FacebookTwitter

Archivio | … che contano

Marcia unica, lavoro e informazione: la parola a Giovanni Bua

Per quattro giorni, dal 14 al 17 novembre 2014, i lavoratori di Meridiana e gli altri protagonisti delle tante vertenze sarde hanno peregrinato per l’Isola al grido di “lavoro, lavoro, lavoro!”. Questa “Marcia unica” è stata attentamente seguita, via Twitter e sulle pagine de La Nuova Sardegna, da Giovanni Bua, cui abbiamo chiesto di tirare un po’ le somme di questa esperienza … e non solo.

 

Andrea Mascia parla al megafono seduto sopra una tettoiadi Marcella Onnis

Dal 14 al 17 novembre 2014 si è svolta in Sardegna la “Marcia unica per il lavoro”, una manifestazione che ha riunito in una protesta unitaria, pacifica e non politicizzata, tutte le situazioni di crisi dell’Isola. L’idea si deve ad Andrea Mascia (nella foto accanto), il comandante di Meridiana che, da oltre un mese, porta avanti dai 30 metri d’altezza di una delle torri dell’aeroporto di Olbia la protesta contro la compagnia aerea, che ha preannunciato 1634 licenziamenti. Si deve a lui e ad Alex Santocchini, assistente di volo di Meridiana che, abbandonata la torre, sta proseguendo con i colleghi la protesta a terra.

Questo grido di protesta, volto a ottenere lavoro e non assistenzialismo, ha unito numerose voci: oltre ai lavoratori di Meridiana, il Movimento dei pastori, le operaie dell’ex calzificio Ros Mary, i dipendenti della Polimeri di Ottana, i minatori dell’Igea di Lula, i lavoratori di Idea Motore di Pratosardo, quelli della Legler e dell’Alcoa, gli studenti e tanti altri cittadini, vittime a vario titolo della crisi. A sostenere la protesta, però, sono stati anche il movimento Zona Franca, la Confederazione sindacale sarda, l’USB, la Coldiretti, i vescovi sardi e alcuni sindaci delle zone più colpite dalla recessione economica.

manifestanti con lo striscione della Marcia unica per il lavoroPartita da Olbia la mattina di venerdì 14 novembre, la Marcia unica ha toccato le tappe-simbolo della crisi sarda (Siniscola, Nuoro, Ottana, Portovesme e Iglesias) per chiudersi, lunedì 17 novembre, a Cagliari dove ha sede la Giunta regionale, primo interlocutore da cui pretendere risposte concrete. Diciotto delegati hanno così potuto parlare con tre esponenti della Giunta regionale (il presidente Francesco Pigliaru, l’assessore al Lavoro Virginia Mura e l’assessore ai trasporti Massimo Deiana) e gettare le basi per una strategia unitaria di azione: sarà il tempo a mostrarci con quali esiti.

Chiusa la manifestazione sarda, i dipendenti di Meridiana stanno, peraltro, proseguendo la loro protesta in direzione Parigi, residenza ufficiale dell’Aga Khan, che tramite il fondo Akfed è azionista di controllo della compagnia.

La Marcia per il lavoro è stata seguita attentamente dai giornalisti del quotidiano regionale “La Nuova Sardegna”, che ha anche dato vita a un Liveblog per seguire in diretta tutti i momenti della manifestazione con contributi dei suoi inviati e dei lettori (foto, filmati e tweet identificati con l’hashtag #marcialavoro). Noi abbiamo voluto incontrare uno dei giornalisti coinvolti in questa brillante iniziativa: Giovanni Bua, che ha realizzato una bella cronaca sia sul giornale che su Twitter. Un’informazione dettagliata ma anche molto partecipata, come può fare solo chi osserva per raccontare e racconta perché di quella realtà si sente parte.

Della sua narrazione colpiscono alcune cose in particolare. In primo luogo, mentre tornano, purtroppo, a fare notizia gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, Bua ha testimoniato che questo antagonismo non è d’obbligo e che, anzi, solidarietà e rispetto tra le parti sono possibili: «La gente balla e canta. Tutti insieme. Con i manifestanti polizia e carabinieri. Che discreti si mischiano, chiacchierano, annuiscono. Nessuna contrapposizione. Sono amici. Di più, sono dalla stessa parte.» ha scritto nell’articolo “La marcia unica per il lavoro”, pubblicato da “La Nuova Sardegna” il 15 novembre; «Polizia se ne vede poca, Digos niente. Eppure, a fare i puntigliosi, è una manifestazione non autorizzata» ha annotato nell’articolo “Abbardente e cortesia per sentirsi come a casa” del 16 novembre e, ancora, «A portarci a Iglesias ci pensa la Digos.» ha rivelato il giorno dopo nell’articolo “La marcia per il lavoro”. Un clima di fratellanza testimoniato anche da tweet come questo:

 

 

Riguardo al ruolo dei sindaci, poi, il giornalista ha evidenziato il loro essere parte in causa nella protesta e non controparte: anche loro vittime di vincoli e scelte spesso incomprensibili. Nell’articolo del 17 novembre, si è soffermato su questi «sindaci, che discreti ascoltano, senza parlare. “Siamo solo gabellieri di uno Stato che non capiamo più”», concetto amplificato da questo suo tweet:

 

 

Inoltre, ha raccontato a chi non c’era che la manifestazione è stata così pacifica che persino i bambini hanno potuto prendervi parte e addirittura giocare: «Come sempre i bimbi giocano. Si inventano un gioco diverso per ogni luogo.» ha scritto sempre nell’articolo del  17 novembre, aggiungendo poi che «Se c’è qualcosa che in anni di lotta non si era mai vista sono proprio loro».

 

 

“Allora, Giovanni, è finito il tempo dei sardi “pocos, locos y mal unidos” o questa è stata solo una bella parentesi? Salveresti tutto di quest’esperienza o ritieni si potesse fare di più e meglio?”
Persone in marcia durante una manifestazione«Io penso che l’esperienza sia assolutamente da salvare. Non fosse altro che per la sua freschezza. Dubito si potesse fare di meglio, anzi, se la marcia fosse stata organizzata meglio sarebbero venuti al pettine un sacco di nodi, sia logistici che “ideologici” che invece, con fortuna ed entusiasmo, non sono stati nemmeno notati.  Per quanto riguarda l’unità diciamo che il filo comune è stata la disperazione, ma in realtà è mancata completamente la presenza dei sindacati, ed è stata alla fine timida quella delle istituzioni. Insomma i Rossi di Meridiana hanno unito i cuori, ma sul fatto che le vertenze, diversissime tra loro per storia, durata, natura, soluzione, si possano unire davvero avrei molti dubbi. I sardi purtroppo sono e rimarranno pocos, locos y mal unidos. E non a caso molti dei Rossi non erano sardi ;) »

“Beh, allora la domanda è ancora più d’obbligo: pensi che stavolta arriveranno risposte concrete dalle istituzioni e dagli interlocutori economici interessati?”
«Non so. Sicuramente l’Aga Khan non era pronto a una così cattiva stampa contro di lui. E il fatto che abbia cambiato Ad proprio durante la marcia [Richard W. Creagh è subentrato a Roberto Scaramella, ndr] potrebbe essere un segno di insofferenza per la gestione dell’intera faccenda. Sul fatto poi che una multinazionale possa cambiare i suoi piani industriali sull’onda di una contestazione, per quanto ben fatta o drammatica, non sono molto fiducioso. Certo, questo non vuol dire che le vertenze non vadano aperte e che non si debbano usare tutte le armi mediatiche e sindacali per ottenere il meglio possibile

“Restando in tema di lavoro che non c’è o non basta: nel giornalismo, ma non solo, accade che, forti dell’eccesso di domanda di lavoro, i datori offrano compensi iniqui, se non ridicoli. Pur di lavorare e guadagnare, tanti accettano queste condizioni, di fatto avvallando una svalutazione della loro professionalità: secondo te, si può uscire da questo circolo vizioso?”
«I giornalisti sono molto simili ai Rossi di Meridiana. Non si parla di operai o minatori, ma di una classe medio-alta (piloti, assistenti di volo, giornalisti ma anche bancari, avvocati e magistrati e l’elenco potrebbe essere molto lungo) che sembra non trovare più spazio, almeno con le vecchie tutele e i vecchi contratti, in un processo produttivo che le aziende vogliono sempre più economico e soprattutto delocalizzato e destrutturato. Il motivo per cui partiti come Sel hanno appoggiato più di altri la manifestazione dei Rossi deriva proprio dal fatto che loro riescono a leggere gli eventi con i loro strumenti classici di “lotta di classe” e attacco al mondo del lavoro in genere che non sono mai stati così attuali negli ultimi 30 anni. Per la stampa poi si aggiunge una serie di problemi legati al drammatico calo di vendite e pubblicità sulla carta stampata, e la per ora nulla redditività di internet. È un discorso complesso, e sinceramente per ora si vedono pochissime soluzioni all’orizzonte

“Ecco, a proposito del futuro dell’editoria, “La Nuova Sardegna” ha seguito con articoli e con un liveblog aperto a tutti la Marcia unica: che dici, allora, stampa, web e social impareranno a collaborare lealmente e intelligentemente per garantire una più efficace informazione?”
«La Nuova sta provando, come gli altri media, a “occupare” lo spazio web, sia con un sito, rinnovato di recente in maniera profonda, che con una sempre più massiccia presenza nei social. Per ora il preferito era facebook. La direzione è stata coraggiosa a tentare questa diretta twitter, che è un social più ostico e che dà meno “resa” (raramente chi usa twitter esce da twitter, tu stessa mi hai seguito in TW e non nel nostro liveblog sul sito) ma è potenzialmente più operativo nel fare una cronaca immediata. Diciamo che, come tutti, navighiamo a vista. Potenzialmente, rispetto a blog o siti meno formati, siamo primo piano di Giovanni Buaun grosso gruppo e quindi possiamo permetterci di lavorare in perdita sul web e ripulire il mercato dalla concorrenza (parlo in modo orrendo ma è così), ma da qui a guadagnare dal web il passo è ancora lungo. E, siccome il crollo dei ricavi sembra inarrestabile, diventa difficile immaginare come troveremo l’equilibrio. Se però pensiamo alla qualità del servizio reso è indubbio che l’utilizzo del social e del web ha potenzialità sterminate, e il contatto così diretto con i lettori è molto utile e  gratificante e soddisfa in maniera profonda il Narciso che alberga in tutti noi giornalisti.»

 

Acuto, simpatico, sensibile e narcisista reo-confesso: per noi chiacchierare con Giovanni Bua è stato un vero piacere. Se per voi leggere le sue parole lo è stato altrettanto, fateglielo e fatecelo sapere ;)

 

 

Foto Giovanni Bua

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano, Dico la mia0 Commenti

Amianto: l’eternità di un problema sociale

L’indignazione della popolazione di Casale Monferrato allo stremo della sopportazione che non è più tale di fronte alle assurdità della in-giustizia italiana, ennesimo riscontro reale. Dopo la sentenza “shock”, ora si attende la possibile “rivisitazione” del concetto di prescrizione del reato per i 256 omicidi il cui unico imputato è il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

Bandiera italiana insanguinata e sovrastata dalla scritta nera Eternit IngiustiziaÈ di questi utimi giorni la notizia, pubblicata sui principali quotidiani nazionali, sulla sentenza “beffa” relativa alla condanna del maggior responsabile della morte di molti lavoratori dell’Eternit di Casale Monferrato – AL (sede della “famigerata” fabbrica della morte), ma anche di cittadini che hanno… semplicemente vissuto in quelle zone. L’assurda ingiustizia (e non è un eufemismo) sta nell’annullamento della condanna per avvenuta prescrizione: un colpo di spugna che ha indignato non poco i famigliari delle vittime e gli attuali malati di mesotelioma pleurico (che hanno contratto la malattia dopo molti anni di esposizione) che purtroppo non lascia scampo… Ma come e quando è avvenuto in Italia il boom di questo mortale manufatto? Se la storia serve per capire è bene conoscerne almeno alcune tappe.

Nel 1912 due ingegneri italiani, Adolfo Mazza e Magnani, diedero un importante contributo alla messa a punto della prima macchina per la produzione di cemento-amianto, e a partire dalla seconda metà degli anni ’50, nonostante la già più o meno nota conoscenza della pericolosità del manufatto, si coibentarono con questo materiale le carrozze ferroviarie, fino ad allora isolate con sughero… In Italia veniva estratto soprattutto in Valtellina e nelle cave di Balangero (Torino), la più grande d’Europa, che funzionò dal 1916 al 1990. In queste cave si ricavavano annualmente 125-130 mila tonnellate di materiale asbestoso (soprattutto crisotilo e tremolite). In particolare, lo sfruttamento industriale del giacimento di crisotilo a Balangero è iniziato durante la prima guerra mondiale ma solo nel 1932, però, ebbe luogo la regolare registrazione degli operai: nel1970 la produzione della miniera ha superato le 100 mila tonnellate di amianto crisotilo. A metà degli anni ’70 si cominciò ad usarlo (ancora più irresponsabilmente) nei settori più disparati: dall’aeronautica all’edilizia, dalla cantieristica navale all’industria petrolchimica; ma anche in ambito domestico, per ferri da stiro, macchine lavasecco e, negli anni ’50, la crocidolite è stata persino usata nei filtri delle sigarette. Gli usi industriali si moltiplicarono rapidamente fino a raggiungere una produzione annua mondiale di 5 milioni di tonnellate.

volantino sulla protezione per esposizione all'amiantoMa è stato proprio questo uso massiccio di amianto ad aver provocato allarme e preoccupazione profonda perché, dopo la conferma della sua nocività alla New York Academy of Sciences a nome del medico statunitense Irvin Selikoff (1915-1992), non solo in Italia ma anche nella maggior parte dei paesi del mondo, non c’è Paese che non lo abbia utilizzato e che ancora oggi debba fare i conti con i costi altissimi della bonifica e della salute di molte persone che, direttamente o indirettamente, sono state esposte a questo materiale “killer”. Tra le industrie maggiormente responsabili nell’uso dell’amianto sono stati i cantieri navali di Monfalcone (Gorizia), costruiti nel 1907, la più grande struttura cantieristica del bacino mediterraneo e una delle più importanti del mondo, e il sodificio Solvay di Monfalcone, attivo dagli anni ’20. Ed ancora. La raffineria Aquila di Trieste, aperta nel 1937; l’Eternit di Casale Monferrato, un tempo il maggior produttore nazionale di lastre in cemento-amianto. Altro caso emblematico è senza dubbio lo stabilimento Italsider situato nell’area industriale di Bagnoli (Napoli), oltre a quello di Taranto, in funzione fino al 1989 come Ilva S.p.a. Tale stabilimento, rientrante tra le industrie cosiddette a “rischio d’incidente rilevante” ai sensi della direttiva CEE 85/501, produceva, tra l’altro Eternit, ovvero cemento-amianto e pertanto è stato considerato rientrante tra gli stabilimenti da bonificare ai sensi delle legge n. 257/1992.

 

LA STORIA “INFINITA” DELL’ETERNIT DI CASALE MONFERRATO

pagina di giornale intitolata all'azienda EternitQuando la verità venne a galla, i giornali la ribattezzarono “la fabbrica del cancro”. In principio era soltanto lo stabilimento della Eternit, ma la sua storia inizia ai primi del ‘900, quando l’intero paesino piemontese diventa “grato” ai suoi datori di lavoro (imprenditori svizzeri, che nessuno ha però mai visto) per aver fornito lavoro a gran parte della popolazione locale, che inizia  a produrre materiale in cemento, soprattutto tubature, senza far troppo caso alla “polvere” (costituita da fibre di amianto) presente in notevole quantità sui luoghi di produzione. L’Eternit era attiva dal 1905, sin da quando era stata inventata nel 1902, dall’austriaco Ludwig Hatscheck, una miscela di cemento e amianto, largamente usata nell’edilizia. In questa azienda dal 1950 al 1986 vi hanno lavorato complessivamente 3.362 persone (che hanno sempre usato crisotilo e crocidolite), tra le quali si è osservato un aumento significativo della mortalità totale e delle malattie associate all’amianto. In altre parole, in questa cittadina piemontese si è registrato il più alto indice, a livello nazionale, di mortalità per mesotelioma.

Facendo riferimento alle prime ricerche nazionali sulla pericolosità dell’amianto, avviate nel 1930, dopo alcuni anni (1947) è stata accertata la prima vittima per mesotelioma pleurico (tumore letale che colpisce il rivestimento dei polmoni, ndr) tra i lavoratori; tra il 1980 e il 1999 sono stati rilevati 89 casi di mesotelioma, solo 26 tra i dipendenti dell’Eternit. Nel 1986 l’azienda dichiarava fallimento, e nel contempo veniva attuato il primo progetto di bonifica; nel 2000 si cominciava a calcolare le vittime dell’amianto (oltre 500 tra ex dipendenti e comuni cittadini); nel 2001 sono iniziati i lavori di smaltimento e nel 2002 veniva prevista la fine dei lavori.

In questi ultimi anni è stato pure girato un documentario (“Indistruttibile”), a cura del giornalista freelance Michele Citoni, che ha soggiornato nel paese per una settimana. Da allora (ma anche prima) hanno avuto tutti voglia di parlare, svelando retroscena a dir poco dolorosi: «… periodicamente – ha raccontato una ex lavoratrice – ci mandavano dei medici aziendali per tranquillizzarci… dicevano che andava tutto bene per la nostra salute, ma erano pagati dal padrone». E il sindacato? Non era ben visto, i delegati avevano vita difficile: «Io ero tra quelli – ricorda uno di loro –, i nostri datori indirizzavano tutti quelli di sinistra al “Cremlino”: era un modo per indicare i compiti più rischiosi, spazi angusti e mucchi di “polvere” alti come noi…». Mentre infuriava la polemica tra la dirigenza e le associazioni operaie, tutte le altre aziende del territorio cominciarono a respingere sistematicamente le richieste di lavoro degli ex dipendenti Eternit. Non volevano rischiare di assumere personale “malato”.

Il fallimento dell’azienda risale al 1986, dichiarato dal tribunale di Genova, e i dirigenti furono trascinati in tribunale solo nel 1993. Probabilmente solo in quella occasione i “sopravvissuti” hanno conosciuto i responsabili della morte dei loro congiunti! E oggi, con la sentenza che prescrive il reato di omicidio, l’unico responsabile sembra farla franca… salvo una revisione (totale o parziale) del processo riconsiderando più concretamente le tesi dell’accusa.

 

 

NUMERI CHE CONTANO

A causa dell’Eternit di Casale sono 2.191 i deceduti per mesotelioma pleurico tra il 1951 e il 2008; 55 i morti che si susseguono ogni anno; 557 i lavoratori che hanno collaborato all’inchiesta come testimoni; 2.272 le persone che si sono costituite come parte civile all’inizio del processo; circa 5.000, secondo la Procura, sono le vittime che avrebbero diritto ad essere risarcite; e 220 mila sono le pagine di atti giudiziari depositate nell’indagine.

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano, Salute0 Commenti

Fibromialgia: verso il riconoscimento di invalidità per i malati che soffrono della “sindrome da sensibilizzazione centrale”

di Francesca Lippi

La fibromialgia è una patologia bastarda. Lo sanno bene i malati che ne sono affetti poiché affrontano ogni giorno una gara di pazienza e sopportazione del dolore che non ha dell’umano. Se parli con loro il ritornello è sempre lo stesso: “mi sento come se un camion mi fosse passato sopra, sono tutto o tutta, un dolore.” Infatti, e lo dico con cognizione di causa essendo anch’io una di quei malati, quando la mattina devi alzarti, ti senti così a pezzi che preferiresti sprofondare di nuovo a letto, anche se, per riuscire a dormire, la sera prima ce ne hai messo di tempo e il letto non risulta essere proprio il “top” dei luoghi per il riposo. Anche il riposo, del resto è un problema per chi soffre di fibromialgia, come il lavoro, lo sport, i rapporti sessuali, insomma, la vita. Il malato è, inoltre, sempre stanco. Al centro di chi soffre di fibromialgia c’è il dolore subdolo che attanaglia ogni fibra, ogni muscolo, la stanchezza, la depressione e l’ansia si manifestano spesso e se a questo quadro poi si aggiungono l’artrosi, eventuali malattie reumatiche o di altro tipo il malato sarà ko. E la sua vita non sarà più la stessa. Per saperne di più sugli sviluppi diquesta malattia che fino a qualche anno fa i medici non riuscivano ancora a diagnosticare, abbiamo intervistato il dott. Giovanni Biasi, Dirigente Medico I livello UOC Reumatologia – AOUS,(Azienda Ospedaliera Universitaria Senese) Responsabile Centro Dolore Cronico Reumatologico, attivo dal 2011.

-
- Sono stati compiuti passi avanti nella ricerca medica sulla sindrome fibromialgica?
“Sicuramente negli ultimi anni sono aumentate le nostre conoscenze sul problema FIBROMIALGIA. L’aspetto che ritengo più importante è l’inserimento della SF nell’ambito delle cosiddette “sindromi da sensibilizzazione centrale”, che rappresentano un insieme di patologie caratterizzate da dolore cronico senza una causa sottostante ben definita con le comuni metodiche diagnostiche. Esempi tipici di queste condizioni sono la sindrome da fatica cronica, la cefalea muscolotensiva, il colon irritabile, la sindrome delle gambe senza riposo o la vulvodinia. In tutte queste condizioni sono presenti due elementi distintivi:
a) iperalgesia, cioè sensazione dolorosa più intensa del normale in risposta ad uno stimolo doloroso
b) allodinia, cioè sensazione dolorosa in risposta ad uno stimolo non doloroso (p.es. il semplice sfioramento o tocco della pelle)
Questi aspetti dipendono da alterazioni della percezione degli stimoli dolorosi (la cosiddetta soglia del dolore) che si sviluppano nel Sistema Nervoso Centrale (cervello e midollo spinale), a causa di uno stimolo iniziale che attiva le vie della percezione del dolore, ma successivamente non appare più evidenziabile e l’unica manifestazioni clinica è rappresentata dal dolore. Fattori individuali, genetici o ambientali sono considerati cofattori responsabili dell’automantenimento della sindrome e qualsiasi stimolo esterno diviene doloroso a causa dell’iperalgesia e dell’allodinia. Nella SF prevalgono i sintomi dolorosi muscolo-scheletrici diffusi, associati ad alterazioni della qualità del sonno e profonda astenia, oltre che ad alterazioni ansioso-depressive, spesso reattive al dolore cronico.
Quindi ribadisco il concetto che non si tratta di una malattia “psicosomatica” o legata ad un generico “esaurimento nervoso”, come spesso si riteneva in passato, etichettando così questi malati in maniera decisamente impropria; analogamente si esclude una causa infiammatoria o infettiva specifica oppure legata a cattiva alimentazione (al massimo si può parlare di concause).”

-
- Ci sono cure efficaci o nuove cure per i pazienti che soffrono di questa patologia?
“Il miglioramento delle conoscenze sulle modalità di sviluppo della malattia ci ha fornito senz’altro armi più efficaci nel controllo della malattia. In particolare esistono alcuni farmaci ad azione antidepressiva, che sono in grado di riequilibrare la soglia di sensibilità al dolore, ad esempio la duloxetina o la paroxetina. Inoltre sono utilizzati con successo farmaci che riducono l’ipereccitabilità del sistema nervo centrale, come il pregabalin o il gabapentin.
Tuttavia i risultati migliori si ottengono associando, in un contesto multidisciplinare, terapie riabilitative e terapie psicologiche di tipo cognitivo-comportamentale.”

-
- Secondo lei, nel nostro Paese la sindrome fibromialgica è conosciuta a sufficienza dai medici?
“Senza dubbio negli ultimi anni le campagne di informazione istituzionali, i corsi di aggiornamento e la maggiore sensibilità dei pazienti, unitamente allo sviluppo di Internet come mezzo di comunicazione e aggiornamento, hanno indotto una buona conoscenza del problema nel mondo medico in generale, ma, come sempre, esistono ulteriori margini di miglioramento.”

-
- Perché ancora oggi, a differenza di altri stati europei, l’Italia non riconosce l’invalidità ai pazienti affetti dalla sindrome fibromialgica?
“La SF sconta senza dubbio il fatto di essere una malattia in cui mancano alterazioni anatomo-patologiche ben definite ed esami diagnostici specifici, tant’è che la diagnosi si fa per esclusione di altre patologie; inoltre è una patologia “giovane”, le cui caratteristiche cliniche (come detto sopra), sono ancora in evoluzione e quindi è difficile individuare con accuratezza i corretti parametri necessari per definire i livelli di invalidità. Infine non dimentichiamo che l’attuale situazione economica del Paese non consente aumenti nel campo delle spese sanitarie e sociali, anche se in alcune Regioni come Lombardia e Toscana sono stati fatti e si stanno facendo molti passi in avanti verso un riconoscimento ufficiale della malattia.”

-
- Si può ritenere la fibromialgia una malattia sociale?
“La mia risposta è SI; la fibromialgia, oltre ad avere dei costi diretti a causa delle spese che il paziente deve sostenere per esami diagnostici e terapie, ha dei costi indiretti molto elevati rappresentati da riduzione della capacità lavorativa, con assenze per malattia o demansionamenti, o dalle spese per raggiungere i luoghi ci cura. Ma non dimentichiamo i cosiddetti costi intangibili, rappresentati dal peggioramento della qualità di vita, con difficoltà nella vita familiare o nelle relazioni sociali.”

-
-Può dirmi quanti sono indicativamente i malati di fibromialgia nel nostro Paese?
“Si calcola che la fibromialgia colpisca fra il 2 ed il 5% della popolazione generale.”

-
-Può esserci una terapia definitiva per chi soffre di fibromialgia?
“Se per terapia definitiva intendiamo una “pillola” che faccia passare subito e definitivamente i sintomi della malattia, dico di “NO. In realtà con un corretto approccio multidisciplinare che integri terapie farmacologiche, riabilitative e psicoterapeutiche, è possibile ottenere un adeguato controllo dei sintomi ed in maniera stabile nel tempo. E’ necessario un ottimo rapporto medico-paziente per individuare insieme le priorità e le modalità ottimali per il raggiungimento degli obiettivi, che possono essere diversi da un paziente all’altro.”

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano, Salute0 Commenti

Roma: la dinamica della carica della polizia sugli operai

Il video caricato dall’utente ziojack71 su YouReporter in una versione elaborata, ingrandita e al rallentatore per comprendere meglio la dinamica di quanto accaduto.

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano, Dico la mia0 Commenti

L’ennesima bugia di Renzi: promette appoggio agli operai Thyssen Terni, ma arrivano le manganellate

Stamattina 600 operai dell’AST di Terni hanno manifestato pacificamente davanti all’ambasciata tedesca a Roma, per protestare contro la decisione della ThyssenKrupp di licenziare 537 dipendenti dell’acciaieria. Durante la manifestazione 2 cariche della polizia.
La testimonianza di uno degli operai.

Gli scontri

Video di Youreporter

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano, Dico la mia0 Commenti

Scuola: al via l’assunzione di 15mila insegnanti

Il Consiglio dei ministri ha autorizzato il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini, ad assumere a tempo indeterminato, su posti effettivamente vacanti e disponibili, n.15.439 unità di personale docente ed educativo e n. 4.599 di personale ausiliario, tecnico ed amministrativo.

Il contingente comprende le unità di personale interessato alla procedura di statalizzazione dell’Istituto tecnico “Aldini Valeriani Siriani” di Bologna e del liceo linguistico “A. Lincoln” di Enna; analoga autorizzazione è stata data per l’assunzione di 13.342 unità di personale docente da destinare al sostegno di alunni con disabilità e di n. 620 dirigenti scolastici.
(Ansa)

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano0 Commenti

Borgo San Lorenzo: su salvaguardia ospedale impegno unitario

di redazione
Tutti uniti sull’ospedale. Perché “riveste per l’intero territorio mugellano un ruolo importante ed imprescindibile per i servizi sanitari che ospita” e “le evidenziate criticità strutturali del plesso non devono mettere in discussione la permanenza in Mugello di tali servizi sanitari”.
Sulla questione degli adeguamenti sismici previsti per la struttura ospedaliera e dei servizi sanitari si è pronunciato ieri il Consiglio comunale di Borgo San Lorenzo approvando all’unanimità una mozione. Il testo inizialmente presentato dal gruppo lista civica Cambiamo Insieme è stato poi emendato dal gruppo Pd e condiviso in Conferenza capigruppo. Con un voto favorevole unanime in Consiglio.
“La questione Ospedale è una priorità in termini assoluti”, si legge nella mozione approvata all’unanimità, e “pertanto devono essere definite tempistiche di soluzione in modo certo e quanto più ravvicinato possibile, dato che è necessario dare rassicurazioni circa la sicurezza relativa all’edificio che ospita un servizio strategico per l’intero Mugello, a tutte le persone che vi lavorano e lo utilizzano”.
Il sindaco Paolo Omoboni sottolinea “l’importanza del voto unanime in Consiglio: il tema ospedale è una priorità per tutte le forze politiche e per tutta la nostra comunità – afferma -. Ribadiamo il nostro impegno a seguire l’evolversi della situazione attuale e le prospettive future, con un confronto con la Asl e con il coinvolgimento degli altri comuni del Mugello – continua il sindaco Omoboni -. E grazie all’iniziativa dell’assessore alla Salute Ilaria Bonanni – ricorda – è già stato programmato a settembre un ‘Tavolo Sanità’ con la presenza dei sindaci e assessori mugellani, Direzione sanitaria e generale dell’Asl, Direzione sanitaria dell’ospedale”.
Il Consiglio comunale chiede all’Amministrazione di aggiornare la competente commissione consiliare in merito agli sviluppi sulla situazione dell’ospedale e gli esiti dell’incontro istituzionale, nonché di “concertare con il presidente della commissione competente, l’Azienda e la stessa Regione Toscana modalità e tempi di un incontro pubblico rivolto ad operatori e cittadinanza nel momento in cui vi saranno decisioni e modalità ben definite e certe di intervento”.

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano, ... locali, Salute0 Commenti

Beslan: A 10 anni dalla strage ancora ombre e dolore

Silenzio delle più alte autorità dello Stato, almeno per ora, anche nel decimo anniversario del peggior attacco terroristico in Russia, quello della scuola di Beslan, nell’Ossezia del nord, dove morirono 334 persone, di cui 186 bambini.

Era appena suonata la campanella del primo giorno di scuola, come ogni anno in tutto il Paese, quando un commando di 32 ceceni armati fece irruzione nella scuola e prese in ostaggio per tre giorni oltre mille tra studenti, genitori, parenti, insegnanti, chiedendo il riconoscimento dell’indipendenza cecena e il ritiro delle forze russe. Il blitz termino’ con un ancora controverso un blitz delle teste di cuoio russe.

La tragedia, che ha lasciato anche 126 invalidi, di cui 70 bambini, e’ stata ricordata oggi con varie cerimonie e iniziative in tutta la Russia. A partire da Beslan, dove la commemorazione dura tre giorni e l’inizio dell’anno scolastico e’ stato spostato dal 2009 al 5 settembre: oggi circa 3000 persone hanno deposto fiori e acceso candele sui resti della scuola e su un monumento inaugurato recentemente, un memoriale di granito lungo 50 metri con incisi i nomi di tutte le vittime.
Molti hanno portato anche giocattoli e bottiglie d’acqua, per ricordare l’insostenibile sete e il terribile caldo sofferti dagli ostaggi. Domani, sempre a Beslan, e’ previsto un concerto requiem al centro culturale della città. Dopodomani, invece, alle 13.05, ora della strage, gli allievi della scuola lanceranno in cielo 334 palloncini bianchi leggendo uno ad uno i nomi delle vittime.

Il lungo lutto locale si concludera’ al cimitero cittadino, denominato la ‘citta’ degli angeli’. Cerimonie sono previste anche a Mosca e in altre citta’ del Paese. Per ora non sono annunciate presenze di alte cariche dello Stato.

Prosegue intanto la battaglia delle madri di Beslan per far luce su vari aspetti della vicenda: dall’opacita’ operativa della cellula di crisi alla responsabilita’ delle due esplosioni che fecero scattare il blitz delle forze speciali russe, dalla presunta fuga di alcuni componenti del commando ceceno alla totale disorganizzazione dei soccorsi.
Fonte: Ansa

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano0 Commenti