FacebookTwitter

Archivio | … che contano

Avvertita anche in Mugello la scossa di terremoto di magnitudo 4.1. Non si segnalano danni

E’ stata avvertita anche in Mugello la scossa di terremoto di magnitudo 4.1 registrata attorno alle 8, con epicentro localizzato nel comune di Castiglion dei Pepoli sull’Appennino modenese. Sono in corso verifiche da parte della sala operativa di Protezione civile del Mugello ma non si segnalano danni a cose o persone.

Il Comune mugellano che ha avvertito più distintamente la scossa è stato quello di Barberino che si trova a una distanza poco superiore ai 20 Km da Castiglion dei Pepoli. Con lo sciame sismico ancora in corso, il sindaco di Barberino, sentita la Protezione civile, ha disposto in via prudenziale la chiusura delle scuole per svolgere una ricognizione degli edifici scolastici ed evitare disagi nelle eventuali operazioni di evacuazione.

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano, ... locali0 Commenti

Borgo San Lorenzo: gli studenti in silenzio per i morti di Charlie Hebdo

Quaderni e penne alzate, gli studenti mugellani del liceo Giotto Ulivi e dell’istituto professionale Chino Chini, hanno osservato ieri un minuto di silenzio in ricordo dei giornalisti uccisi nella redazione satirica Charlie Hebdo di Parigi. (F.L.)

Foto: N.

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano, ... locali0 Commenti

Nigeria: Bbc, strage Boko Haram,si temono 2.000 uccisi

I miliziani integralisti di Boko Haram hanno lanciato un secondo attacco, ieri, contro la città di Baqa, nel nordest della Nigeria, già devastata domenica. “I cadaveri giacciono sulle strade, si temono 2.000 persone uccise” nei raid, scrive la Bbc citando un ufficiale militare. La città “è stata completamente devastata, le case date alle fiamme”.

Nei giorni scorsi, il deputato Maina Maaji Lawan aveva affermato che dopo l’offensiva di domenica, nella quale Boko Haram ha preso il controllo anche di una base militare, il gruppo controlla il 70% del territorio dello Stato di Borno, considerato una roccaforte dei jihadisti. La città di Baqa, che aveva una popolazione di 10.000 persone, di fatto “non esiste più”. Quelli che sono riusciti a fuggire “non sono stati in grado di seppellire i morti, i loro cadaveri ora giacciono nelle strade”. Molti sono fuggiti, già da domenica, attraversando il lago Ciad.

I miliziani di Boko Haram hanno raso al suolo anche i 16 villaggi nei pressi di Baga conquistati nell’offensiva di ieri nello Stato di Borno. Lo riferisce la stampa nigeriana. “Centinaia di profughi sono intrappolati sulle isole nel lago Ciad”, affermano i funzionari locali. Tra i villaggi periferici di Baqa distrutti figurano quelli di Dorn-Baga, Mile 4, Mile 3, Kauyen Kuros e Bunduram”.
Fonte: Ansa

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano0 Commenti

Nous sommes tous Charlie. Presidio e fiaccolata a Firenze

 

Oggi alle 18.00 a Firenze, in Piazza Ognissanti, si è svolto un presidio davanti al Consolato Francese, promosso da Cgil, Cisl, Uil, Arci, Anpi e Assostampa Toscana.

Venerdì 9 gennaio alle 21.00 a Firenze, in Piazza Ognissanti, è in programma una fiaccolata con partenza dal Consolato Francese, promossa dall’ASSOCIAZIONE BORGOGNISSANTI

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano0 Commenti

Ciao, Pino!

Pino Daniele ci ha lasciato troppo presto e il mondo perde un grande artista che ha cantato Napoli e non solo, in modo originale e unico. Noi vogliamo salutarlo con un video in cui è attorniato dagli amici artisti che oggi sono a dargli l’ultimo saluto. Ciao, Pino!

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano, Musica1 Commento

Tredicesima di 1 euro alla precaria, direttore di questo giornale

La tredicesima che in assoluto è l’emblema della “grande beffa italica” è stata accreditata oggi nel mio conto corrente: 1 euro. Nel nostro paese dei campanelli il direttore di questo giornale lavora anche come insegnante nella scuola primaria. E la sua tredicesima, che era pari a 482,23 euro, è stata divorata da Irpef, addizionale comunale (la mia prima casa è in Abruzzo), e ritenute previdenziali, pari a 481,23 euro, perciò quello che è rimasto ammonta ad 1 euro preciso. A pensarci bene appena il costo di un caffè. Amaro, però.
Francesca Lippi

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano, Salvadanaio2 Commenti

Marcia unica, lavoro e informazione: la parola a Giovanni Bua

Per quattro giorni, dal 14 al 17 novembre 2014, i lavoratori di Meridiana e gli altri protagonisti delle tante vertenze sarde hanno peregrinato per l’Isola al grido di “lavoro, lavoro, lavoro!”. Questa “Marcia unica” è stata attentamente seguita, via Twitter e sulle pagine de La Nuova Sardegna, da Giovanni Bua, cui abbiamo chiesto di tirare un po’ le somme di questa esperienza … e non solo.

 

Andrea Mascia parla al megafono seduto sopra una tettoiadi Marcella Onnis

Dal 14 al 17 novembre 2014 si è svolta in Sardegna la “Marcia unica per il lavoro”, una manifestazione che ha riunito in una protesta unitaria, pacifica e non politicizzata, tutte le situazioni di crisi dell’Isola. L’idea si deve ad Andrea Mascia (nella foto accanto), il comandante di Meridiana che, da oltre un mese, porta avanti dai 30 metri d’altezza di una delle torri dell’aeroporto di Olbia la protesta contro la compagnia aerea, che ha preannunciato 1634 licenziamenti. Si deve a lui e ad Alex Santocchini, assistente di volo di Meridiana che, abbandonata la torre, sta proseguendo con i colleghi la protesta a terra.

Questo grido di protesta, volto a ottenere lavoro e non assistenzialismo, ha unito numerose voci: oltre ai lavoratori di Meridiana, il Movimento dei pastori, le operaie dell’ex calzificio Ros Mary, i dipendenti della Polimeri di Ottana, i minatori dell’Igea di Lula, i lavoratori di Idea Motore di Pratosardo, quelli della Legler e dell’Alcoa, gli studenti e tanti altri cittadini, vittime a vario titolo della crisi. A sostenere la protesta, però, sono stati anche il movimento Zona Franca, la Confederazione sindacale sarda, l’USB, la Coldiretti, i vescovi sardi e alcuni sindaci delle zone più colpite dalla recessione economica.

manifestanti con lo striscione della Marcia unica per il lavoroPartita da Olbia la mattina di venerdì 14 novembre, la Marcia unica ha toccato le tappe-simbolo della crisi sarda (Siniscola, Nuoro, Ottana, Portovesme e Iglesias) per chiudersi, lunedì 17 novembre, a Cagliari dove ha sede la Giunta regionale, primo interlocutore da cui pretendere risposte concrete. Diciotto delegati hanno così potuto parlare con tre esponenti della Giunta regionale (il presidente Francesco Pigliaru, l’assessore al Lavoro Virginia Mura e l’assessore ai trasporti Massimo Deiana) e gettare le basi per una strategia unitaria di azione: sarà il tempo a mostrarci con quali esiti.

Chiusa la manifestazione sarda, i dipendenti di Meridiana stanno, peraltro, proseguendo la loro protesta in direzione Parigi, residenza ufficiale dell’Aga Khan, che tramite il fondo Akfed è azionista di controllo della compagnia.

La Marcia per il lavoro è stata seguita attentamente dai giornalisti del quotidiano regionale “La Nuova Sardegna”, che ha anche dato vita a un Liveblog per seguire in diretta tutti i momenti della manifestazione con contributi dei suoi inviati e dei lettori (foto, filmati e tweet identificati con l’hashtag #marcialavoro). Noi abbiamo voluto incontrare uno dei giornalisti coinvolti in questa brillante iniziativa: Giovanni Bua, che ha realizzato una bella cronaca sia sul giornale che su Twitter. Un’informazione dettagliata ma anche molto partecipata, come può fare solo chi osserva per raccontare e racconta perché di quella realtà si sente parte.

Della sua narrazione colpiscono alcune cose in particolare. In primo luogo, mentre tornano, purtroppo, a fare notizia gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, Bua ha testimoniato che questo antagonismo non è d’obbligo e che, anzi, solidarietà e rispetto tra le parti sono possibili: «La gente balla e canta. Tutti insieme. Con i manifestanti polizia e carabinieri. Che discreti si mischiano, chiacchierano, annuiscono. Nessuna contrapposizione. Sono amici. Di più, sono dalla stessa parte.» ha scritto nell’articolo “La marcia unica per il lavoro”, pubblicato da “La Nuova Sardegna” il 15 novembre; «Polizia se ne vede poca, Digos niente. Eppure, a fare i puntigliosi, è una manifestazione non autorizzata» ha annotato nell’articolo “Abbardente e cortesia per sentirsi come a casa” del 16 novembre e, ancora, «A portarci a Iglesias ci pensa la Digos.» ha rivelato il giorno dopo nell’articolo “La marcia per il lavoro”. Un clima di fratellanza testimoniato anche da tweet come questo:

 

 

Riguardo al ruolo dei sindaci, poi, il giornalista ha evidenziato il loro essere parte in causa nella protesta e non controparte: anche loro vittime di vincoli e scelte spesso incomprensibili. Nell’articolo del 17 novembre, si è soffermato su questi «sindaci, che discreti ascoltano, senza parlare. “Siamo solo gabellieri di uno Stato che non capiamo più”», concetto amplificato da questo suo tweet:

 

 

Inoltre, ha raccontato a chi non c’era che la manifestazione è stata così pacifica che persino i bambini hanno potuto prendervi parte e addirittura giocare: «Come sempre i bimbi giocano. Si inventano un gioco diverso per ogni luogo.» ha scritto sempre nell’articolo del  17 novembre, aggiungendo poi che «Se c’è qualcosa che in anni di lotta non si era mai vista sono proprio loro».

 

 

“Allora, Giovanni, è finito il tempo dei sardi “pocos, locos y mal unidos” o questa è stata solo una bella parentesi? Salveresti tutto di quest’esperienza o ritieni si potesse fare di più e meglio?”
Persone in marcia durante una manifestazione«Io penso che l’esperienza sia assolutamente da salvare. Non fosse altro che per la sua freschezza. Dubito si potesse fare di meglio, anzi, se la marcia fosse stata organizzata meglio sarebbero venuti al pettine un sacco di nodi, sia logistici che “ideologici” che invece, con fortuna ed entusiasmo, non sono stati nemmeno notati.  Per quanto riguarda l’unità diciamo che il filo comune è stata la disperazione, ma in realtà è mancata completamente la presenza dei sindacati, ed è stata alla fine timida quella delle istituzioni. Insomma i Rossi di Meridiana hanno unito i cuori, ma sul fatto che le vertenze, diversissime tra loro per storia, durata, natura, soluzione, si possano unire davvero avrei molti dubbi. I sardi purtroppo sono e rimarranno pocos, locos y mal unidos. E non a caso molti dei Rossi non erano sardi ;) »

“Beh, allora la domanda è ancora più d’obbligo: pensi che stavolta arriveranno risposte concrete dalle istituzioni e dagli interlocutori economici interessati?”
«Non so. Sicuramente l’Aga Khan non era pronto a una così cattiva stampa contro di lui. E il fatto che abbia cambiato Ad proprio durante la marcia [Richard W. Creagh è subentrato a Roberto Scaramella, ndr] potrebbe essere un segno di insofferenza per la gestione dell’intera faccenda. Sul fatto poi che una multinazionale possa cambiare i suoi piani industriali sull’onda di una contestazione, per quanto ben fatta o drammatica, non sono molto fiducioso. Certo, questo non vuol dire che le vertenze non vadano aperte e che non si debbano usare tutte le armi mediatiche e sindacali per ottenere il meglio possibile

“Restando in tema di lavoro che non c’è o non basta: nel giornalismo, ma non solo, accade che, forti dell’eccesso di domanda di lavoro, i datori offrano compensi iniqui, se non ridicoli. Pur di lavorare e guadagnare, tanti accettano queste condizioni, di fatto avvallando una svalutazione della loro professionalità: secondo te, si può uscire da questo circolo vizioso?”
«I giornalisti sono molto simili ai Rossi di Meridiana. Non si parla di operai o minatori, ma di una classe medio-alta (piloti, assistenti di volo, giornalisti ma anche bancari, avvocati e magistrati e l’elenco potrebbe essere molto lungo) che sembra non trovare più spazio, almeno con le vecchie tutele e i vecchi contratti, in un processo produttivo che le aziende vogliono sempre più economico e soprattutto delocalizzato e destrutturato. Il motivo per cui partiti come Sel hanno appoggiato più di altri la manifestazione dei Rossi deriva proprio dal fatto che loro riescono a leggere gli eventi con i loro strumenti classici di “lotta di classe” e attacco al mondo del lavoro in genere che non sono mai stati così attuali negli ultimi 30 anni. Per la stampa poi si aggiunge una serie di problemi legati al drammatico calo di vendite e pubblicità sulla carta stampata, e la per ora nulla redditività di internet. È un discorso complesso, e sinceramente per ora si vedono pochissime soluzioni all’orizzonte

“Ecco, a proposito del futuro dell’editoria, “La Nuova Sardegna” ha seguito con articoli e con un liveblog aperto a tutti la Marcia unica: che dici, allora, stampa, web e social impareranno a collaborare lealmente e intelligentemente per garantire una più efficace informazione?”
«La Nuova sta provando, come gli altri media, a “occupare” lo spazio web, sia con un sito, rinnovato di recente in maniera profonda, che con una sempre più massiccia presenza nei social. Per ora il preferito era facebook. La direzione è stata coraggiosa a tentare questa diretta twitter, che è un social più ostico e che dà meno “resa” (raramente chi usa twitter esce da twitter, tu stessa mi hai seguito in TW e non nel nostro liveblog sul sito) ma è potenzialmente più operativo nel fare una cronaca immediata. Diciamo che, come tutti, navighiamo a vista. Potenzialmente, rispetto a blog o siti meno formati, siamo primo piano di Giovanni Buaun grosso gruppo e quindi possiamo permetterci di lavorare in perdita sul web e ripulire il mercato dalla concorrenza (parlo in modo orrendo ma è così), ma da qui a guadagnare dal web il passo è ancora lungo. E, siccome il crollo dei ricavi sembra inarrestabile, diventa difficile immaginare come troveremo l’equilibrio. Se però pensiamo alla qualità del servizio reso è indubbio che l’utilizzo del social e del web ha potenzialità sterminate, e il contatto così diretto con i lettori è molto utile e  gratificante e soddisfa in maniera profonda il Narciso che alberga in tutti noi giornalisti.»

 

Acuto, simpatico, sensibile e narcisista reo-confesso: per noi chiacchierare con Giovanni Bua è stato un vero piacere. Se per voi leggere le sue parole lo è stato altrettanto, fateglielo e fatecelo sapere ;)

 

 

Foto Giovanni Bua

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano, Dico la mia0 Commenti

Amianto: l’eternità di un problema sociale

L’indignazione della popolazione di Casale Monferrato allo stremo della sopportazione che non è più tale di fronte alle assurdità della in-giustizia italiana, ennesimo riscontro reale. Dopo la sentenza “shock”, ora si attende la possibile “rivisitazione” del concetto di prescrizione del reato per i 256 omicidi il cui unico imputato è il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

Bandiera italiana insanguinata e sovrastata dalla scritta nera Eternit IngiustiziaÈ di questi utimi giorni la notizia, pubblicata sui principali quotidiani nazionali, sulla sentenza “beffa” relativa alla condanna del maggior responsabile della morte di molti lavoratori dell’Eternit di Casale Monferrato – AL (sede della “famigerata” fabbrica della morte), ma anche di cittadini che hanno… semplicemente vissuto in quelle zone. L’assurda ingiustizia (e non è un eufemismo) sta nell’annullamento della condanna per avvenuta prescrizione: un colpo di spugna che ha indignato non poco i famigliari delle vittime e gli attuali malati di mesotelioma pleurico (che hanno contratto la malattia dopo molti anni di esposizione) che purtroppo non lascia scampo… Ma come e quando è avvenuto in Italia il boom di questo mortale manufatto? Se la storia serve per capire è bene conoscerne almeno alcune tappe.

Nel 1912 due ingegneri italiani, Adolfo Mazza e Magnani, diedero un importante contributo alla messa a punto della prima macchina per la produzione di cemento-amianto, e a partire dalla seconda metà degli anni ’50, nonostante la già più o meno nota conoscenza della pericolosità del manufatto, si coibentarono con questo materiale le carrozze ferroviarie, fino ad allora isolate con sughero… In Italia veniva estratto soprattutto in Valtellina e nelle cave di Balangero (Torino), la più grande d’Europa, che funzionò dal 1916 al 1990. In queste cave si ricavavano annualmente 125-130 mila tonnellate di materiale asbestoso (soprattutto crisotilo e tremolite). In particolare, lo sfruttamento industriale del giacimento di crisotilo a Balangero è iniziato durante la prima guerra mondiale ma solo nel 1932, però, ebbe luogo la regolare registrazione degli operai: nel1970 la produzione della miniera ha superato le 100 mila tonnellate di amianto crisotilo. A metà degli anni ’70 si cominciò ad usarlo (ancora più irresponsabilmente) nei settori più disparati: dall’aeronautica all’edilizia, dalla cantieristica navale all’industria petrolchimica; ma anche in ambito domestico, per ferri da stiro, macchine lavasecco e, negli anni ’50, la crocidolite è stata persino usata nei filtri delle sigarette. Gli usi industriali si moltiplicarono rapidamente fino a raggiungere una produzione annua mondiale di 5 milioni di tonnellate.

volantino sulla protezione per esposizione all'amiantoMa è stato proprio questo uso massiccio di amianto ad aver provocato allarme e preoccupazione profonda perché, dopo la conferma della sua nocività alla New York Academy of Sciences a nome del medico statunitense Irvin Selikoff (1915-1992), non solo in Italia ma anche nella maggior parte dei paesi del mondo, non c’è Paese che non lo abbia utilizzato e che ancora oggi debba fare i conti con i costi altissimi della bonifica e della salute di molte persone che, direttamente o indirettamente, sono state esposte a questo materiale “killer”. Tra le industrie maggiormente responsabili nell’uso dell’amianto sono stati i cantieri navali di Monfalcone (Gorizia), costruiti nel 1907, la più grande struttura cantieristica del bacino mediterraneo e una delle più importanti del mondo, e il sodificio Solvay di Monfalcone, attivo dagli anni ’20. Ed ancora. La raffineria Aquila di Trieste, aperta nel 1937; l’Eternit di Casale Monferrato, un tempo il maggior produttore nazionale di lastre in cemento-amianto. Altro caso emblematico è senza dubbio lo stabilimento Italsider situato nell’area industriale di Bagnoli (Napoli), oltre a quello di Taranto, in funzione fino al 1989 come Ilva S.p.a. Tale stabilimento, rientrante tra le industrie cosiddette a “rischio d’incidente rilevante” ai sensi della direttiva CEE 85/501, produceva, tra l’altro Eternit, ovvero cemento-amianto e pertanto è stato considerato rientrante tra gli stabilimenti da bonificare ai sensi delle legge n. 257/1992.

 

LA STORIA “INFINITA” DELL’ETERNIT DI CASALE MONFERRATO

pagina di giornale intitolata all'azienda EternitQuando la verità venne a galla, i giornali la ribattezzarono “la fabbrica del cancro”. In principio era soltanto lo stabilimento della Eternit, ma la sua storia inizia ai primi del ‘900, quando l’intero paesino piemontese diventa “grato” ai suoi datori di lavoro (imprenditori svizzeri, che nessuno ha però mai visto) per aver fornito lavoro a gran parte della popolazione locale, che inizia  a produrre materiale in cemento, soprattutto tubature, senza far troppo caso alla “polvere” (costituita da fibre di amianto) presente in notevole quantità sui luoghi di produzione. L’Eternit era attiva dal 1905, sin da quando era stata inventata nel 1902, dall’austriaco Ludwig Hatscheck, una miscela di cemento e amianto, largamente usata nell’edilizia. In questa azienda dal 1950 al 1986 vi hanno lavorato complessivamente 3.362 persone (che hanno sempre usato crisotilo e crocidolite), tra le quali si è osservato un aumento significativo della mortalità totale e delle malattie associate all’amianto. In altre parole, in questa cittadina piemontese si è registrato il più alto indice, a livello nazionale, di mortalità per mesotelioma.

Facendo riferimento alle prime ricerche nazionali sulla pericolosità dell’amianto, avviate nel 1930, dopo alcuni anni (1947) è stata accertata la prima vittima per mesotelioma pleurico (tumore letale che colpisce il rivestimento dei polmoni, ndr) tra i lavoratori; tra il 1980 e il 1999 sono stati rilevati 89 casi di mesotelioma, solo 26 tra i dipendenti dell’Eternit. Nel 1986 l’azienda dichiarava fallimento, e nel contempo veniva attuato il primo progetto di bonifica; nel 2000 si cominciava a calcolare le vittime dell’amianto (oltre 500 tra ex dipendenti e comuni cittadini); nel 2001 sono iniziati i lavori di smaltimento e nel 2002 veniva prevista la fine dei lavori.

In questi ultimi anni è stato pure girato un documentario (“Indistruttibile”), a cura del giornalista freelance Michele Citoni, che ha soggiornato nel paese per una settimana. Da allora (ma anche prima) hanno avuto tutti voglia di parlare, svelando retroscena a dir poco dolorosi: «… periodicamente – ha raccontato una ex lavoratrice – ci mandavano dei medici aziendali per tranquillizzarci… dicevano che andava tutto bene per la nostra salute, ma erano pagati dal padrone». E il sindacato? Non era ben visto, i delegati avevano vita difficile: «Io ero tra quelli – ricorda uno di loro –, i nostri datori indirizzavano tutti quelli di sinistra al “Cremlino”: era un modo per indicare i compiti più rischiosi, spazi angusti e mucchi di “polvere” alti come noi…». Mentre infuriava la polemica tra la dirigenza e le associazioni operaie, tutte le altre aziende del territorio cominciarono a respingere sistematicamente le richieste di lavoro degli ex dipendenti Eternit. Non volevano rischiare di assumere personale “malato”.

Il fallimento dell’azienda risale al 1986, dichiarato dal tribunale di Genova, e i dirigenti furono trascinati in tribunale solo nel 1993. Probabilmente solo in quella occasione i “sopravvissuti” hanno conosciuto i responsabili della morte dei loro congiunti! E oggi, con la sentenza che prescrive il reato di omicidio, l’unico responsabile sembra farla franca… salvo una revisione (totale o parziale) del processo riconsiderando più concretamente le tesi dell’accusa.

 

 

NUMERI CHE CONTANO

A causa dell’Eternit di Casale sono 2.191 i deceduti per mesotelioma pleurico tra il 1951 e il 2008; 55 i morti che si susseguono ogni anno; 557 i lavoratori che hanno collaborato all’inchiesta come testimoni; 2.272 le persone che si sono costituite come parte civile all’inizio del processo; circa 5.000, secondo la Procura, sono le vittime che avrebbero diritto ad essere risarcite; e 220 mila sono le pagine di atti giudiziari depositate nell’indagine.

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Posted in ... che contano, Salute0 Commenti