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Archivio | Opinioni

L’elisoccorso “118”, un servizio non privo di rischi ma di assoluta efficienza e utilità

Gli “angeli” della salvezza in volo

Professionalità, etica ed abnegazione a tutela della nostra salute

 

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

Sono almeno 50 le basi in tutta Italia e oltre 1.600 operatori che compongono il Servizio Sanitario di Emergenza “118” in Elisoccorso (uno dei migliori in Europa). Delle Basi operative 38 (i dati sono relativi al 2008) sono configurate come HEMS (Helicopter Emergency Medical Services), in quanto dispongono di un equipaggio formato da un pilota, un medico anestesista-rianimatore, un infermiere; 29 anche come SAR (Search and Rescue) nelle quali al resto dell’equipaggio si aggiunge anche un tecnico del soccorso alpino specializzato in ricerca e salvataggio. Attraverso il sistema di urgenza-emergenza sanitaria viene garantita la medicalizzazione rapida per il paziente critico sul posto dell’evento, e dopo averlo stabilizzato in condizione di sicurezza portato nell’ospedale più idoneo per il tipo di patologia riscontrata. Una risposta mirata in base al grado di urgenza ed emergenza medica, alla presunta gravità, al numero di persone coinvolte e alla localizzazione dell’evento scegliendo l’intervento più opportuno alla richiesta di soccorso.

In sintesi gli interventi sono classificabili in primari e secondari. Nel primo caso quando l’elicottero viene inviato (trasporto primario) direttamente sul posto dell’incidente o del malore, nel secondo caso l’elicottero viene impiegato per il trasporto (secondario) di un paziente critico da un ospedale all’altro, dotato di strutture specialistiche assenti nel presidio inviante. È una, a dir poco, confortante garanzia per la tutela della nostra salute che il SSN eroga dal 1988 (i principali riferimenti normativi sono rappresentati dal DPR 27/3/1992 e dalle linee guida emanate dalla Conferenza Stato-Regioni). I medici che in Italia effettuano il Servizio di Elisoccorso sono circa 500, e quasi tutti sono anestesisti-rianimatori. Nessun riconoscimento economico è previsto per il rischio volo, sia nel caso di personale che effettua servizio in orario di lavoro, sia nel caso di coloro che lo effettuano in consulenza; questi operatori sono retribuiti con la stessa cifra di chi svolge una seduta operatoria aggiuntiva.

Il mio pensiero è frutto di esperienze vissute più volte accanto ai sanitari e tecnici durante la loro quotidiana attività, due in particolare: la partecipazione “in diretta” nel 1999 a due giornate con le équipe dell’Elisoccorso “118” delle Basi di Torino e Borgosesia (VC), nel corso delle quali ho potuto conoscere e capire con profonda condivisione la necessità di un servizio sanitario di cui, ancora oggi, a mio avviso, parte del grande pubblico non conosce le caratteristiche istituzionali e operative. Al di là del fatto di aver in seguito recensito su più testate giornalistiche le esperienze vissute, la mia riflessione va ben oltre in quanto ho cercato di entrare “nel vivo” di questi professionisti, senza distinzione per alcuno, traendone quegli spunti umani che fanno della loro professione (che rappresenta sempre l’ordine di partenza e di arrivo in ogni “missione” di soccorso) una scelta ponderata e incondizionata in favore della collettività, perché «soccorrere chi è in pericolo ed assistere chi è nel bisogno – sostiene uno di questi professionisti – non è un mestiereÈ un onore e un privilegio».

È peraltro implicito l’appagamento che deriva dall’esercizio di questa professione, ma ritengo che ogni operatore preposto (altamente preparato e motivato) è dotato di una certa dose di “coraggio” e soprattutto non è mai troppo distante da ciò che l’individuo-persona rappresenta… Questa personale convinzione, che peraltro ho usato come sommario nei miei articoli, mi impone il doveroso ricordo di tutti gli operatori del soccorso periti durante la loro funzione istituzionale. Sono diversi gli eventi accaduti sino ad oggi nel nostro Paese, descritti da tutti (o quasi) i mass media, contribuendo a diffondere la cultura delle potenzialità del SSN, come quella del soccorso in emergenza. Da quando il Servizio è operativo sul territorio nazionale gli incidenti sono stati 36, con 32 deceduti, 47 feriti, 79 illesi e 158 il numero delle persone coinvolte. L’ultimo evento risale al 9 novembre 2011 della Base di Caltanisetta (per un trasporto secondario) in cui è rimasto vittima il co-pilota e feriti il pilota, il medico anestesista-rianimatore, l’infermiere e la paziente trasportata. Personalmente ritengo sia doveroso riportare l’attenzione su questi operatori, preposti alla prevenzione e alla cura delle patologie traumatiche sia esse lievi o gravi, non di meno il valore etico che impone una scelta come questa. Per tutte queste ragioni desidero ricordare medici, infermieri, piloti, tecnici del soccorso alpino e volontari del soccorso che hanno perso la vita per “difendere” la nostra attraverso la loro opera (in volo) di prevenzione e cura. E, a nome della collettività, riconoscere loro una ideale medaglia al valore civile.

 

Nella foto Ernesto Bodini con il dott. Davide Cordero in volo durante un’operazione di soccorso (Base di Borgosesia, 21 agosto 1999)

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Sestu (CA): Mozart e Rossini con l’orchestra del Teatro lirico di Cagliari

Riceviamo da un nostro affezionato lettore il resoconto del concerto tenuto ieri a Sestu dall’orchestra del Teatro lirico di Cagliari:

 

Bellissimo concerto itinerante dell’Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari con l’esecuzione di diverse sinfonie e ouverture di Gioacchino  Rossini e di Wolfang Amadeus  Mozart, molto apprezzate dal pubblico presente.

Sotto la direzione del giovane maestro Francesco Ciluffo, avviato ad una brillante carriera, e con la bravissima ” voce narrante” Gisella Vacca (nella foto),  che da brava attrice, tra una esecuzione e l’altra, ha letto dei brani  riguardanti la vita e le opere dei compositori, sono stati eseguiti i seguenti brani:

-        Wolfgang Amadeus Mozart, “Il flauto magico” – Ouverture

-        Gioacchino Rossini, “L’Italiana in Algeri” – Sinfonia

-        Wolfgang Amadeus Mozart, “La clemenza di Tito” – Ouverture

-        Wolfgang Amadeus Mozart, “Così fan tutte” – Ouverture

-        Gioacchino Rossini, “La Cenerentola” – Sinfonia

-        Wolfgang Amadeus Mozart, “Le nozze di Figaro” – Ouverture

-        Gioacchino Rossini, “Il Barbiere di Siviglia” – Sinfonia

Il luogo scelto per la rappresentazione dagli organizzatori sestesi, con in prima fila la Pro Loco, non era un teatro, a Sestu inesistente, ma una bellissima casa campidanese, la casa di Tzia Ofelia  in via Parrocchia in pieno centro storico,  completamente ristrutturata e tornata agli antichi splendori.

Tanti e competenti gli spettatori che hanno dedicato un lunghissimo applauso finale al giovane direttore e all’orchestra. Tra il pubblico, presenti anche il Sindaco ed altre autorità locali.

Ritengo che portare la “musica fuori dal teatro di Cagliari” sia un’ottima iniziativa, per non lasciare la stessa ad un ristretto gruppo di appassionati e per far crescere l’interesse su un’istituzione musicale di grande livello che può e deve essere patrimonio di tutta la Sardegna e non solo della città di Cagliari.

È il caso di dire che la partita di Confederation Cup tra Italia e Messico che si svolgeva in contemporanea sugli schermi di RAI1 non ha rovinato lo spettacolo dell’orchestra del Teatro Lirico di Cagliari.

Giuseppe Argiolas

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Lech Walesa in visita al santuario di Manoppello (PE)

Riceviamo e pubblichiamo:

 

Lech Walesa a Manoppello: tra spiritualità del Volto Santo e la memoria dei minatori periti a Marcinelle

di Antonio Bini

MANOPPELLO (Pescara) – L’ex premier polacco e leader di Solidarnosc Lech Walesa ha visitato il Santuario del Volto Santo di Manoppello dove è stato accolto dai padri cappuccini, con il padre provinciale p. Carmine Ranieri e dalle suore polacche del Santissimo Sangue, da alcuni mesi presenti nel paese abruzzese. L’ex presidente polacco, cattolico praticante, si è prima raccolto in preghiera davanti e poi ha seguito con attenzione le spiegazioni di p. Ceslao Gadacz, cappuccino polacco che appartiene alla comunità di Manoppello.

Il religioso ha ricordato che era un giovane seminarista quando conobbe il leader di Solidarnosc nel convento dei cappuccini di Cracovia in quel travagliato 1989. Diverse le domande del premio Nobel per la Pace a proposito delle origini del Velo e della sua presenza a Manoppello. Walesa ha chiesto quali sarebbero i motivi per cui il Vaticano non riconosce l’autenticità storica del Volto Santo. Al riguardo, p. Ceslao ha illustrato gli studi che conducono alla identificazione del Volto di Manoppello nella Veronica, in questi ultimi anni grazie anche all’apporto di ricercatori polacchi.

Il leader di Solidarnosc ha desiderato sapere se Giovanni Paolo II era stato a Manoppello. Gli è stato riferito che il Papa aveva amato e frequentato molto l’Abruzzo e le sue montagne, ben oltre le limitate visite ufficiali e che non era del tutto da escludere una sua visita informale nel santuario, in un giorno feriale, come un qualsiasi pellegrino, come in passato alcune voci avevano peraltro segnalato. E d’altra parte, il Santuario del Volto Santo fuori del paese e fino a non molti anni fa era poco frequentato e ben si prestava a visite in incognito che potevano rimanere inosservate, soprattutto in un giorno feriale, come il martedì, solitamente prescelto per queste uscite dai palazzi vaticani.

Dopo la morte era stato lo stesso suo segretario, Stanislao Dziwisz, poi divenuto cardinale e arcivescovo di Cracovia a svelare nel suo libro “Una vita con Karol” (ed. Rizzoli, 2007) come il Papa polacco si fosse rifugiato in Abruzzo oltre cento volte, per pregare, camminare in montagna o semplicemente per sciare, utilizzando lo skipass come un qualsiasi sciatore. Occorre anche precisare che Giovanni Paolo II era informato delle tesi di p. Heinrich Pfeiffer, il primo studioso a rendere pubbliche le sue ricerche sul Volto Santo sin dal 1991.

Secondo quanto rivela Saverio Gaeta nel suo saggio “L’Enigma del Volto di Gesù”, il papa polacco, ormai fisicamente provato, nel 2000 chiese ai canonici che gli fosse portato nel suo appartamento il quadro custodito in San Pietro. Dopo averlo attentamente osservato si rese conto personalmente dell’inconsistenza dell’immagine, una circostanza che confermava che la Veronica non era più in Vaticano da secoli. La stessa lettera “Tertio Millennio Ineunte” – a conclusione del Grande Giubileo del 2000 – può essere letta come l’invito insistito del Papa, ormai anziano e sofferente, a ricercare il Volto di Cristo, tangibile nel Velo di Manoppello e nella Sindone di Torino, quale messaggio consegnato al terzo millennio.

Questi aspetti dovrebbero essere meglio approfonditi proprio grazie alla preziosa testimonianza del card. Stanislao Dziwisz. Per Lech Walesa l’inevitabile ricordo della figura del grande papa polacco sembra rafforzarsi quando scopre con sorpresa la presenza di altri religiosi polacchi a Manoppello, quando sr. Immaculata insieme a sr. Pia, dell’ordine del Santissimo Sangue, da circa due anni a Manoppello, lo salutano familiarmente “Szczesc boze panie Prezydencie” (“Dio ti accolga signor Presidente”). Incredulo risponde “Anche le suore sono venute qui dalla Polonia!”.

 

E’ venuto ad incontrarlo a Manoppello, anche don Dariusz Stancryk, attualmente in Italia e alla fine degli anni ottanta giovane prete e cappellano di Solidarnosc nella città di Skarżysko-Kamienna. Anche con don Dariusz il ricordo corre sul filo della memoria di quegli anni difficili, in cui l’Episcopato polacco, con l’aiuto di Papa Wojtyla sosteneva come poteva il movimento sindacale cattolico guidato da Walesa, anche assistendo in carcere quanti venivano arrestati come attivisti del sindacato. Prima della visita alla Basilica, l’ex leader di Solidarnosc ha voluto rendere onore alla memoria dei minatori morti nel disastro minerario di Marcinelle in Belgio, avvenuto l’8 agosto 1956, che riposano a pochi metri di distanza dal Santuario, a fianco dei cappuccini scomparsi. Le vittime furono 262 provenienti da vari paesi europei. 136 furono gli emigranti italiani deceduti, con Manoppello che pagò il prezzo più alto, con 22 morti, mentre altri provenivano da paesi vicini, come Lettomanoppello, Turrivalignani e San Valentino.

Da quest’ultimo paese, proviene la famiglia dell’attuale premier del Belgio Elio Di Rupo, anch’egli figlio di un minatore. Storie di miseria, di dolore, ma talvolta anche di riscatto sociale per i figli di tanti “musi neri”, come venivano spregiativamente chiamati gli emigranti italiani che lavoravano nelle miniere di carbone e soprattutto più dignitose e sicure condizioni di lavoro. La tragedia coinvolse altri minatori che lasciarono la propria terra alla ricerca di un lavoro, emigrando anche dalla Polonia e da altri paesi. Una sciagura mineraria che sembrò ripetere la tragedia avvenuta 49 anni prima, il 6 dicembre 1907 a Monongah, West Virignia, nella miniera di carbone della Fairmont Coal Company: il più grave disastro della storia americana, con un numero di morti che rimase imprecisato. Anche questa tragedia, spesso etichettata come la “Marcinelle americana”, vide perire numerosi emigranti, principalmente italiani, polacchi e ungheresi.

Ad accogliere Lech Walesa alcuni ex minatori e familiari di caduti, i sindaci di Manoppello e di altri comuni del circondario, in una breve e sentita cerimonia. Nel corso della giornata, il sindacato dell’UGL, per iniziativa di Geremia Mancini, ha consegnato a Walesa la “Lampada del Minatore, riconoscimento che da alcuni anni è assegnato a personaggi che si distinguono nella memoria di Marcinelle e nelle lotte per il lavoro e la sicurezza dei lavoratori. L’assegnazione al leader polacco riconosce in Lech Walesa una icona delle lotte del lavoro e del sindacalismo in difesa delle classi lavoratrici.

Nel piccolo museo etnografico visitabile nel Santuario, attiguo alla sala che raccoglie gli ex voto, è esposto  il casco appartenuto a Geremia Iezzi, l’ultimo minatore risalito dalle viscere quel tragico 8 agosto 1956, prima dell’esplosione  della miniera di Bois de Cazier di Marcinelle. Prima del commiato, il rettore della Basilica ha donato all’illustre ospite l’edizione polacca del libro di Paul Badde e un filmato del Volto Santo. L’emozionato Walesa si congeda lasciando il suo breve, semplice ma intenso messaggio sul registro degli ospiti: “Ti ringrazio Signore Dio per quello che mi capita oggi”.

 

 

Nella foto, davanti la Basilica, da sinistra suor Pia, don Dariusz Stancryk, p. Ceslao Gadacz, Lech Walesa, sr. Immaculata e p. Carmine Cucinelli, rettore del santuario Volto Santo,  con alle spalle alcuni minatori

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L’importanza dell’informazione tra pluralismo e competenza a garanzia dell’eticità tout court

Giornalismo, ieri e oggi

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

Trovo sempre una fonte enorme di informazioni dai quotidiani, periodici, riviste ed ogni altro che leggo, soprattutto libri. Mi dedico agli approfondimenti culturali ed artistici e alle problematiche sociali in genere, ma i miei interessi principali riguardano il settore medico scientifico e sanitario e, devo constatare  che nella maggior parte dei casi, la qualità dell’informazione nazionale è soddisfacente, fonte internet a parte… Ma in fatto di divulgazione quale la realtà piemontese? Da molto tempo nella Regione subalpina si ravvisa una cronica carenza di “voci” alternative (in questi ultimi mesi, ad esempio, due televisioni locali hanno sospeso le trasmissioni probabilmente a causa della crisi generale), capaci di promuovere la pluralità dell’informazione e garantire nel tempo l’indispensabile confronto ed eventuali ulteriori approfondimenti e scambi di opinione. Una carenza, probabilmente, non solo per mancanza di possibili imprenditori ma anche per la difficoltà di “resistere” a chi detiene il monopolio dell’informazione locale… crisi economico-finanziaria a parte. Eppure vantiamo antiche e valide tradizioni in ambito giornalistico (si pensi ad esempio che il quotidiano regionale “La Gazzetta del Popolo” ha vissuto per oltre un secolo: dal 1848 al 1983), ma in generale sono sempre meno, a mio avviso, i giornalisti di settore apprezzati (e non prezzolati) che meritano considerazione da parte dei lettori, sia dal punto vista tecnico-professionale che deontologico. In sostanza, c’è ragione di sostenere che ancora radicata è la “cultura” del nepotismo e del clientelismo più sfacciati che, a volte, condizionano negativamente i risultati dell’informazione, compresa l’obettività…

Ricordo un eclatante esempio di clientelismo (anche se lontano nel tempo, ma rende l’idea configurabile anche ai tempi nostri) che riguarda Mariolina Sattanino, ottima conduttrice del TG2 che, in una intervista rilasciata al quotidiano La Stampa il 22 agosto 1995, ha candidamente dichiarato di essere stata segnalata alla Rai grazie ad una raccomandazione di Pietro Sette, già presidente IRI. Ma a parte i casi di indiscutibile professionalità (da individuarsi nei circa 80 mila giornalisti iscritti all’Ordine nazionale) per i quali, se meritata, ci può stare qualche segnalazione personale, sono sempre stato convinto che in realtà non è una firma a rendere “importante” una testata giornalistica, bensì (per certi versi) il valore dell’argomento trattato (una volta gli pseudomini erano più ricorrenti). Una dimostrazione? Eccola. Si provi a far firmare per un certo periodo di tempo su un periodico locale e di bassissima tiratura un “autorevole” giornalista, e nel contempo si faccia firmare su una testata molto nota e di elevata tiratura un “emerito” sconosciuto, sia pur iscritto all’Albo. Il risultato è facilmente immaginabile! Questa considerazione è quella che io definisco “ipocrisia giornalistica” (o editoriale) di comodo, che va ancora al di là del mero opportunismo. Di questo passo potrebbe prendere forma il fenomeno dello “pseudo” giornalismo, e se così fosse lascio al lettore le ovvie deduzioni.

Inoltre, anche quando qualche lettore si permette di “rettificare” al giornalista (non free lance) quanto di inesatto ha scritto, l’unica risposta è un “no comment!”, od ancor peggio, un assoluto silenzio (che sa tanto di snobismo), per non parlare poi delle rettifiche pubblicate in scarsa evidenza! E questo, mi induce a dedurre che il pianeta dell’informazione è popolato da operatori di serie A,B,C…, tanto che a volte mi capita di leggere (soprattutto sui quotidiani in forma cartacea, e anche su testate on line) alcune inesattezze (firmate) sia in tema di fatti che di descrizioni tecniche che potevano essere evitate se gli articolisti avessero avuto, per così dire, l’umiltà di chiedere delucidazioni agli esperti in materia. Con questi esempi vorrei richiamare l’attenzione sull’importanza del rispetto delle competenze tematiche talvolta eluse dai quotidiani e dai periodici per le ragioni che tutti conosciamo, ma che non tutti hanno il coraggio di “denunciare” pubblicamente… Del resto ci vuole coraggio per alzarsi e parlare, ma ce ne vuole anche per restare seduti ed ascoltare! Si parla tanto della “Carta dei doveri del giornalista”, la quale potrebbe essere di utilità anche se solo morissero quelle scelte di comodo che, non solo mantengono inalterato il tasso di disoccupazione nella categoria dei giornalisti, con conseguente rafforzamento delle corsie preferenziali a discapito della corretta e puntuale informazione. Forse non tutti sanno che l’Editoria (giornalistica) è l’unica fonte che non compare quasi mai nelle inserzioni di offerte lavoro.

Fare giornalismo, o meglio, essere giornalisti, è certamente una grande responsabilità proprio perché è un mestiere, perdon, una professione indubbiamente utile ma sempre più difficile e impegnativa, soprattutto se di specializzazione, quella medico-scientifica in particolare che, in questi ultimi anni ha acquistato una grande centralità sociale direttamente proporzionale alla rilevanza che i mass media, e l’informazione in generale, hanno assunto all’interno della società post-industriale. Peccato che anche in questo campo, soprattutto in Piemonte (ma anche in qualche altra Regione), manchino iniziative imprenditoriali in grado di informare gli operatori di settore, ma anche tutti coloro che sono interessati alla divulgazione delle problematiche tecnico-scientifiche e sociali. Sarebbe quindi opportuno che anche  nella Regione subalpina sorgesse “coraggiosa” una figura votata al monopolio, avvalendosi di giornalisti magari da assumere tramite l’inserzione offerte lavoro (con il vantaggio degli sgravi fiscali)!

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Due anni dopo “Undici ore d’amore di un uomo ombra”

Riceviamo e pubblichiamo:

 

“Che fareste se dopo vent’anni di carcere aveste solo undici ore per rivedere quelli che amate? Di queste undici ore Carmelo ci racconta, con un ritmo che toglie il respiro, nel moto ondoso delle parole. Ma ci racconta anche della notte prima, lui che nella sua branda gioca di continuo con la morte, la invoca fulminea perché lo salvi dalla sua condanna a morte a rallentatore di Uomo Ombra. Stanotte no, stanotte ha paura di morire prima delle sue undici ore da uomo libero, morire come Mosè un istante prima di toccare la terra promessa, hai visto un dispetto di Dio. Ma vive. È mattina. I cancelli che dovrà passare sono undici, come le ore eterne e sfuggenti che ha davanti, un film serrato che concentra ogni passione, ma senza lieto fine. Alle 22.00 varcherà a ritroso l’undicesimo cancello, e sarà di nuovo solo. “Io e l’Assassino dei Sogni”

(dalla Prefazione di Barbara Alberti a “Undici ore d’amore di un uomo ombra” di Carmelo Musumeci, Gabrielli Editori).

 

Sono passati due lunghi anni dalle uniche undici ore che ho trascorso da uomo libero in ventidue anni di carcere.  Nel frattempo ho continuato il mio attivismo per fare conoscere in Italia, Patria del Diritto Romano e della Cristianità, l’esistenza della “Pena di Morte Viva” (così chiamiamo l’ergastolo ostativo a ogni beneficio penitenziario, che ti mura vivo senza la compassione di ucciderti).

In questo periodo mi sono anche iscritto a una nuova Facoltà ( Filosofia), ho avuto vari encomi, tre diversi direttori hanno chiesto la mia declassificazione dal regime/circuito Alta Sicurezza e il Direttore Ernesto Padovani di Spoleto si è così espresso: ”Parere favorevole sull’affidabilità individuale anche esterna” (Fonte: nota n°27107/M-C.F. del 03/06/2011).

Eppure sono ancora in regime/circuito di Alta Sicurezza e soprattutto non sono più riuscito a uscire “Carmelo sta scontando una condanna all’ergastolo con l’aggravante dell’ostatività, ovvero della impossibilità di accedere a qualunque tipo di beneficio, sconto di pena o pena alternativa al carcere. Questo istituto, inserito quale misura di emergenza contro il terrorismo e la criminalità organizzata, ha assunto un carattere permanente. Cosa questa che ferisce i nostri valori costituzionali, che legano la pena al recupero e al reinserimento del colpevole. (Agnese Moro).

Purtroppo alcune volte le leggi dei “buoni” sono uguali, o peggio, di quelle non scritte dei cattivi  e per gli uomini ombra (così si chiamano fra loro gli ergastolani ostativi) la nostra Carta Costituzionale è carta straccia.

Nonostante questo, non sono pentito che due anni fa mi sono presentato con le mie gambe davanti all’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) sapendo che non sarei più uscito, perché per una volta, una volta sola, ho voluto dimostrare di essere migliore di uno Stato che condanna una persona a essere cattiva e colpevole per sempre.

“Da fuori l’Assassino dei Sogni fa ancora più paura. Sembra ancora più brutto. Ad un tratto il suo cancello enorme di ferro si apre. Sembra la bocca di un mostro. Il suo rumore metallico rimbomba nelle mie orecchie. Quella è la sua voce. Ancora un passo e poi sarà tutto finito. Sarò di nuovo un uomo ombra. Un’ombra fra tante. Faccio quel passo. Provo la sensazione di non esistere più. E mi faccio divorare dall’Assassino dei Sogni, lasciando alle mie spalle la libertà, l’amore e la felicità.” (pagg 50-51).

Dopo due lunghi anni i ricordi di quelle “Undici ore d’amore” sono diventati sempre più piccoli: ho rivissuto quei ricordi nella mia mente tante di quelle volte che li ho consumati.

Carmelo Musumeci   www.carmelomusumeci.com

Carcere di Padova, 2013

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Bagheria (Pa): lezioni di educazione ambientale sul Monte Catalfano

In una fresca e soleggiata mattinata di giugno, la classe II E, accompagnate da me e dalla prof. Greco, si reca a Monte Catalfano – parco accessibile di cultura ambientale – per una visita ludico-didattica.

Siamo alla fine dell’anno scolastico e, dopo avere studiato fasce climatiche e biomi sui libri, è proprio necessaria una verifica sul campo. La meta è vicina, vicinissima. Si parte, infatti, dall’I.C. T. Aiello di via Consolare e in pochi minuti si raggiunge il parco. Lì ci aspettano due vecchi amici della nostra scuola: Angelo Puleo e Giuseppe  Manzella. Entrambi laureati nel settore agrario-forestale, nonostante gli impegni di lavoro – il primo è anche consigliere comunale, il secondo insegna – trovano tempo da dedicare all’ecologismo attivo, introducendo i ragazzi alla conoscenza del sito con la leggerezza tipica dei veri competenti.

I cartelloni che illustrano la flora e la fauna locale – uno è stato curato proprio da Angelo Puleo e Giuseppe  Manzella – sono il punto di partenza della nostra lezione sul campo.

I ragazzi seguono con interesse le spiegazioni e, mano a mano che la visita prosegue, si fanno sempre più sicuri, mentre snocciolano i nomi delle piante che avevamo studiato in classe e che ora riconoscono (con mia grande soddisfazione).

Scegliere i punti panoramici per una sosta è molto difficile perché siamo letteralmente immersi nella bellezza di un paesaggio perfetto da ogni angolatura. Raggiungiamo la foresteria e il rifugio della Forestale, dove è in allestimento un piccolo museo naturalistico, e facciamo merenda sotto gli alberi. Si ride, si scherza, si gioca a palla in armonia con la natura: niente schiamazzi, niente rifiuti. Non è necessario richiamare gli alunni, sanno perfettamente come comportarsi, conoscono il decalogo del buon fruitore di boschi ed aree verdi. Abbiamo dedicato tempo e attenzione allo studio dei biomi e ora vivono perfino le ore di svago consapevoli di trovarsi all’interno di un ecosistema. Non c’è scampo: è l’istruzione l’unica via percorribile per salvarci dal degrado! Non si ama ciò che non si conosce.

Una vera educazione ambientale deve mirare a uno studio identitario del territorio in cui si vive e non ridursi a un insieme di momenti occasionali per affrontale singole tematiche quali l’emergenza rifiuti, la qualità dell’aria e dell’acqua, ecc.   

Imbocchiamo la discesa verso l’area attrezzata sotto un cielo blu che si specchia in un mare cristallino, le bianche e scabre falesie fanno da sfondo alla vegetazione rigogliosa non ancora riarsa dal sole, intorno riecheggiano i versi degli uccelli, ma … appena giunti a destinazione, vediamo brillare qua e là macchie di colore: sacchetti colmi di spazzatura giacciono abbandonati, parzialmente celati dagli ulivi e contornati dai bianchi dischi degli immancabili piatti di plastica.

Bene ho raggiunto un altro obiettivo educativo: “Ragazzi, ecco come non ci si comporta, né qui né in nessun’altro posto!”

Katia Mineo, docente di Lettere dell’I.C. T. Aiello di Bagheria

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Grotte di Frasassi (AN): un “monumento della natura” per Carlo Urbani, il medico della Sars

Riceviamo e pubblichiamo:

 

Nelle magiche Grotte di Frasassi, un “monumento della natura”, per onorare Carlo Urbani, il medico della Sars

 

di Domenico Logozzo

FRASASSI (Ancona) – “Nell’aria si avvertiva la presenza di Carlo, era qui con noi, per continuare assieme il cammino che ha intrapreso a favore degli ultimi”. Nell’incantevole “auditorium della natura” delle Grotte di Frasassi, si è da poco conclusa la stupenda manifestazione in onore del medico che ha scoperto la Sars (Severe Acute Respiratory Syndrome). E’ emozionata Maria Scaglione, l’anziana madre di Carlo Urbani , che dieci anni fa è morto in Vietnam contagiato da un ammalato che era ricoverato in un ospedale francese. Un gesto di eroismo. Una grande lezione. “Ha fatto fino in fondo il suo dovere, non  si è tirato indietro. Un esempio per tutti e in tutti i campi. E’ quello che anche i politici debbono fare di fronte ai gravi problemi, affrontarli, non fuggire”, ha detto Laura Boldrini, Presidente della Camera.

“Un personaggio unico, una serata irripetibile, uno scenario incomparabile, da favola”, commenta Antonella Ruggiero, che  è stata magistrale interprete di straordinarie canzoni. Al pianoforte l’ha accompagnata il maestro Mark Harris. La solidarietà, darsi agli altri, con la gioia di poter donare  il bene e sconfiggere il male. In tutti gli interventi che hanno caratterizzato la serata  per Carlo Urbani, sono emersi chiaramente questi concetti, che sono diventati inviti ad andare avanti. A dare una mano alla gente che ha bisogno.

Scriveva Carlo: ”Per me vivere all’estero dev’essere una testimonianza di barriere abbattute. Se sto in Vietnam, pur se continuo a sognare i miei dolci colli  e i saporiti salumi delle Marche, mi piace mangiare vietnamita, essere loro ospite quando capita, scoprire i loro costumi, e a questo abituare i miei figli …”. La grande passione per il suo lavoro. Nel gennaio 2001 da Hanoi scriveva: ”In questo momento invidio chi ha la possibilità di toccare i malati e potrà trasmettere, con quel contatto, sorrisi e forza. Mi manca, mi piace farlo! Credo che il nostro lavoro, di medici e infermieri, sia unico e stupendo per questa opportunità di toccare che offre, di entrare nelle persone da vicino”.

Il 10 marzo 2003 l’ultima mail da Hanoi, prima di essere ricoverato: ”Cari tutti, probabilmente vi state chiedendo che cosa stia succedendo e il perché del mio silenzio. Sfortunatamente è da dodici giorni che sto lavorando su un’emergenza non prevista, una brutta epidemia e da allora non ho tregua … Tutti i miei piani sono cambiati e spero che la situazione possa tornare normale quanto prima … Sono spiacente per questo, ma credetemi, non è sotto il mio controllo. Saluti. Carlo”. Purtroppo è stata la lettera dell’addio. Brani significativi che sono stati letti con grande efficacia dall’attore e doppiatore Beniamino Marcone.

Carlo  vive attraverso  la straordinaria opera umanitaria dell’Associazione a lui intitolata, l’Aicu, che ha sede a Castelplanio, il paese dove è iniziata la sua missione d’amore. Continuità e ricordo. Uno dei più grandi “monumenti della natura” che si trova nelle Grotte di Frasassi, porterà da oggi  il suo nome. ”Ai  visitatori che ogni anno vengono qui da tutto il mondo, le guide spiegheranno chi è Carlo Urbani e la sua azione positiva sarà diffusa ancor di più”, ha detto Lucia Bellaspiga, inviato speciale dell’Avvenire e ideatrice dell’evento che ha condotto con Vincenzo Varagona, caposervizio della Rai di Ancona.

Ricordiamo che Bellaspiga e Varagona hanno scritto due interessantissimi libri su Carlo Urbani. Per non dimenticare. A scegliere il “monumento”  è stata la più piccola dei tre figli di Carlo Urbani, mentre gli altri due hanno concluso la serata accompagnando Antonella Ruggiero nell’interpretazione magistrale di “My way”. Momenti di grande commozione. Serata indimenticabile. ”Un luogo meraviglioso, sono rimasta affascinata dallo splendido colpo d’occhio, da quel serpentone umano in mezzo alla grotta. Meraviglioso. Sarebbe bello ospitare in questo luogo un concerto di musica sacra”. Antonella Ruggiero ci ha confidato queste sensazioni e questa idea, mentre eravamo a tavola e venivano da lei tante persone per complimentarsi: ”Grande Antonella, ci hai fatto sognare e continui a farci sognare con la tua immensa voce”. Grazie!

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L’attualità di Rino Gaetano a 32 anni dalla morte

Riceviamo e pubblichiamo:

 

Voci del Sud

Rino Gaetano, il “figlio unico della canzone”: l’attualità a 32 anni dalla morte, le denunce e le idee lungimiranti

di Domenico Logozzo

Ricordando Rino Gaetano a 32 anni dalla tragica morte, non si può non pensare ai grandi sacrifici compiuti da chi ha lasciato la propria terra per cercare altrove ciò che il luogo natio non poteva, non sapeva, non voleva  dare. Colpa, ieri come oggi, delle disastrose politiche dell’”abbandono” che umiliano e mortificano regioni ai limiti della sopravvivenza come la Calabria, fanalino di coda dell’Italia e Sud del Sud dell’Europa. I dischi del grande crotonese, definito “il figlio unico della canzone”, proprio per la singolarità delle sue composizioni e interpretazioni, sono di straordinaria attualità. Osservatore e lungimirante. Figlio della terra di Pitagora, arricchito dallo splendore dell’azzurro mar Jonio decantato da Omero. E’ cresciuto guardando quelle acque che riflettevano un “cielo sempre più blu”, titolo poi di una sua canzone di grande successo. Testo di denuncia e di speranza: ” Chi vive in baracca, chi suda il salario /chi ama l’amore e i sogni di gloria /chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria “. ” … chi suda, chi lotta, chi mangia una volta /chi gli manca la casa, chi vive da solo /chi prende assai poco, chi gioca col fuoco /chi vive in Calabria, chi vive d’amore /chi ha fatto la guerra, chi prende i sessanta / chi arriva agli ottanta, chi muore al lavoro“.

Rino Gaetano ha introdotto nella musica italiana un lampo di creatività. Non è stata facile la sua breve ma intensa vita di artista “contro”. Fuori dai luoghi comuni. Oltre i logori schemi. Non cercava il successo a tutti i costi. Non cedeva ai compromessi. Schiena sempre dritta. Mai servo del potere. Critico sì. Sempre. I più “aperti” alle innovazioni l’avevano ammirato da subito. Sostenuto nel suo impegno. Altro che canzoni “non-sense” come qualche “benpensante e malfacente” definiva i contenuti, cercando goffamente di sminuirne la portata! Avevano, sì che avevano un grande senso. Erano scomode. Rino era un interprete genuino della realtà. Chiaro, altro che! Testi graffianti, denunce coraggiose. Dalla parte degli ultimi. Controcorrente. Sfidava  i potenti. Dava dignità agli emarginati. Ogni canzone è un in fondo una spinta verso una vita migliore, senza più sfruttati, senza più sfruttatori. Purtroppo il 2 giugno 1981 il suo sogno si è bruscamente interrotto. Un incidente d’auto ha spento a 31 anni il suo talento.

A Roma, sulla Nomentana, ha perso il controllo dell’auto, è finito nella corsia opposta. Contromano. Terribile schianto contro un camion. Gravissime ferite. Impatto fatale. La corsa disperata verso l’ospedale. Ma serviva una struttura specializzata. La vana ricerca di un ospedale che potesse compiere l’estremo, miracoloso tentativo di salvezza: non si è trovato un posto. Dopo cinque no, Rino è morto. L’ultimo respiro all’alba. Come era accaduto undici anni prima ad un suo amico, Renzo, al quale aveva dedicato questa ballata:” Quel giorno Renzo uscì, andò lungo quella strada /e una Ferrari contro lui si schiantò/ il suo assassino lo aiutò e Renzo allora partì/verso un ospedale che lo curasse per guarir./Quando Renzo morì io ero al bar/ La strada era buia si andò al San Camillo/ e lì non l’accettarono forse per l’orario /si pregò tutti i Santi ma s’andò al San Giovanni/e lì non lo vollero per lo sciopero/Quando Renzo morì io ero al bar/era ormai l’alba andarono al Policlinico/ma lo si mandò via perché mancava il vicecapo/ c’era in alto il sole si disse che Renzo era morto/ma neanche al Verano c’era posto/Quando Renzo morì io ero al bar,/al bar con gli amici bevevo un caffè”.

Sensibile. L’amicizia. Il contatto con la gente. Gli anni iniziali sulle piazze abruzzesi. L’emigrazione e l’amore. Riascoltando “E cantava le canzoni” la mente ritorna proprio alle serate che Rino ha trascorso anche in riva all’Adriatico. Ha cantato in una delle prime radio private abruzzesi. Nel 1978 ha interpretato “E cantava le canzoni” proprio a Pescara in occasione del Cantagiro. Tanti applausi. Un altro brano che fa molto riflettere sulla solidità dei sentimenti. Emozioni forti. Cantava Rino:”E partiva l’emigrante ritornava dal paese /Con la fotografia di Bice bella come un ‘attrice /E cantava le canzoni che sentiva sempre a lu mare / E partiva il mercenario con un figlio da sfamare /e un nemico a cui sparare /E partiva il mercenario verso una crociata nuova /Per difendere un effigie e per amare ancora Bice /E cantava le canzoni che sentiva sempre a lu mare / E partiva il produttore con un film da girare /e un azienda da salvare /E partiva il produttore con un copione scritto in fretta /Cercava qualche bella attrice ma lui amava solo Bice /E cantava le canzoni che sentiva sempre a lu mare ” .

Rino era un grande. Resta un grande. Nel cuore dei giovani degli anni Settanta. Ha conquistato anche i giovani del nuovo millennio. Tanti ragazzi e tante ragazze conoscono ed apprezzano Rino. E ballano e si divertono con le sue canzoni .Questo voleva Rino. Divertirsi e far divertire gli altri. C’è riuscito. Sicuramente continuerà ad essere ascoltato ed apprezzato anche in futuro. Perché non è stato un cantautore “non-sense”, ma un autore geniale. E i talenti non si dimenticano. Rino,”figlio unico della canzone”, ci ha lasciato in eredità “pezzi unici della canzone”. Come “Nuntereggaepiù”. Quanta attualità: ” Abbasso e alé con le canzoni /senza fatti e soluzioni /la castità /la verginità /la sposa in bianco il maschio forte/i ministri puliti i buffoni di corte /ladri di polli /super pensioni /ladri di stato e stupratori /il grasso ventre dei commendatori /diete politicizzate /evasori legalizzati /auto blu /sangue blu /cieli blu /amore blu /rock and blues  /NUNTEREGGAEPIU’ … “. L’onestà intellettuale. La denuncia degli stupri, oggi devastante “femminicidio”, l’arroganza e le ruberie dei politici, prima della scoperta di “tangentopoli”. Rino era e resta la voce dei buoni e dei giusti, contro le odiose emarginazioni e le palesi ingiustizie!

domenicologozzo@gmail.com

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