radicalmente assembleare e quindi ha bisogno di tempo per maturare. Non mi va di scambiar lucciole per lanterne facendoti un chiaro e cristallino elenco puntato.  Ti posso parlare se vuoi di come si autopercepiscono, del posizionamento politico del movimiento e di ciò che han fatto fin ora. Gli Indignados hanno generato una piattaforma di coordinamento di gruppi e cittadini chiamata Democracia real Ya (Democrazia reale adesso), sotto lo slogan no somos mercancía en manos de políticos y banqueros (non siamo merce in mano di politici e banchieri), migliaia di persone il 15 maggio sono scese in piazza per esigere una democrazia più partecipativa, per opporsi alla corruzione del sistema politico e mostrare un netto rifiuto ai tagli sociali che si stanno imponendo. Dopo il successo di questa prima manifestazione, son sorti diversi movimenti. Si son montate acampadas (accampamenti) in tutto lo stato seguendo l’esempio dell’occupazione della Piazza Tahrir al Cairo. Sono nate assemblee popolari, dove i cittadini hanno sviluppato strumenti ed obiettivi mediante un processo di decisione orizzontale. Il resto è per lo più noto ai più, il Movimiento del 15M adesso ha passato le frontiere, suggerendo azioni in numerose citta’ del mondo. Si è evitato accuratamente di approcciarsi a partiti politici e sindacati, questo per evitare che quest’ultimi potessero avvantaggiarsi a fini elettorali del diffuso sentimento antisistema ed includerlo per l’ennesima volta nelle pratiche elettorali della democrazia rappresentativa.  Questa è una differenza non irrilevante rispetto al nostro movimiento anticrisi dove le sigle sindacali  e politiche hanno fatto bella vista nella manifestazione del 15 0ttobre italiano.

Come si è svolta la manifestazione a Barcelona?

Si è svolta così come era stata pensata, sicuramente con una affluenza brutale di gente. Le 250.000 persone hanno sfilato insieme fino ad un certo punto, poi il corteo si è diviso in tre tronconi che si son diretti verso altri punti della città. Uno verso l’Hospital del Mar, un altro si è unito agli studenti chiusi dentro la facoltà di Storia ed un altro verso un altro distretto della città (Nou Barris). I momenti di tensione qui si son vissuti soprattutto nel mese di Giugno, quella del 15-0ttobre è stata più che altro un’ulteriore manifestazione di vitalità a cui però si son sommati nuovi settori colpiti dai tagli, soprattutto del settore sanitario. Interessanti i paragoni  tra Indignados e movimiento anticrisi italiano, se ne possono leggere tanti in rete. Personalmente ritengo che l’Italia ha una conflittualità sociale meno gestibile, delle condizioni storiche e materiali di partenza che ci fanno instabili nel momento di organizzare il dissenso.

Cosa pensi di ciò che è accaduto a Roma ?

Abbiam visto che gli assaltanti non hanno ascoltato nessuno, neppure i fratelli maggiori. Sembrerebbe che questi gesti non formulino nessuna rivendicazione in concreto, nessun messaggio eccetto la minaccia. Ma bisogna esser ciechi per non capire che questi attacchi anonimi e distruzioni sono principalmente politici. Se ricorderete, era il Dicembre del 2005, Parigi aveva ricevuto il battesimo del fuoco con la rivolta della banlieu; anche allora le fumate nere delle automobili bruciate si mischiavano con lo stridere delle sirene, anche allora si elaborò un discorso analogo a quello che noi stiamo vivendo in questi giorni. Il racconto mediatico del sobborgo violento che attacca la repubblica e le istituzioni, racconto a cui non manca efficacia ma a cui manca verità. Ci e’ piaciuto non saper nulla di una certa galassia di giovani e di movimenti autonomi per 30 anni? Bene eccoli qui! Questo è il loro certificato di presenza. Troppo facile pensarli come una marmaglia stordita da ideali assurdi, stolti e bellicosi, senza nessun piano d’insieme e nessuna fiducia reciproca. Questi gesti hanno già attirato, basta sfogliare i giornali da destra a sinistra, la scomunica categorica della comunità, i maggiori castighi, il disonore automatico e la vergogna inespiabile. Questi ragazzi non sono dei  neri predators provenienti da una società aliena per spaccare e spaventare le vecchiette. Questo passare la spugna sugli smarriti spaccavetrine senza nessuno sfrorzo di analisi politica o di comprensione è un monito severo a tutti gli sventurati di doversene stare al loro posto, nella loro casta, tranquilli, mansi come vacche indù. Ed i moniti che liquidano  non vengono certo solo dalle istituzioni,  vengono soprattutto dai soliti noti, da certe cariatidi della sinistra radicale che cavalcano le proteste popolari da 20 anni scoraggiando con le loro belle bandiere la partecipazione di tutti.

Alcuni dicono che manifestanti come voi predicano bene e razzolano male. Predicano la pace e poi fanno la guerra. Cosa ne pensi di ciò?

Forse, ma chi può prevedere prima d’entrare davvero in guerra, tutto quel che contiene la sporca anima eroica e fannullona degli uomini? Se loro ci riescono sono dei fortunati. La manifestazione mondiale del 15 Ottobre è stata convocata dagli indignados spagnoli utilizzando lo slogan People of the world, Rise up (popoli del mondo solleviamoci), adesso con queste parole quale sano di mente poteva pensare che sarebbe stata come una festa del primo maggio, che credevamo di cantare Rino Gaetano a piazza San Giovanni? Non eravamo forse tutti euforici quando questa primavera  i giovani egiziani hanno preso la piazza? Che crediamo che lì pietre non ne sono state lanciate? Veramente pensiamo che hanno rovesciato il tiranno dai denti affilati e dal ventre molle con il Corano alla mano? E poi che cosa sono questi giudizi a geometria variabile per cui le pietre vanno bene lanciate al Cairo o ad Atene e non da noi? I nostri politici non sono all’altezza della situazione. Nel suo silenzio e nella sua disgregazione la popolazione, sembra infinitamente più adulta di questi pupazzi che bisticciano per governare la Repubblica. Ho sentito i romani e le loro parole, la loro analisi è a parer mio più saggia di qualsiasi dichiarazione dei nostri dirigenti. 

Siamo agli albori di una guerra civile secondo te?  

Non credo, una guerra civile presuppone condizioni materiali diverse e comporta dei bandi contrapposti con un linguaggio fortemente strutturato tale da rinvigorire continuamente lo scontro. Siamo invece agli albori della demonizzazione dei movimenti da parte dei partiti repubblichini. Divieti di manifestazione, arresti preventivi, irruzioni in centri sociali diventeranno routine. Per non parlare poi di quello che subirà il Movimento No TAV in Val di Susa. Dubito che nel breve periodo ci sia una soluzione sociale alla situazione presente.  In primo luogo perchè l’aggregato di istituzioni e di bolle individuali che denominiamo società non ha consistenza, è quasi del tutto evaporata; e poi perche’ accettiamo ancora troppe cose. Accettiamo l’esclusione sociale dei deboli perchè crediamo che il carico che può assumere la società ha i suoi limiti. Accettiamo che vengano buttate  tonnellate di cibo per non far crollare gli indici di borsa. Accettiamo che sia illegale mettere fine alla nostra stessa vita mentre è tollerato morire lentamente ingerendo sostanze tossiche autorizzate dai governi. Accettiamo che si faccia la guerra per far regnare la pace e che la voce di spesa dello stato sia quella destinata alla difesa. Accettiamo che l’idea di felicità si riduca alla comodità,  l’amore  al sesso, la liberta’ alla soddisfazione dei desideri. Accettiamo  le notizie negative del mondo per vedere quanto la nostra situazione sia normale e quanta fortuna abbiamo ad essere nati qui. Accettiamo che esistano solo due possibilità in natura: cacciare ed essere cacciato, e se siamo dotati di una coscienza e di un linguaggio certamente non è per scappare da questa dualità  ma per raccontarci perchè agiamo in questo modo tanto idiota e irrazionale. Accettiamo che la natura dedichi milioni di anni per creare un essere umano il cui unico passatempo storico è la distruzione della sua stessa specie. Basta non volevo tirarla così per le lunghe, mi fermo. 

Cosa si sente di dire al popolo del mondo sulla vita, la salute…?

Sembra una domanda fatta sottovoce per i quei cari amici della notte di marzulliana memoria. Non saprei cara Giusy. Non ho il convincimento di poter consolare tanta gente con la verità,  ma non mi piace neppure far la parte di quello che non ha niente da dire o da pretendere. Ho sotto mano in questi giorni un libro di Celine, che fu anche un coraggioso soldato francese durante la prima guerra mondiale, finchè non gli spaccarono il cranio. Non riuscì più a dormire e sentiva dei rumori nella testa. Diventò  medico, di giorno curava la povera gente e di notte scriveva romanzi grotteschi. Mi ha fatto pensare che l’arte di vivere non è possibile senza una danza con la morte o per lo meno con la prospettiva di perder la salute. Penso fermamente che non è mai troppo tardi per rinunciare ai nostri pregiudizi.  Sai quante volte pensavamo fosse una nube pronta a dare acqua vivificatrice per i campi ed invece era solo fumo?

E l’amore?

Come abitante della terra devo credere a tutto quello che dicono i calendari e gli orologi ma è solo una nostra illusione di terrestri credere che a un momento ne segue un altro, e che quando un istante è passato sia passato per sempre.  Nella tradizione buddista si utilizza la metafora della Rete di Indra per mostrare la intima ed inesauribile interdipendenza di ognuno degli elementi dell’universo. E’ una rete meravigliosa che si estende infinitamente in tutte le direzioni, ed in ognuno dei suoi infiniti nodi vi è un cristallo splendente. Se guardiamo attentamente ognuno di questi cristalli, scopriremo che nella sua superfice si riflettono tutti gli altri cristalli della rete, ed in ogni cristallo riflesso è il riflesso di tutti gli altri cristalli che si riflettono in maniera infinita. Non so se ti ho risposto ma questo mi riscalda.

Giusy Chiello

Redattore Capo

giusy.chiello@ilmiogiornale.org

Foto della manifestazione del 15 Ottobre a Barcelona

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Demolizioni d’autore

 

 

Già!  Come descrivere la nostra crisi sociale di certezza e di futuro, ben più grave e previa a quella economica, senza piangersi addosso? Beh! Un  modo c’è:  etichettarla come arte. È più schick. Oltre che narcotizzante. E poi, funziona. Tutto avviene come sul set di una impersonale indagine scientifica fra le calde ceneri di un disastro appena rimosso. Che non ci appartiene più. Niente coinvolgimento emotivo. Né conato di umana e legittima indignazione. Ormai abbiamo maturato gli anticorpi necessari.  Esempi.  Nel  cra  cra cra del gracidio politico si disperdono, indisturbate ed oscene, offensive previdenze privilegiate  millantate come perle di solidarietà sociale. Esiste, e persiste, non solo la rapacità della veterocrazia politica italiana. Esiste anche una spocchiosa e lacrimosa prodigalità sotto forma di sussidi. Ai genitori sessantacinquenni di non italiani, residenti in questo paese, vengono erogati sostanziosi assegni anche se per questo paese non hanno mai mosso un dito. Diritti umani? No! Gratuita cialtroneria verso i nostri anziani che per questo paese hanno dato il sangue e si ritrovano beffati con pensioni ridicole, umilianti elemosine sociali e dirottati verso le mense della caritas. Un affronto palese per chi il diritto pensionistico lo matura, anziché mieterlo nel campo altrui. Una stoccata sleale per  i nostri giovani che alla pensione ci devono rinunciare già da adesso. Ci dovremmo poi meravigliare se questo paese funziona da calamita (e da delusione) per incessanti ingressi anche a fronte di sempre più grave crisi del lavoro? Chi paga questa bolletta sociale che vergognosamente dirottiamo anche alla subentrante generazione? 

E che dire dell’ignavia consolidata di non comminare le multe (ogni tipo di multa) agli stranieri con la motivazione: “..tanto questi non pagano?”  Perché? È davvero difficile equiparare anche per loro quello che si fa o si farebbe per gli italiani, ad es. per multa automobilistica, bloccare le macchine con le ganasce o trovare i modi di pretendere i doveri  civili anche da loro? È normale l’impunità degli uni e l’inflessibilità per gli altri?. E ci meravigliamo della percezione diffusa secondo la quale l’italiano paga fino al salasso le sue utenze e i servizi sanitari  dai quali sono continuamente e pretestuosamente agevolati  i nostri immigrati? E che dire della morsa fiscale distruttiva che evita gli uni e stritola gli altri, cioè i nostri giovani volenterosi? Il bello è che quando si fanno queste osservazioni ci sono sempre gli intelligentoni  illuminati che dànno segni di fastidio.

In aggiunta, e su questi presupposti di brillante equità sociale, la nostra nuova amministrazione comunale di Latina rincara e promette: tutto come prima. Meglio: peggio di prima. Uno a caso? L’assessorato all’edilizia. Politici direttamente coinvolti, e titolari del settore, promettono cementificazione massiccia (su un territorio a vocazione agricola) e, possibilmente, con appalti graziosamente concessi a professionisti NON del nostro agro pontino. Un corollario? Si verifica che, vergognosamente, si adducono ragioni per negare illuminazione in una strada buia della nostra città nel mentre si elargiscono cospicui finanziamenti per  rifare le case ai rom. Sorge la domanda: quale futuristico disegno civile (o quale coercizione ideologica) presiede all’irrisione di un dovere ed all’esaltazione dell’altro?  E ancora, e senza offesa alcuna e senza preclusione alla loro libertà di abitare tra noi (senza limiti d’afflusso?): dobbiamo considerare i rom assistiti per diritto etnico o persone capaci di provvedere ai loro propri bisogni in ragione delle loro scelte di stile di vita? A giudicare da fatti recenti e dalla vita che conducono, non sembra che siano incapaci di risorse. Il problema vero? Inviolabilità dei diritti. Inoppugnabilità dei doveri. Doveri contributivi (tutti i doveri contributivi)e responsabilità civili e sociali. Per tutti gli stranieri residenti. E senza fughe preferenziali. Anche loro in fila per la casa insieme ai nostri connazionali. Ed alle stesse condizioni. La velleità di cancellare questi presupposti, relega la coesistenza civile in un enunciato fragile, inconsistente, illusorio. Ricordo bene che i rom del mio paese in Lucania vivevano del loro lavoro. E la convivenza è stata più che rispettosa. L’aver creato il problema rom , probabilmente, non ha significato e non crea, automaticamente, una fisiologica, possibile  e matura coabitazione. Ma pretese incondizionate, sì.

E il problema sicurezza? Sembra sia in auge un teorema secondo il quale solidarietà, vera o finta, e rispetto delle leggi e dell’etica siano inconciliabili. Sempre secondo il teorema, il reato commesso da uno straniero (etichettato tout court come vera, o finta, necessità), non ha la stessa rilevanza penale o peso morale se commesso da un italiano. Aberrazioni ormai quotidiane che vanno verso un unico e sicuro obiettivo: continuare a distruggere dalle fondamenta le possibilità stesse della convivenza civile. Minando continuamente la giustizia. Con una ingravescente ed insostenibile  certezza:  la progressiva riduzione di libertà dei cittadini (vera, non fisime come vorrebbero i pressapochisti di turno) soprattutto degli anziani più esposti (insicuri perfino nelle chiese) e tutti, indistintamente,  assediati  da una sempre più vasta e legittimata criminalità di ogni estrazione e motivazione.  Se questa è conquista civile …

Transitando…. La priorità amministrativa di Milano in questo periodo?  La costruzione di dodici  luoghi di preghiera per l’islam in altrettanti quartieri della città. Però! Questi amministratori solerti, questi nostalgici e rancorosi perdenti storici ancorché imbonitori del dispregio per il proprio paese, sanno essere generosi. 

È recente la notizia che il commissario per l’emergenza umanitaria e l’OIM (organizzazione internazionale migrazioni) hanno stipulato un accordo per l’RVA, ossia: rimpatrio volontario assistito (traduco: rimpatrio comprato … e poi?). Questa ennesima ipocrisia politica ha di sicuro un solo pregio: è assistita da fondi da capogiro. Ma non aveva detto Tremonti che sull’Italia pesano due ipoteche: l’energia e l’immigrazione?  Strano. Intorno al can can della finanziaria non se ne è sentito accenno. Ma il peso, sì. Si avverte. Con un risvolto. La fascia sociale sulla quale gravano l’assistenzialismo sempre più vasto, la forbice fiscale sempre più cinica e la rapacità politica di casta sempre più inamovibile, si va sempre più impoverendo ed assottigliando. Ci dovremmo pensare. Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

     Emanuela  Verderosa

Nella foto – Il ministro Tremonti

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Padre Fedele Bisceglia è uno stupratore? Il parere di un esperto

In questi giorni tutti i giornali, la televisione e tutti i media in generale hanno parlato del caso di Padre Fedele Bisceglia, il prete di Cosenza, accusato di stupro. La sentenza non è ancora stata emessa, ma l’esuberante Francescano rischia di essere condannato a più di 9 anni di reclusione. Per far luce su questo caso abbiamo voluto intervistare un esperto in materia. Si tratta di un informatore che svolge attività investigativa in Calabria anche se non tratta direttamente le indagini specifiche sul caso. Il nostro interlocutore ci tiene a specificare i dettami del combinato art. 203 C.P.P. che garantisce la tutela delle informazioni riservate che giungono agli organi inquirenti. L’anonimato di cui si avvale dalla Legge sopra indicata, è circostanziato dal fatto che seppur svolgendo attività di contrasto alla criminalità organizzata, non svolge indagini sul caso di cui stiamo parlando,  in considerazione fra l’altro, che dette indagini magistratuali sono ancora in atto.

Rispettando, quindi, la sua volontà, durante l’intervista lo chiameremo Signor D.

1)      Signor D., cosa ne pensa del caso di Padre Fedele Bisceglia?

In primis saluto e ringrazio detta testata giornalistica e il redattore capo che ha voluto intervistarmi. Rispondendo alla domanda, dico che vi sono punti oscuri in cui probabilmente si è arrivati a considerazioni con troppa fretta, sottovalutando metodologie investigative.

            2) Che tipo di analisi investigativa si sente di fare in proposito?

Ad  avviso di parecchie fonti il frate non è uno stupratore. Capisco che esiste da sempre una verità reale ed una magistratuale, ma fonti investigative hanno da sempre percepito e ricevuto notizie diverse e soprattutto riferibili a giochi di potere in cui è caduto il frate. Padre Fedele, è sicuramente un personaggio ‘sui generis’ nel panorama nazionale non solo nella chiesa. Esuberante, capo popolo non solo nel mondo ultras, è riuscito a costruire un impero in cui non si è arricchito. E da questo punto è bene porre attenzione. In una terra devastata come la Calabria, ha creato un qualcosa di aperto contrasto alla criminalità organizzata: un’oasi di recupero sotto l’aspetto psico-fisico e medico di ogni soggetto dedito al dramma della droga, nonché al recupero di uomini e donne con qualsiasi dramma personale. Ciò che è stato percepito ‘dalla piazza’ e da referenti è che tale luogo di aggregazione è stato malvisto alla criminalità locale che ha subito  nel corso degli anni una  diminuzione di affiliati e reti di collegamento. Accertamenti bancari hanno appurato che non vi sono capitali ingenti in possesso del frate che ha svolto fra l’altro pedissequa attività di missionario in Africa. Questa sua opera di costruzione è stata nel corso degli anni al centro di appetiti, confronti, contatti, da parte della politica locale e nazionale. Ritengo che l’errore che probabilmente abbia fatto il frate sia stato quello di sottovalutare il ruolo della Polizia, perché ospitando disperati senza permesso di soggiorno, abbia nutrito antipatie all’interno di molte Caserme e sia stato percepito come uomo al di sopra delle leggi. Tengo a porre l’attenzione nel dire, che l’opera costruita dal frate in cui si ospitavano anche  persone al recupero dalla malavita, è da considerala come un fenomeno aziendale in una terra di un determinato spessore economico deviato come la Calabria. In questa regione, dove tutte le aziende,  e ribadisco tutte, nessuna esclusa, per potere operare o sono vittime della criminalità o sono colluse. Si tratta di una fenomenologia in crescita negli ultimi anni: l’ outsourcing aziendale. Tali aziende, sapendo di non potere avere basi e futuri certi nel panorama economico, si avvalgono di supporti esterni di qualsiasi tipo (macchinari, aziende, personale), sapendo di creare precariato criminale e gestione pre- fallimentare. Il tutto per creare riciclaggio e lavanderie di soldi con costruzioni di nuove aziende che generano altre illusioni. Cosa c’entra con il frate ? Ebbene, a quanto pare da determinate fonti, il tentativo della politica è stato anche quello di creare una gestione di fatto aziendale ‘mirata’ dell’oasi francescana, secondo le linee rituali clientelari delle imprese calabresi, cercando di snaturandola da quella che era la missione originaria.

2)      Ritiene attendibile la dichiarazione della suora che lo ha accusato?

Sotto l’aspetto investigativo è un’accusa che fa acqua in più aspetti. Per cominciare, una donna rumena ospitata che ha accusato il frate, è stata anni fa sottoposta a delle ‘tecniche di rilevazione della menzogna’ dal Prof. Francesco Bruno e lo stesso criminologo ha ravvisato parecchie ‘falle’ sia psicologiche, che sulla narrazione degli episodi. Le intercettazioni telefoniche evidenziano dei colloqui molto spinti fra il frate e qualche ‘sorella’, ma in nessuna telefonata c’è un’allusione a semplici rapporti sessuali perpetrati o da violenze da condurre successivamente. Una cosa è discutere di sesso altro è fare sesso, figuriamoci violentare. Le dichiarazioni delle suore, appaiono discordanti per quello che nel diritto penale si chiamano ‘ riscontri individualizzanti’ e che riportano a ribadire il carattere inquisitorio del nostro codice, differentemente dal carattere accusatorio nel quale si  rifaceva il Codice Rocco. Tali ‘riscontri individualizzanti’ stabiliscono, andando nello specifico, che se viene menzionato l’utilizzo di un arnese nell’atto di un compimento di un reato tale affermazione deve trovare riscontro in chi si chiama in correità e comunque deve essere ricercato come fonte di prova. Dichiarazioni discordanti non possono essere un capo d’accusa certo verso qualsiasi cittadino.

3)      Chi può avercela con prete esuberante secondo lei ?

Ribadisco ciò che ho riportato prima: i poteri forti, chiesa compresa che ha scaricato il frate con uno strano atteggiamento di due mezzi e due misure. A determinati sacerdoti riconosciuti pedofili, la chiesa ha offerto protezione e semplici provvedimenti di trasferimenti che altro non costituiscono una soluzione definitiva del problema, ma solo un ‘rimandare’ un problema seriale e patologico verso un’altra sede (come si è visto nelle puntate delle ‘Iene’). In questo caso assistiamo ad una vicenda in cui, un missionario, dapprima costruisce un’opera di recupero verso disagiati, crea un’azione di contrasto a circuiti criminali e la chiesa stessa lo scarica immediatamente in seguito a semplici dichiarazioni o a colloqui telefonici spinti con donne. Strano atteggiamento che non convince nessuno,  troppa fretta da parte della chiesa, come se avesse sullo stomaco già da tempo quest’ uomo ed avrebbe trovato la prima occasione per deporlo al confino. Basta fornire un altro dato concreto alla mano: dalla chiusura dell’oasi francescana, la provincia di Cosenza è tuttora in Calabria la provincia dove si sono effettuate maggiori operazioni antidroga (oltre trecentocinquanta), poco meno di mille segnalazioni all’Autorità Giudiziaria di soggetti per uso, detenzione, spaccio di droga, con una forbice di aumento di oltre 50% rispetto al passato di persone implicate a traffici illeciti e ad associazioni finalizzate al traffico con le varie mafie: italiane, africane, balcaniche (con particolare riferimento al Kanun albanese). Un caso? Chi lo sa, ma questi dati sono esplosi dopo la chiusura dell’oasi, precedentemente in Calabria la primula del malaffare della droga apparteneva alla provincia di Crotone nel rapporto statistico operazioni antidroga/numero di abitanti.

4)      Che tipo di sentenza meriterebbe secondo lei ?

Mi auguro che un cittadino, in qualsiasi luogo dimori, sia giudicato  ed eventualmente condannato in seguito all’acquisizione delle prove.

5)      Ci sarà giustizia su questo caso secondo lei ?

Difficile rispondere a questa domanda, non sono un magistrato, né un ufficiale di P.G. che sta svolgendo le indagini tuttora in corso. Ripeto un concetto: Padre Fedele non è un santo, sarà una persona esuberante, un sui generis, un ribelle, un impertinente, spesso arrogante e fastidioso, ma ciò che fonti ribadiscono è che sia stato incastrato per ovvi motivi di antipatia e di scomodità.

Giusy Chiello

Redattore Capo

giusy.chiello@ilmiogiornale.org

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